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30/03/2026
Medio Oriente e Nord Africa

L’Asse della Resistenza sciita: dalle milizie sciite irachene a Hezbollah in Libano

di Viola Petrelli

Dopo l’attacco all’Iran, la coalizione israelo-statunitense si è trovata ben presto a dover fronteggiare la realtà della dorsale sciita. In particolare, il coinvolgimento di Hezbollah in Libano e delle milizie sciite irachene proietta il conflitto fuori dal perimetro iraniano e rischia di destabilizzare ulteriormente la regione.

Dopo l’attacco all’Iran, la coalizione israelo-statunitense si è trovata ben presto a dover fronteggiare la realtà della dorsale sciita. In particolare, il coinvolgimento di Hezbollah in Libano e delle milizie sciite irachene proietta il conflitto fuori dal perimetro iraniano e rischia di destabilizzare ulteriormente la regione.

La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei nella sua prima dichiarazione ha sottolineato l’importanza della rete regionale dei gruppi alleati di Teheran, in particolare Hezbollah, le milizie filo-iraniane in Iraq e gli Houthi, e ne ha messo in evidenza il ruolo di pilastri centrali nella strategia di resistenza e di azione per procura dell’Iran nel conflitto in corso. 

Difatti, Hezbollah in Libano e alcune compagini sciite irachene non hanno esitato a reagire militarmente in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica iniziati il 28 febbraio con l’Operazione Epic Fury. Le attuali dinamiche regionali, conseguenza della reazione dei proxy sciiti, si intrecciano con situazioni endemiche croniche in Libano e in Iraq che stanno provocando un’estensione del conflitto. 

Israele invade il sud del Libano

Il gruppo militante libanese Hezbollah, ha dichiarato lunedì 2 marzo di aver lanciato razzi e droni contro Israele durante la notte, come rappresaglia per l’uccisione della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei. La pronta risposta di Israele si è concretizzata in attacchi su Beirut, evoluti rapidamente in operazioni sistematiche e su larga scala. Ciò non rappresenta una novità, in quanto le offensive nel sud del Libano da parte di Israele non sono mai completamente cessate dal 2024. Ai bombardamenti si è aggiunto un intervento terrestre che ha aperto un secondo fronte nella guerra con l’Iran, contro uno dei proxy più fedeli della Repubblica Islamica.

Per il governo centrale libanese il dossier di sicurezza relativo ad Hezbollah è sempre stato complesso da affrontare, per non incorrere a situazioni di attrito interno. Dall’adozione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, successiva alla guerra del luglio 2006, l’area a sud del fiume Litani avrebbe dovuto esser stata liberata da qualsiasi arma al di fuori del controllo statale. L’esercito nazionale libanese, in collaborazione con le forze internazionali, avrebbe dovuto controllare e prevenire il ristabilimento dell’infrastruttura militare di Hezbollah. L’intento di disarmo è stato ribadito svariate volte, come a seguito del cessate il fuoco con Israele nel novembre 2024. In effetti, Hezbollah era uscito dal conflitto in netto svantaggio: con una leadership decimata e capacità militari degradate. Nonostante la promessa del presidente libanese Joseph Aoun di disarmare Hezbollah nel gennaio 2025, in occasione del discorso per il suo insediamento, il timore di una guerra civile ha preso il sopravvento. 

Hezbollah aveva mantenuto nel sud del Libano un’infrastruttura militare, una rete di lancio e siti di dispiegamento, motivo per cui l’operazione di invasione di terra da parte delle Idf è stata argomentata da Tel Aviv come una mossa necessaria per creare una buffer zone, per compensare l’incapacità dello Stato libanese di mettere in sicurezza l’area. Attraverso una costante pressione bellica, l’Idf ha determinato l’esodo forzato della popolazione civile e la neutralizzazione di asset strategici. La distruzione dei collegamenti sul fiume Litani risponde a una chiara logica di compartimentazione del territorio. A seguito di ciò, e della mancata perimetrazione delle offensive nella regione meridionale, in quanto Israele attacca ripetutamente Beirut, il governo libanese teme un’invasione via terra su larga scala.

La reazione delle milizie sciite irachene 

L’Iraq è un altro fronte in fermento dopo l’attacco all’Iran dello scorso 28 febbraio. Le fazioni sciite irachene più radicali allineate con Teheran hanno iniziato a condurre attacchi quasi quotidiani contro obiettivi statunitensi sul territorio iracheno e del Kurdistan iracheno, tra cui strutture diplomatiche e militari, provocando rappresaglie aeree americane contro i centri di comando e i leader delle Forze di mobilitazione popolare  (Hashd al-Sha’bi). L’Iran stesso ha condotto ondate di attacchi missilistici e con droni nella regione curda semiautonoma dell’Iraq, dove gruppi di opposizione curdi iraniani -alleati di Washington- da anni conducono un’insurrezione a bassa intensità contro Teheran. 

Ufficialmente le milizie sciite irachene sono parte dell’organizzazione chiamata Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Tra i gruppi più influenti sono da annoverare Kata’ib Hezbollah, Kata’ib Seyyed al-Shuhada, Asa’ib Ahl al-Haq, Harakat al-Nujaba e l’Organizzazione Badr. PMF è nato nel 2014 dopo l’emissione della fatwa del Grande Ayatollah iracheno Ali Al-Sistani contro l’ISIS, per organizzare tutte le forze sciite contro il Califfato. Nel 2016 il parlamento iracheno ha approvato una legge che riconosceva le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) come componente della sicurezza nazionale dello Stato e braccio armato del Quadro di Coordinamento (la principale coalizione politica sciita in Iraq), scelta non condivisa dagli Stati Uniti che da sempre incentivano il disarmo delle milizie, piuttosto che un totale coinvolgimento nell’apparato securitario statale. 

Nel corso di marzo ’26 gli attacchi statunitensi sono stati mirati e precisi nel colpire luoghi utilizzati dai leader delle milizie armate per i loro incontri. Seguendo questa modalità, il 16 marzo scorso a Baghdad è stato eliminato Abu Ali al-Askari, figura complessa e ambigua che agiva da tramite tra il processo decisionale sul campo di battaglia e la comunicazione con i media, e da strumento per una politica in linea con la visione iraniana. Dall’altra parte i continui attacchi all’ambasciata americana e ai luoghi nevralgici correlati agli interessi di Washington ha spinto la NATO a ritirare il proprio personale in loco e rimodellare il rapporto con l’Iraq. Nel mentre, il tentativo di avviare dei colloqui per fermare gli attacchi sembrano esser stati fallimentari, in quanto raid aerei statunitensi continuano a colpire le basi delle PMF.

Per oltre tre decenni, Ali Khamenei ha presieduto alla graduale costruzione dell’Asse della Resistenza, una rete informale ma interconnessa di movimenti che si estende dal Libano allo Yemen, fino all’Iraq. La combinazione di guida ideologica, coordinamento istituzionale e supporto militare, ha reso il sistema uno degli strumenti più efficaci della Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza in Medio Oriente e per costituire un sistema di difesa avanzata.  Nell’ottica della guerra in corso, la difesa “a mosaico” iraniana è elemento di rischio e destabilizzazione che sta creando un “effetto domino” in Medio Oriente. Nel sud del Libano, con il pretesto della creazione di una buffer zone per eliminare Hezbollah, alcuni analisti sostengono l’applicazione da parte di Israele del “modello Gaza” e dell’impiego della tattica della linea gialla che consiste nello sfollamento e neutralizzazione totale dell’area, modus operandi che potrebbe far pressione su Hezbollah. Allo stesso tempo però la sconfitta del “Partito di Dio” sembra esser subordinata alle capacità di sostegno di Teheran, e il rischio è che i due fronti (iraniano e libanese) possano procedere di pari passo, tesi avvalorata dal fatto che le due parti in conflitto non sembrano interessate ad intraprendere negoziati. Situazione similare caratterizzata da diplomazia assente e continue offensive si riscontra anche in Iraq. In un contesto segnato da una profonda frammentazione identitaria e dall’eredità storica del post-Saddam, l’attuale instabilità regionale ha inevitabilmente coinvolto tutti gli attori interni, trasformando il Paese in un’arena di scontro tra interessi regionali e internazionali. Il rischio è quello di un’escalation interna e di una conseguente estrema polarizzazione delle posizioni dell’apparato statale, militare e sociale iracheno. Tale processo non solo renderebbe il Paese maggiormente vulnerabile alle influenze e ingerenze esterne, ma potrebbe anche arrestare o rallentare il lungo e complesso processo ancora in corso di integrazione e stabilizzazione interna, intrapreso negli anni successivi alla caduta del regime ba’athista. 

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