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02/03/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Attacco al cuore della Repubblica Islamica iraniana: quali elementi da sottolineare

di Lorenzo Zacchi

L’azione condivisa tra Stati Uniti e Israele che ha portato all’eliminazione di Khamenei in Iran offre una serie di elementi che vale la pena sottolineare, anche per provare a delineare quali scenari possono delinearsi nel medio periodo.

L’azione condivisa tra Stati Uniti e Israele che ha portato all’eliminazione di Khamenei in Iran offre una serie di elementi che vale la pena sottolineare, anche per provare a delineare quali scenari possono delinearsi nel medio periodo.

Elemento di primaria importanza è certamente l’ennesima falla nella sicurezza della Repubblica islamica iraniana. Dal 7 ottobre 2023 in poi, abbiamo osservato quanto l’architettura securitaria di Teheran fosse compromessa in profondità. Le azioni mirate di Israele nei confronti di Hezbollah in Libano, dall’utilizzo dei cercapersone come veri e propri ordigni all’eliminazione eccellente di Nasrallah, segnalavano l’inquinamento della logistica “umana” di uno dei principali proxy di Teheran e fiore all’occhiello della guerra ibrida iraniana. Anche l’uccisione del capo politico di Hamas, Haniyeh, avvenuta nel luglio del 2024 in un palazzo gestito dai Pasdaran nella capitale della Repubblica islamica, evidenziava le difficoltà del Paese di gestire la propria sicurezza interna, oltre a confermare le capacità israeliane di colpire in maniera chirurgica e programmata le fondamenta dei luoghi del potere di Teheran.         
Alla luce di tutto ciò è sorprendente notare come l’eliminazione di Khamenei, e di una serie di funzionari di altissimo livello dell’Iran (dal Ministro della difesa al capo di stato maggiore, passando per il comandante dei Pasdaran), sia avvenuta in una modalità tutt’altro che complicata. La finestra di opportunità si è aperta dal momento che la Cia ha raccolto informazioni di alta affidabilità su una riunione nel complesso di Beit-e Rahbari, centro di potere dove vengono prese le principali decisioni di politica estera iraniana. Riunione nella quale sarebbero stati presenti uomini di primo rango del regime e delle forze armate, oltre che alla Guida Suprema. Non un luogo nascosto, quindi, né alternativo, nonostante la conflittualità in corso. Inoltre, secondo quanto riportato dai media statunitensi, Khamenei non si sarebbe trovato in uno dei bunker più in profondità, ma in un’ala sotterranea vulnerabile a un attacco aereo. La Cia, secondo quanto emerge, avrebbe quindi passato le informazioni a Israele, che ha scelto di agire.

Secondo elemento, collegato all’operazione appena descritta, è la conferma della volontà di Israele (in primis) e Stati Uniti di “decapitare” la Repubblica islamica. Far ricadere questa azione militare allo stallo dei colloqui su un potenziale nuovo accordo sul nucleare è difficile da credere. L’escalation va ascritta, di nuovo, alla strategia israeliana conseguente al 7 ottobre 2023, data che ha assunto le caratteristiche di un turning point per la struttura della regione mediorientale al pari della rivoluzione iraniana del 1979 e dell’interventismo statunitense post 11 settembre 2001. Le azioni militari che Israele ha condotto negli ultimi due anni e mezzo (all’infuori del contesto della Striscia di Gaza) hanno come principale obiettivo la disarticolazione dell’architettura di sicurezza regionale dell’Iran. Su un piano tattico, tale obiettivo passa per una serie di operazioni mirate alle varie propaggini che Teheran dispone nell’area, e di conseguenza regionalizza il conflitto. Su un piano strategico, Israele vorrebbe la fine della Repubblica islamica, ma un’operazione di questa portata è fuori dalle capacità dello Stato ebraico. Quel che è certo, è che l’arco di crisi partito a seguito del 7 ottobre 2023 ha ridisegnato gli equilibri regionali, e portato su un piano militare quello che gli accordi di Abramo del 2020 hanno tentato di imporre in ambito diplomatico, cioè l’esclusione dell’Iran dai vertici delle gerarchie di potere del Medio Oriente.

Il terzo elemento è, quindi, capire quale sia la volontà degli Stati Uniti. Non è un mistero che Trump, sin dalla sua prima esperienza a capo dell’amministrazione, abbia avuto come obiettivo un nuovo accordo con l’Iran, che comprendesse, oltre alla questione del nucleare, forti limitazioni al sistema missilistico e al finanziamento delle milizie militari sparse nella regione. Una via diplomatica, condivisa dai principali Paesi del Golfo, che però non è presa in considerazione da Israele. E proprio questa differenza di vedute rappresenta la prima incognita da scoprire per risolvere l’equazione sul futuro della regione. Da una parte le volontà israeliane di condurre una campagna militare sino all’obiettivo finale, che è quello di mettere in sicurezza l’esistenza dello Stato ebraico eliminando alla radice quella viene considerata la principale fonte di minaccia strategica, cioè l’Iran rivoluzionario. Dall’altra la consapevolezza degli Stati Uniti che un cambio di regime in Iran richiede uno sforzo militare e di intelligence prolungato, e quindi contrario al modus operandi dell’amministrazione Trump, che sino ad oggi ha svolto principalmente operazioni in/out rapide e poco rischiose.

Il quarto elemento è interno all’Iran. Oltre alle falle nella sicurezza già citate, i prossimi giorni saranno fondamentali per capire la direzione che tenterà di prendere il Paese. Per dare una parvenza di continuità, e per rispettare i dettami della Costituzione islamica, l’Assemblea degli esperti dovrà eleggere una nuova Guida Suprema. Secondo quanto riferiscono fonti ufficiali iraniane, tale decisione andrà presa in pochi giorni. E’ certamente una condizione necessaria per dare un messaggio sia intern,o verso una società civile in forte fibrillazione, sia all’esterno, confermando l’unità della Repubblica islamica e smentendo possibili fratture nel regime. In caso i tempi di nomina si prolungassero, sarebbe legittimo ipotizzare che vi siano azioni ostili interne alle istituzioni stesse, magari con un tentativo da parte dell’ala più intransigente dei Pasdaran di accrescere la propria quota di potere. Inoltre bisogna ricordare che, senza una de-escalation, anche la nuova Guida Suprema potrebbe essere uno degli obiettivi delle azioni militari israeliane e statunitensi. In questo fragile contesto c’è il ruolo della società civile che, nel corso degli ultimi anni, ha dato prova in diverse occasioni di un malcontento nei confronti delle istituzioni islamiche. Fino ad oggi il regime ha attuato una forte repressione, ultima quella vista lo scorso gennaio, ma lo scenario potrebbe cambiare se vi fosse un prolungamento delle azioni militari statunitensi e israeliane. Con le istituzioni militari più vicine al regime indebolite, si potrebbero aprire spazi per nuove ondate di manifestazioni.

Quinto elemento, sempre interno alla Repubblica islamica, riguarda la sua dottrina militare. Nel corso degli ultimi decenni questa ha dimostrato una buona capacità di adattamento e resilienza. La capacità di sviluppare una deterrenza distribuita, non concentrata sul proprio territorio ma attraverso una rete di attori armati e grazie alle capacità missilistiche, ha consentito ha Teheran di trasformare una inferiorità militare convenzionale in una forma di pressione multilivello, e di imporre conseguentemente ai propri avversari la percezione che in caso di conflitto simmetrico i costi sarebbero stati troppo elevati. Tale architettura di sicurezza diviene, però, fortemente debole se gli avversari scelgono di spostare la competizione su un piano convenzionale. In questo contesto l’Iran si trova in una condizione di inferiorità: l’assenza di superiorità aerea, la dipendenza dalla deterrenza missilistica e dal ruolo delle milizie, rendono complesso sostenere un conflitto prolungato. Al momento Teheran ha scelto di continuare su una strada ampiamente preventivabile, cioè quella di incendiare la regione, colpire le infrastrutture energetiche dell’area, e sperare che gli attori colpiti possano premere su Stati Uniti e Israele per arrivare ad una de-escalation. Il rischio principale di questa strategia è accrescere il proprio isolamento, e spingere i Paesi dell’area in una posizione conflittuale contro l’Iran stesso.
Un dato da non sottovalutare è una possibile frizione tra le Guardie della Rivoluzione e l’esercito nazionale. I primi, nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati assoluti protagonisti della gestione del potere militare (e non solo) del Paese, con i secondi relegati a un ruolo marginale, anche in termini di finanziamenti. Una non tenuta dell’architettura di sicurezza iraniana potrebbe acuire i sentimenti di rivalsa dell’esercito nei confronti dei Pasdaran, e portare a legittime richieste di un maggiore peso nelle dinamiche di potere.

In conclusione: i prossimi giorni saranno fondamentali per capire il futuro regionale. Innanzitutto, vi saranno da osservare le dinamiche interne all’Iran. L’elezione di una nuova Guida Suprema sarà un segnale dirimente per la tenuta della Repubblica islamica, per capire quali saranno le politiche della stessa, e il grado di coesione interno al Paese. Inoltre, bisognerà analizzare la capacità militare iraniana in una situazione di alta e continuativa conflittualità. Quanto saranno sostenibili, sia su un piano operativo, ma anche su un piano politico, gli attacchi con droni e missili contro i principali Paesi della regione. Infine, da capire le prossime mosse degli Stati Uniti: se l’obiettivo è portare l’Iran a un tavolo negoziale, in una condizione di estrema debolezza, o se (ipotesi remota) c’è un piano che prevede una transizione di potere nella Repubblica islamica.

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