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08/01/2026
Europa

Autonomia strategica europea: la risposta necessaria al nuovo corso americano

di Alberto Evangelisti

La National Security Strategy 2025 può essere un catalizzatore per la maturazione strategica dell'Europa o accelerarne la frammentazione. Tra difesa comune, diversificazione energetica e nuove partnership globali, Bruxelles deve scegliere se diventare un attore multipolare autonomo o trasformarsi in una periferia divisa tra potenze. L'analisi degli scenari e delle strategie necessarie.La National Security Strategy 2025 (NSS 25) pone l'Europa di fronte a un bivio esistenziale. Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il continente non può più dare per scontata la partnership strategica con gli Stati Uniti. Washington ha esplicitato un approccio transazionale e condizionale, che subordina il supporto americano all'allineamento europeo su questioni militari, economiche e persino culturali. Questa crisi, tuttavia, può trasformarsi in opportunità: la NSS può fungere da catalizzatore che forzi l'Europa a una maturazione strategica accelerata, costringendola finalmente a costruire quell'autonomia tanto discussa quanto mai realizzata.

La National Security Strategy 2025 può essere un catalizzatore per la maturazione strategica dell’Europa o accelerarne la frammentazione. Tra difesa comune, diversificazione energetica e nuove partnership globali, Bruxelles deve scegliere se diventare un attore multipolare autonomo o trasformarsi in una periferia divisa tra potenze. L’analisi degli scenari e delle strategie necessarie.
La National Security Strategy 2025 (NSS 25) pone l’Europa di fronte a un bivio esistenziale. Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il continente non può più dare per scontata la partnership strategica con gli Stati Uniti. Washington ha esplicitato un approccio transazionale e condizionale, che subordina il supporto americano all’allineamento europeo su questioni militari, economiche e persino culturali. Questa crisi, tuttavia, può trasformarsi in opportunità: la NSS può fungere da catalizzatore che forzi l’Europa a una maturazione strategica accelerata, costringendola finalmente a costruire quell’autonomia tanto discussa quanto mai realizzata.

La scelta è netta: o l’Europa accelera la propria integrazione in ambito difensivo, economico e diplomatico, trasformandosi in un attore multipolare autonomo capace di dialogare da pari con USA, Cina e Russia, oppure si frammenta in un arcipelago di Stati nazionali deboli, ciascuno in cerca di accordi bilaterali con potenze esterne, finendo per diventare una periferia contesa in un mondo multipolare. Il tempo per decidere è limitato, e le conseguenze di una scelta sbagliata sarebbero irreversibili.

Rafforzare l’autonomia difensiva: verso l’Unione Europea della Difesa

La priorità assoluta per l’Europa è costruire una capacità di difesa autonoma che riduca la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. Il target del 5% del PIL richiesto da Washington è irrealistico e insostenibile per la maggior parte degli Stati membri, ma rivela una verità scomoda: l’Europa ha vissuto per settant’anni sotto un ombrello di sicurezza americano praticamente gratuito, e questo tempo è finito. La risposta non può essere semplicemente aumentare le spese nazionali, ma ripensare completamente l’architettura della difesa europea.

L’obiettivo dovrebbe essere l’accelerazione della European Defence Union (EDU), con investimenti comuni che raggiungano il 3% del PIL entro il 2028, un target ambizioso ma realizzabile se coordinato a livello europeo. Non si tratta necessariamente di creare un esercito unico europeo a breve termine, ma di massimizzare l’integrazione delle forze armate nazionali attraverso strutture di Comando e Controllo condivise, parallele ma separate da quelle NATO. Questo consentirebbe operazioni congiunte più efficaci e ridurrebbe la dipendenza dai sistemi di comando americani.

Altrettanto cruciale è l’integrazione della produzione industriale della difesa. L’Europa spende complessivamente circa 200 miliardi di euro all’anno in difesa, ma con una frammentazione in 27 sistemi nazionali che produce duplicazioni, incompatibilità e inefficienze. Un coordinamento che eliminasse i doppioni e standardizzasse piattaforme e sistemi potrebbe raddoppiare l’efficacia della spesa senza aumentare i budget. Progetti come l’European Main Battle Tank, i caccia di sesta generazione (FCAS/Tempest) e i sistemi di difesa aerea integrati (European Sky Shield) dovrebbero essere accelerati e finanziati attraverso bond comuni europei per la difesa.

Indipendenza energetica: diversificare oltre la Russia e gli USA

Il ricatto energetico, prima russo, ora potenzialmente americano, ha dimostrato la vulnerabilità strategica europea. Gli Stati Uniti offrono LNG come alternativa al gas russo, ma a prezzi superiori e con condizioni politiche. L’Europa non può permettersi di sostituire una dipendenza con un’altra. La risposta deve essere una strategia di diversificazione radicale su tre pilastri.

Primo: accelerare la transizione verso fonti rinnovabili e nucleare. Il Green Deal, spesso criticato come ideologico, è in realtà uno strumento di autonomia strategica. Eolico offshore nel Mare del Nord, solare nel Mediterraneo, e nuova generazione di reattori nucleari modulari (SMR) possono ridurre drasticamente la dipendenza da importazioni di idrocarburi entro il 2035. La crisi attuale dovrebbe essere utilizzata per superare le resistenze nazionali e accelerare gli investimenti in interconnessioni elettriche e accumulo energetico.

Secondo: diversificare le importazioni costruendo partnership stabili con Norvegia (gas), paesi del Mediterraneo orientale (Israele, Egitto, Cipro per il gas naturale), Algeria e altri fornitori africani. Il gasdotto EastMed e le infrastrutture di importazione di idrogeno verde dall’Africa del Nord dovrebbero essere priorità geopolitiche, non solo progetti commerciali.

Terzo: creare riserve strategiche comuni gestite a livello UE, non nazionale, per aumentare la resilienza a shock di breve termine. Il modello della riserva petrolifera strategica americana dovrebbe essere replicato per gas, terre rare e altri materiali critici.

Contrastare l’ingerenza esterna: proteggere la coesione europea

La NSS 25 promuove apertamente la “resistenza” contro l’UE, sostenendo movimenti nazionalisti e sovranisti. L’Europa deve rispondere con strumenti che proteggano la propria coesione dall’ingerenza esterna, sia americana che russa o di altri attori. Questo non significa limitare il dibattito democratico, ma impedire che potenze straniere manipolino il processo politico europeo attraverso finanziamenti occulti, disinformazione e supporto a forze destabilizzanti.

Servono regole più stringenti sui finanziamenti esteri a partiti politici, fondazioni e soggetti politicamente esposti, sul modello del Foreign Agents Registration Act americano. Il Digital Services Act dovrebbe essere esteso e rafforzato per contrastare campagne di disinformazione coordinate da attori statali. Piattaforme come X che rifiutano di rispettare le regole europee sulla moderazione dei contenuti dovrebbero affrontare sanzioni progressive fino all’esclusione dal mercato unico.

Parallelamente, l’Europa deve promuovere un “patto di coesione” tra Stati membri per difendere i valori europei fondamentali: stato di diritto, diritti fondamentali, solidarietà reciproca. Gli Stati che violano sistematicamente questi principi (come attualmente l’Ungheria di Orbán) dovrebbero affrontare conseguenze concrete, inclusa la sospensione dei fondi strutturali. Non si può costruire un’Europa forte se alcuni membri agiscono come cavalli di Troia per potenze esterne.

Massimizzare la leva negoziale con gli Stati Uniti

Nei rapporti con Washington, l’Europa deve adottare un approccio transazionale e assertivo, utilizzando il proprio principale asset strategico: il mercato unico. Con 450 milioni di consumatori e un PIL combinato di circa 17.000 miliardi di euro, l’UE è il più grande mercato integrato al mondo e gli Stati Uniti non possono permettersi di perderlo.

La strategia dovrebbe limitare le negoziazioni bilaterali degli Stati membri su questioni strategiche come commercio, difesa e tecnologia, centralizzando il potere negoziale a Bruxelles. Singoli accordi tra Washington e capitali europee indeboliscono la posizione collettiva. L’UE dovrebbe invece offrire un grande accordo transatlantico basato sul principio di reciprocità: collaborazione sulla competizione con la Cina (allineamento su controlli alle esportazioni di tecnologie sensibili, standard tecnici, sicurezza delle supply chain) in cambio di supporto americano sulla questione ucraina e garanzia dell’Articolo 5 NATO.

Di fronte a dazi americani, l’Europa deve essere pronta a rispondere simmetricamente, colpendo settori strategici per l’economia USA: tecnologia, agricoltura, farmaceutico. La minaccia deve essere credibile, non vuota. Durante la prima amministrazione Trump, la minaccia europea di dazi sul bourbon, le motociclette Harley-Davidson e i jeans Levi’s, prodotti iconici di Stati elettoralmente cruciali, si era rivelata efficace. Lo stesso approccio targettizzato dovrebbe essere utilizzato oggi.

Espandere le partnership globali: oltre l’asse atlantico

Per ridurre la vulnerabilità alla politica americana, l’Europa deve diversificare strategicamente le proprie partnership globali. Questo non significa abbandonare l’alleanza atlantica, ma costruire alternative che aumentino il margine di manovra europeo.

Nell’Indo-Pacifico, l’UE dovrebbe rafforzare i rapporti con India, Giappone, Corea del Sud, Australia e ASEAN. Questi paesi condividono con l’Europa l’interesse a un ordine internazionale basato su regole e sono diffidenti sia verso il dominio cinese che verso l’imprevedibilità americana. Accordi di libero scambio, cooperazione tecnologica (semiconduttori, batterie, rinnovabili) e coordinamento diplomatico su questioni globali possono creare una rete di relazioni che bilanci la dipendenza da USA e Cina.

In Africa, l’Europa deve superare il proprio passato coloniale e costruire partnership paritarie focalizzate su investimenti infrastrutturali, accesso alle risorse minerarie critiche (litio, cobalto, terre rare) e cooperazione su migrazioni e sicurezza. La Belt and Road Initiative cinese e l’attivismo russo hanno dato a questi attori un vantaggio significativo. L’Europa deve proporre un’alternativa credibile: il Global Gateway dovrebbe essere finanziato adeguatamente e implementato efficacemente, non rimanere un annuncio vuoto.

Con l’America Latina, tradizionalmente considerata “cortile di casa” americano, esistono opportunità per intensificare rapporti economici e politici. Paesi come Brasile, Argentina e Cile cercano partner che offrano alternative alla dipendenza da USA e Cina. L’accordo UE-Mercosur, bloccato da anni per resistenze francesi, dovrebbe essere finalizzato.

Lo scenario della frammentazione: i rischi di una Europa divisa

Se l’Europa fallisce nel costruire coesione e autonomia, lo scenario alternativo è drammatico. Una paralisi decisionale causata da veti nazionali bloccherebbe politiche comuni su migrazioni, difesa, energia e transizione verde. Governi euroscettici e filo-russi, AfD in Germania, RN in Francia, partiti analoghi in altri paesi, potrebbero prevalere elezioni dopo elezioni, sabotando l’integrazione e puntando a un’Europa “a diverse velocità” dove ogni Stato cerca il proprio accordo con potenze esterne.

La conseguenza sarebbe un’aumentata vulnerabilità alla Russia. Senza un deterrente credibile e con alcuni governi membri disponibili ad accordi separati con Mosca, Putin potrebbe sentirsi autorizzato a espandere la propria influenza in Moldavia, Stati baltici, Balcani occidentali. Un’Europa frammentata non avrebbe la capacità di rispondere efficacemente a minacce ibride, cyber-attacchi, disinformazione, ricatti energetici, che non richiedono invasioni militari tradizionali ma possono destabilizzare altrettanto efficacemente.

Sul piano economico, la frammentazione porterebbe a declino e marginalizzazione. Accordi bilaterali disordinati con USA e Cina frammenterebbero il mercato unico, riducendo la competitività europea. L’innovazione in settori strategici (AI, biotech, quantum computing) rimarrebbe concentrata in USA e Cina, mentre l’Europa diventerebbe un mercato di consumo, non di produzione. La conseguenza finale sarebbe la trasformazione dell’Europa in una “periferia divisa” tra potenze globali, priva di sovranità effettiva e rilevanza strategica, un destino simile al periodo tra le due guerre mondiali.

La finestra di opportunità: Europe United contro America First

La NSS 25 rappresenta paradossalmente un’opportunità storica. Per decenni, l’Europa ha discusso di autonomia strategica senza mai trovare la volontà politica di realizzarla. Ora, la minaccia esistenziale rappresentata dall’abbandono americano e dall’ingerenza esterna potrebbe fornire quella spinta che le crisi precedenti non hanno generato. L’“America First” potrebbe catalizzare un “Europe United”.

La chiave è agire proattivamente, non reattivamente. L’Europa deve smettere di vedere se stessa come un alleato minore in attesa di protezione e iniziare a comportarsi come potenza globale autonoma. Questo richiede investimenti massicci (difesa, energia, tecnologia), riforme istituzionali (maggioranza qualificata su politica estera, superamento del veto ungherese), leadership politica coraggiosa e, soprattutto, una narrativa che convinca i cittadini europei che l’integrazione non è una minaccia alla sovranità nazionale, ma l’unico modo per preservarla in un mondo multipolare.

Il momento storico è critico. Le scelte che l’Europa farà nei prossimi 12-24 mesi, mentre l’amministrazione Trump implementa la sua NSS e mentre le conseguenze della guerra in Ucraina si stabilizzano, determineranno il destino del continente per i decenni a venire. L’alternativa è semplice: autonomia strategica o irrilevanza geopolitica. Non esiste una terza via.

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