Si parla molto, giustamente, del conflitto in Ucraina. Ma non è stato l’unico confronto armato che ha purtroppo insanguinato lo spazio post sovietico. Quando l’Urss si è dissolto, molti dei suoi Stati successori sono entrati in conflitto – in linea generale – sulla sovranità di aree etnicamente composite. Anzi si può dire che tutte le guerre prodottesi nell’ultimo trentennio nello spazio ex URSS hanno questa dinamica.
Armenia e Azerbaigian sono stati protagonisti di questo tipo di conflitti. La guerra del Karabakh ha avuto due fasi. La prima nel 1992-1994, che ha visto l’occupazione da parte dell’Armenia di una regione internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian e di altri sette distretti azerbaigiani, dai quali sono fuggiti circa un milione di profughi interni. La seconda tra il settembre e il novembre del 2020, quando l’Azerbaigian ha scelto di implementare le quattro risoluzioni delle Nazioni Unite del 1993 che chiedevano la fine dell’occupazione, la restaurazione della sovranità azerbaigiana e il ritorno dei profughi. I 44 giorni di guerra si sono conclusi con una netta sconfitta dell’Armenia in un totale rovesciamento dei rapporti di forza con l’Azerbaigian rispetto all’inizio degli anni Novanta. Il 10 novembre 2020 è stata firmata una dichiarazione trilaterale tra Federazione Russa (come mediatore) Armenia e Azerbaigian che prevede la fine dell’occupazione dei territori azerbaigiani da parte dell’Armenia, l’interposizione di una forza di pace russa, il ritorno dei profughi, e lo sviluppo di una nuova connettività tra i due Stati a beneficio di tutta la regione. Come va il processo di pace e cooperazione a un oltre un anno e mezzo dalla stipula dall’accordo tripartito? Molto è stato fatto, molto rimane da fare, tanti sono i problemi e gli ostacoli da superare. Baku fino a questo momento è stata la protagonista della ricostruzione. E’ la forza vincitrice, ha disponibilità economiche maggiori, un appeal internazionale senz’altro maggiore rispetto all’Armenia povera, isolata e dipendente dalla Russia. Anzitutto sono state realizzate molte opere infrastrutturali. A tempo di record è stato costruito il primo aeroporto internazionale della regione, vicino la città azerbaigiana di Fizuli, e almeno altri due scali aerei sono in costruzione.
Altrettanto veloce è stato il completamento della strada tra Fizuli e Shusha: un’arteria pensata per un ampio traffico commerciale e turistico in una regione che ha subito 30 anni di impoverimento e isolamento. Poi c’è la ricostruzione di Shusha. Una cittadina di montagna, circondata da mura settecentesche, che è da sempre considerata la capitale culturale dell’Azerbaigian in quanto luogo di nascita e formazione di generazioni di scrittori, artisti e intellettuali. Shusha quindi, lasciata in rovine dall’occupazione armena, sta rinascendo con massicci investimenti nel settore infrastrutturale, residenziale, turistico e culturale. Si sta diffondendo, in Azerbaigian, l’usanza di andare a visitare almeno una volta Shusha, un luogo che è diventato profondamente evocativo nella coscienza collettiva azerbaigiana. Ma tutti i progetti di ricostruzione e connettività, come quello dello sviluppo del corridoio di Zanghezur, che dovrebbe finalmente integrare Azerbaigian, Armenia e Turchia, non possono però realizzarsi se non si disinnesca il pericolo maggiore: quello delle mine antiuomo.
I territori liberati sono stati lasciati dalle forze occupanti letteralmente ricoperti dai letali ordigni proibiti dalle convenzioni internazionali. Ogni giorno team di sminatori azerbaigiani accompagnati dalle unità cinofile sminano porzioni di territorio, ma il numero di mine antiuomo è così elevato che l’operazione richiederà anni. Ma nonostante le difficoltà il processo di pace sta andando avanti e vede, inaspettatamente, un ruolo proattivo dell’Unione Europea. Già più volte, come nei mesi di aprile e maggio, grazie alla mediazione del Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, si sono incontrati il Presidente azerbaigiano Ilham Aliyev e il Premier armeno Nikola Pashinyan. Sono tantissime le questioni sul tappeto: la delimitazione e demarcazione dei confini di Stato, l’apertura delle vie di trasporto e comunicazione tra i due stati, la firma di un accordo di pace. Tutti elementi, sui quali i tecnici delle due parti sono già al lavoro, e che potranno portare ad una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi e alla stabilizzazione dell’area. I due leader, sempre nel format proposto dall’Unione Europea, si incontreranno ancora a luglio o agosto. In quel momento si potrà trarre un primo bilancio delle trattative di pace.

