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24/01/2025
Europa

La sfida europea nei Balcani tra l’ombra di Trump e l’avanzata cinese

di Anna Calabrese

Alla luce della nuova amministrazione Trump e dell’espansione strategica cinese nella regione, il ruolo dell’Unione Europea nei Balcani si trova ad un bivio cruciale. Tra la prospettiva di una compatibilità di visioni tra il Tycoon e le forze politiche di destra emergenti e una politica di sostegno incerto alle politiche europee nei Balcani, gli Stati Uniti potrebbero costituire un ostacolo all’allargamento dell’UE nella zona. Altro fattore che Bruxelles dovrà considerare è anche la sempre più intensa e pervasiva presenza della Cina nella vita non solo economica ma anche politica e sociale dell’area.

Alla luce della nuova amministrazione Trump e dell’espansione strategica cinese nella regione, il ruolo dell’Unione Europea nei Balcani si trova ad un bivio cruciale. Tra la prospettiva di una compatibilità di visioni tra il Tycoon e le forze politiche di destra emergenti e una politica di sostegno incerto alle politiche europee nei Balcani, gli Stati Uniti potrebbero costituire un ostacolo all’allargamento dell’UE nella zona. Altro fattore che Bruxelles dovrà considerare è anche la sempre più intensa e pervasiva presenza della Cina nella vita non solo economica ma anche politica e sociale dell’area. 

Dopo la vittoria di Donald Trump, l’entusiasmo di numerosi leader della regione balcanica non ha tardato a manifestarsi. Dal presidente serbo Vučić, oggi largamente contestato in patria per le sue derive autoritarie, al leader albanese Edi Rama e Milorad Dodik alla guida della Bosnia, il sentimento comune è quello di una vittoria cruciale per la futura politica globale ma soprattutto dell’area, con l’auspicio di “rafforzare la nostra partnership per la pace, la prosperità e progresso” nella regione. La compatibilità delle visioni di Trump con le tendenze conservatrici ed ultra-nazionaliste delle destre in espansione allarma circa una possibile amplificazione degli approcci illiberali che oggi interessano la regione, dall’autoritarismo e la repressione delle rivolte studentesche in Serbia ai brogli ed infiltrazioni elettorali che minacciano le fondamenta democratiche in Romania. 

Contestualmente, la postura in politica estera della nuova amministrazione statunitense potrebbe incoraggiare e riportare in auge la pericolosa narrativa nazionalista legata alla cosidetta “Dichiarazione tutta serba” ratificata tra Belgrado e la Repubblica Srpska nel 2024 dalla Prima Assemblea panserba, in reazione alla candidatura del Kosovo al Consiglio d’Europa e alla votazione presso l’Assemblea Generale dell’ONU per la commemorazione del genocidio di Srebrenica. La Dichiarazione, veicolo di forte sentimento nazionalista panserbo, rivela un approccio aggressivo e anti-occidentale e pretese di predominio regionale che comprometterebbero la sovranità della Bosnia-erzegovina e gli sforzi di dialogo con il Kosovo.  

Tali previsioni circa un possibile avvicinamento alla Serbia risultano ancora più realistiche se si considera che Richard Grenell, ex consigliere ed incaricato speciale per le relazioni Serbia-Kosovo durante la scorsa amministrazione repubblicana, è stato designato da Trump come inviato per le missioni speciali in politica estera. Gli sforzi di Grenell nel rafforzare relazioni amichevoli tra Belgrado e Washington sono stati riconosciuti dal presidente della Serbia Aleksandar Vucic che nel 2023 gli ha consegnato l’Ordine della bandiera serba, in cambio dell”obiettività, onestà intellettuale e politica” dimostrate durante il suo mandato. 

La politica statunitense nei Balcani tra prove di credibilità e prospettive future 

A distanza di qualche giorno dall’attacco Banjska contro la polizia kosovara da parte di militanti serbi il 24 settembre del 2023, la Casa Bianca fu allertata circa un insolito raduno di truppe e lo schieramento di armi pesanti serbe lungo il confine con il Kosovo. Attraverso un’intensa e sensibile attività di intelligence, che comprese anche la declassificazione e divulgazione dei movimenti delle truppe di Belgrado, l’amministrazione Biden e in particolare il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan riuscirono ad esercitare pressioni sul governo serbo, fino ad ottenere il ritiro dei carri armati e artiglieria al confine. Dopo mesi di crescenti tensioni che poco hanno attirato l’attenzione dei tavoli globali, gli Stati Uniti dimostrarono di avere ancora una voce in capitolo e un potenziale di deterrenza sull’area, risolvendo quella che fu definita “una delle più grandi escalation degli ultimi anni” tra Belgrado e Pristina. L’impegno radicato e la rinnovata dimostrazione di assertività statunitense nell’area è uno degli elementi alla base del sostegno di cui Joe Biden sembra giovare nella regione: secondo i sondaggi dell’International Republican Institute, il presidente uscente gode di un tasso di approvazione del 85% in Kosovo, del 67% in Albania e del 52% in Bosnia, contro il 12% in Serbia e nella Repubblica Srpska, l’entità serba in Bosnia e Erzegovina. 

Uno degli effetti dei crescenti attriti al confine kosovaro nel 2023 fu poi l’autorizzazione da parte della NATO dell’invio di forze aggiuntive per “affrontare la situazione”, dimostrando un approccio statunitense equilibrato per la stabilizzazione dell’area, ben accolto da Pristina ma contestato da Belgrado. Sarà proprio il ruolo della NATO uno dei nodi più intricati con la futura amministrazione Trump, considerata la ormai chiara tendenza al disimpegno strategico dall’Europa e le prospettive di indebolimento dell’Alleanza Atlantica, sulle cui dinamiche di membership il Tycoon sembra essere fortemente scettico. La potenziale diminuzione del coinvolgimento militare nella missione KFOR potrebbe indebolire gli sforzi della comunità internazionale per la stabilizzazione dell’area e la prevenzione di futuri conflitti, minando anche indirettamente gli obiettivi della missione europea EUFOR Althea, lanciata nel 2004 in per garantire il rispetto degli accordi di Dayton. 

Intanto, a pochi giorni dall’insediamento della nuova amministrazione, in Serbia i funzionari del governo e il presidente Vucic nutrono grandi speranze circa una nuova era nelle relazioni tra Belgrado e Washington, fino ad affermare che con Trump “l’intero sistema del falso mondo liberale crollerà”, auspicando un approccio anti-globalista e, soprattutto, posizioni statunitensi più favorevoli alla Serbia nel processo di dialogo sul Kosovo. Il già citato rapporto privilegiato con il funzionario di stato Grenell oltre che i numerosi e ambiziosi accordi immobiliari finalizzati da Jared Kushner, genero di Trump, in Serbia e Albania sembrano essere segnali di conferma dell’ottimismo diffuso. 

L’ombra del Dragone sui Balcani

Sebbene la  prospettiva di avvicinamento dell’amministrazione Trump al fianco Est dell’Europa, con il rafforzamento delle relazioni con Serbia, Ungheria, Slovacchia e Polonia, riveli la necessità di controllare e controbilanciare l’influenza russa, la sfida più grande per gli Stati Uniti sarà volta alla crescente concorrenza con la Cina. 

Questo imperativo avrebbe anche ripercussioni nell’area balcanica: la Cina sta infatti rafforzando la sua influenza nei Balcani Occidentali con progetti e finanziamenti sul territorio che spaziano dallo sviluppo infrastrutturale, dei trasporti, dell’energia, cultura e media, settori che implicano, tra il resto, un’intensa interazione con le istituzioni statali. Lo stallo e l’andamento incerto del processo di adesione all’UE, unito all’instabilità geopolitica della regione genera opportunità per Pechino di inserirsi come partner strategico e credibile in settori chiave per accelerare lo sviluppo dell’area, allarmando circa rischi di “trappole del debito” a causa di cessioni di denaro dalle condizioni blande e l’alto tasso di corruzione che caratterizza la governance dei Paesi balcanici. 

La presente immagine, parte di uno studio di BIRN, offre una mappatura della presenza cinese nei Balcani occidentali, sottolineando il trend temporale degli investimenti in crescita, con un incremento notevole tra il 2020 e il 2021. Dalla mappa si evince come la Serbia costituisca l’hub regionale di Pechino, con ben 61 progetti in totale dal 2012 ad oggi. Assente nella strategia cinese sembra essere invece il Kosovo: alla luce della salda alleanza tra Belgrado e il Dragone, per la Cina risulta difficile tentare un approccio più ambizioso nel Paese. Inoltre, il carattere fortemente filooccidentale e filo atlantico del Kosovo non giova 

alle mire cinesi, giustificando una certa freddezza e distanza nelle relazioni tra i due Paesi. 

Fonte: https://china.balkaninsight.com/

Uno dei progetti più recenti ed ambiziosi con cui la Cina conferma la sua presenza regionale, interessa il settore dei trasporti e prevede la costruzione della metropolitana di Belgrado targata PowerChina, azienda statale cinese leader nel settore delle costruzioni di ingegneria civile coinvolta in oltre 100 paesi con i suoi progetti. Il governo di Belgrado aveva già segnato un memorandum d’intesa con la società nel 2019, per poi ultimare l’accordo per la costruzione della prima fase della linea 1 a fine 2024, per un valore di oltre 720 milioni di euro. 

Pechino, però, sta allargando la sua ombra ben oltre il solo settore economico-commerciale e delle infrastrutture, incrementando la sua presenza e conseguente influenza negli spazi pubblici e digitali della regione, posizionandosi nel settore dei media. La Cina starebbe costruendo un quadro di cooperazione mediatica con istituzioni mediatiche pubbliche e private della regione, espandendo  la sua influenza in punta di piedi anche nella sfera politica, culturale e sociale dei Paesi target, allarmando circa la diffusione di disinformazione e possibili narrative distorte. 

Esempio della strategia di sharp power cinese sul terreno mediatico è l’accordo di collaborazione tra la Xinhau News Agency con agenzie media in Albania, Serbia, Macedonia e Bosnia. I media albanesi, sulla base di accordi risalenti al 2019, emettono da anni contenuti cinesi gratuiti, tra cui documentari che approfondiscono il tema del sistema di governance cinese. Simili collaborazioni e partnership con i media locali proliferano in tutta la regione, garantendo a Pechino segmenti di visibilità per la promozione di campagne di propaganda economico-finanziaria e commerciale a sostegno dei progetti di espansione nell’area. I metodi della strategia cinese rischiano di minare le istituzioni politiche e la fiducia della popolazione negli sforzi di integrazione euro-atlantica, campanello di allarme per l’Unione Europea che necessita, ancora più di prima, di accelerare l’allargamento dell’UE nei Balcani.

La risposta dell’UE 

Il processo di allargamento verso i Balcani, inaugurato con la concessione dello status di candidato alla Macedonia del Nord del 2005, seguita poi dai vicini Montenegro, Serbia (2010), Albania (2014) e Bosnia (2022), si è da anni arenato. L’UE guarda con preoccupazione all’instabilità politica della regione, evidenziando un rischio concreto di indebolimento del multilateralismo in chiave europea e di scivolamento verso derive illiberali e nazionaliste, che potrebbero essere incoraggiate dalla postura di Trump e minare il rispetto dei criteri di Copenhagen

Parallelamente, la Cina sta consolidando il suo ruolo come rilevante e necessario attore geopolitico nella regione, attraverso una strategia di sharp power dettata dalla penetrazione economica e culturale. Entrambe le dinamiche, il possibile spalleggiamento degli USA verso un allontanamento dalla sfera europea e la crescente influenza cinese, sono favorite da una certa debolezza istituzionale dell’UE nell’area, poco assertiva e troppo poco coordinata con gli altri attori nell’area. La risposta dell’UE risulta allora cruciale per fronteggiare le potenziali sfide e incertezze per gli equilibri euro-atlantici: oltre ad un rafforzamento e accelerazione dei processi di integrazione, urge anche un consolidamento di alleanze strategiche orientate agli interessi economico-commerciali della regione, i quali sembrano spingere i Paesi balcanici, primo tra tutti la Serbia, tra le braccia di Cina e Russia. 

L’anno nuovo è considerato l’anno del bivio per le relazioni UE-Balcani. Nel 2018 la Commissione Europea aveva stimato la definitiva adesione per Serbia e Montenegro proprio nel 2025, ma il possibile avvicinamento di Belgrado a Trump, oltre che la sua stretta collaborazione con la Cina sembra rendere questo obiettivo irrealistico. Il 2025 obbligherà l’Unione a tenere gli occhi puntati a sud-est, tra le prossime elezioni in Albania e Kosovo e i disordini che scuotono la Serbia e chiedono elezioni anticipate.Un approccio sì orientato alla stabilità democratica e al rispetto dello stato diritto ma bilanciato da una linea pragmatica che guarda agli interessi comuni e partnership mirate potrebbe essere la chiave per rendere l’area stabile e resiliente a pressioni esterne, garantendo un’integrazione a tutto tondo nel tessuto democratico, istituzionale ma anche economico-commerciale europeo.


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