Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
23/11/2014
Notizie

Blitzkrieg contro l’amianto. Analisi storica a cura del prof. Bizzarri

di Mariano Bizzarri

L’impiego dell’amianto è fuori legge in Italia dal 1992, a seguito della approvazione della legge n. 257. La norma, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti l’estrazione e la lavorazione dell’asbesto, è stata la prima ad occuparsi anche dei lavoratori esposti, prevedendo una consistente rivalutazione contributiva per coloro cha abbiano contratto una patologia riconducibile alla contaminazione da amianto. Per arrivare a questo risultato ci sono voluti circa cinquant’anni di ricerche, battaglie sindacali, dibattiti politici. Il tutto condito con il sangue di migliaia di vittime che ancor oggi attendono giustizia.

Molto probabilmente si sarebbe potuto evitare di pagare un tale prezzo. Se solo qualcuno avesse rivolto maggiore attenzione a quanto era già stato in precedenza scoperto e attuato a cavallo degli anni ’40 dal III Reich.

La Germania di Hitler aveva individuato nella malattia – ed in special modo nel cancro – una insopportabile minaccia per la salute dell’homo germanicus, salute reputata essere il prerequisito imprescindibile per la crescita di una nazione sana e prospera. Una campagna di ricerche senza precedenti venne attivamente sostenuta, finalizzandola alla identificazione di misure preventive che consentissero di eradicare alla radice la crescente incidenza di tumori che stava drammaticamente interessando la Germania (al pari degli altri paesi industrializzati). In quest’ottica vennero promosse campagne anti-tabacco e a favore di stili di vita (soprattutto alimentari) ritenuti contrastare l’insorgenza della malattia.

Uno degli aspetti più importanti – e sorprendenti, considerati i tempi! – di questo programma, riguardava l’attenzione dedicata alla cancerogenesi da esposizione professionale. Questo specifico interesse riflette la convergenza di una duplice eredità: normativa e scientifica. Da un lato, il Reich ereditava dallo Stato prussiano la preoccupazione per la tutela delle condizioni di vita in fabbrica, promovendo a tutti i livelli l’igiene del lavoratore (e della sua famiglia),  preoccupazione che aveva portato già nel 1883 ad istituire i “Fondi per Malattia” (destinati a supportare i lavoratori delle aziende). Quella normativa sarebbe stata ampliata a partire dal 1934, con l’inclusione di misure più articolate ancora, destinate alla prevenzione degli infortuni ed alla copertura delle spese mediche per gli operai ammalati. In secondo luogo, la Germania beneficiava degli straordinari progressi conseguiti dalla medicina tedesca che nei primi anni trenta era venuta a collocarsi all’avanguardia delle ricerche volte ad identificare i nessi patogenetici tra malattia ed esposizione ai più diversi agenti fisici e chimici: raggi X, polveri disperse, uranio, amianto ed altri ancora.

I medici tedeschi erano rimasti oltremodo colpiti dalla frequenza di alcuni specifici tipi di tumore (cancro del polmone, della vescica, della pleura) sopravvenuti tra i lavoratori impiegati nelle industrie del vetro, della metallurgia, dei coloranti, tra i minatori delle mine di uranio e gli operai esposti all’amianto, al cromo e all’arsenico (come per esempio i venditori di vino). Questi tumori (che nel seguito sarebbero stati definiti occupazionali”), ancorché costituissero sola una piccola frazione di tutte le neoplasie registrate nel paese, presentavano ciò nondimeno un grande interesse scientifico e sanitario. Dal punto di vista medico offrivano infatti l’opportunità straordinaria di capire attraverso quali meccanismi si sviluppasse un tumore, posto che se ne conosceva la causa, identificata nelle sostanze cui erano esposti i pazienti. Conoscendo la “causa” era logicamente possibile prevenire (perlomeno tale era la convinzione diffusa) la malattia e questo spiega lo straordinario interesse sanitario e politico che i tumori professionali suscitarono nella “nuova” Germania.

Il Nazionalsocialismo poneva grande enfasi nella valorizzazione della figura dell’uomo-lavoratore. Il lavoro, le cui virtù erano celebrate da arte e letteratura – assunse un’aura mistica, eroica, connotandosi come dovere morale, paragonabile per rilevanza solo al servizio militare. Gli uomini avevano il “dovere di lavorare” piuttosto che il “diritto ad un lavoro”, contrariamente a quanto si sarebbe poi affermato nelle società opulente del dopo-guerra realizzando in questo un significativo capovolgimento di valori. L’esercizio di un “mestiere” rispondeva non solo alle esigenze della Nazione, ma consentiva altresì al singolo di esprimere il meglio di se stesso. Per favorire l’accesso alla piena occupazione, il Ministero del lavoro avviò, già a partire dal 1933, un ambizioso ed articolato programma che prevedeva, tra l’altro, un intenso ricorso allo straordinariato ed una progressiva “militarizzazione” dell’economia. I ritmi produttivi salirono vertiginosamente e con questi il tasso di incidenti sul lavoro. Si calcola che gli infortuni mortali siano cresciuti del 10% dal 1933 al 1938, mentre il numero di incidenti invalidanti sia passato, nello stesso arco temporale, da 4000 a 6000. Nel tentativo di arginare il danno, il governo cercò sia di razionalizzare ed ottimizzare i processi produttivi, sia di potenziare il controllo e la prevenzione medica direttamente all’interno delle aziende. Il numero dei “medici di fabbrica” (Betriebsärzte) aumentò da 467, nel 1939, ad addirittura 8000 nel 1944: a costoro erano affidate diverse mansioni, dal controllo periodico dello stato di salute degli operai alla verifica dell’igiene e del rispetto delle norme correlate.

Sotto il profilo giuridico la Germania aveva prodotto in pochi anni un corpus di regolamenti e di leggi assolutamente innovative, anticipando di alcuni decenni alcuni aspetti della legislazione sociale e sanitaria che sarebbe stata introdotta nel resto d’Europa (Tab. I). Le normative promulgate dal nazionalsocialismo rendevano obbligatorio il risarcimento per infortuni o malattie contratte per cause professionali e prevedevano misure di tutela differenziate nei riguardi dei giovani (per questi veniva imposta una limitazione degli orari di lavoro) e per le donne, specialmente se in gravidanza. Parallelamente venne pianificato un ambizioso programma di prevenzione, rivolto in particolare ai giovani (con l’intento di contrastare il tabagismo) e alle donne. Le prime campagne per la diagnosi precoce dei tumori del seno, così come di quelli del collo dell’utero vennero condotte a partire dal 1938 e si protrassero – incredibilmente! – fino al 1943.

L’abito funebre dei Re

Uno degli aspetti più rimarchevoli degli studi condotti in quel periodo indirizzati a chiarire il nesso tra tumori ed ambiente lavorativo, fu l’interesse straordinario portato sulle polveri presenti negli ambienti di lavoro, con particolare riferimento all’amianto.

Con il termine di amianto o asbesto si intende un insieme di minerali (Crisotilo, Crocidolite, Tremolite, Amosite, Actinolite) ottenuti combinando idrati di silicato di magnesio con percentuali variabili di ferro e altri elementi. L’amianto è un materiale piuttosto comune ed è normalmente rinvenuto sotto forma di fibre di lunghezza e consistenza diversa. Questa  caratteristica così peculiare, unitamente all’elevatissima resistenza al fuoco, hanno fatto dell’amianto un candidato ideale per il confezionamento di stoffe ignifughe. Un aneddoto medievale racconta di come Carlomagno, per stupire i propri ospiti, avesse gettato nel fuoco una tovaglia d’amianto  recuperandola intatta dopo una diecina di minuti. I Re del Medioevo venivano inceneriti avvolti da un lenzuolo rivestito d’asbesto che consentiva al termine della cremazione il recupero delle ossa, e in ragione di questo uso il minerale era stato soprannominato “l’abito funebre dei Re”.

Disgraziatamente, le fibre d’asbesto, estremamente resistenti alla degradazione ambientale, rimangono a lungo in sospensione nell’aria  e vengono respirate, depositandosi nei polmoni. Non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa: teoricamente l’inalazione anche di una sola fibra può causare il mesotelioma ed altre patologie mortali. Un’esposizione prolungata nel tempo aumenta esponenzialmente il rischio. A distanza di anni dal primo contatto, a seguito di processi infiammatori cronici accompagnati da  rimaneggiamento del tessuto interstiziale, si osserva lo sviluppo di una tra le più classiche pneumoconiosi (patologia polmonare da inalazione di polvere): l’asbestosi, caratterizzata dalla distruzione progressiva di tessuto alveolare, sostituito da aree fibrotiche e tessuto infiammatorio. Segnalata già nell’antichità, specificamente da Plinio il Vecchio, l’individuazione dell’asbestosi come entità patologica a se stante sarebbe stata compiuta solo alla fine del XIX° secolo in Inghilterra, che, insieme agli Stati Uniti, era il paese maggiormente coinvolto nella produzione di fibre di asbesto.

La Germania non fu mai un importante produttore di amianto e l’incidenza di asbestosi si mantenne sempre alquanto bassa, almeno fino ai primi anni ’20. In quegli anni, la ripresa delle costruzioni navali, con il concomitante largo impiego di amianto – principalmente utilizzato come isolante nei locali caldaie – si accompagnò ad un improvviso aumento dei casi di asbestosi e di altre patologie correlate all’uso del minerale. Gli studi sui possibili nessi eziologici tra amianto e patologia umana ricevettero immediatamente nuovo impulso.

Evidenze sperimentali

Già nel 1938 ben quattro studi fornirono consistenti argomenti a favore di un legame tra esposizione all’asbesto e cancro del polmone. Una delle pubblicazioni, a firma di Martin Nordmann, dimostrava come il 12% delle persone affette da asbestosi avrebbero finito con il contrarre un cancro al polmone. La conclusione cui giungeva lo studioso era che “un nuovo cancro professionale aveva fatto la sua comparsa in Germania”. Le autorità sanitarie non avevano tuttavia atteso il verdetto della scienza per assumere, e con largo anticipo, una serie di importanti decisioni. Nel 1936 fu avviata la “campagna contro la polvere” nei luoghi di lavoro, le cui disposizioni prendevano specificamente come obiettivo le fibre di amianto: furono istituite sale attrezzate per la gestione del minerale e i reparti vennero dotati di ventilatori. Nel 1937 il Ministero del Lavoro, insieme alla Società Tedesca per la Protezione del Lavoro, costituì un comitato con il compito di analizzare e investigare l’intera filiera produttiva e il possibile meccanismo d’azione dell’asbesto. Nel 1940 il comitato – presieduto da Ernst Baader – aveva già raccolto tanto materiale da capire che il rischio era maggiore nel corso delle prime fasi di lavorazione del materiale e che questo agiva per il tramite di una irritazione meccanica cronica. Il comitato Baader emanò una serie di direttive volte a minimizzare l’esposizione, a sancire i livelli massimi di polvere tollerabili, indicando gli accorgimenti tecnici per tenerle sotto controllo. La normativa proibiva il contatto con l’amianto ai minori di anni 18 e ribadiva il nesso causale tra asbesto e cancro del polmone. Infine, nel 1943, Hans Wedler pubblicava i dati che mostravano come i lavoratori dell’amianto fossero soggetti ad un tumore raro, a carico della pleura – il mesotelioma – avviato da allora ad una triste fama. Nello stesso anno il governo del Reich assegnò al mesotelioma ed al carcinoma del polmone secondari ad esposizione ad amianto lo status di malattia professionale. Come tali, entrambi sarebbero stati soggetti ad indennizzo. In Italia abbiamo dovuto attendere il 1994 per giungere alle stesse conclusioni.

Poco dopo la fine della guerra, nel 1948, Wedler  e Sorge avrebbero per la prima volta riprodotto sperimentalmente il cancro del polmone nel topo (costretto ad inalare polvere di asbesto per alcune settimane), fornendo così la prova scientifica definitiva del nesso eziologico.

A fronte di questi dati, ci si domanda ancora come sia possibile che l’Europa abbia dovuto attendere cinquant’anni per arrivare alle stesse conclusioni ed arrendersi all’evidenza. Cosa può rendere ragione di un ritardo tanto inspiegabile quanto ingiustificabile?

La rimozione della memoria

Robert Proctor, lo storico statunitense cui dobbiamo la più esaustiva ricostruzione storica dell’impegno tedesco nella ricerca sui tumori (R.N. Proctor, La guerra di Hitler al cancro, Raffaello Cortina Editore, 2000), ritiene che un fattore decisivo sia stato il discredito morale in cui era incorsa la medicina tedesca a seguito delle scoperta degli esperimenti compiuti dai medici delle SS nei campi di concentramento. Non solo, ma il peso dell’ideologia nazionalsocialista veniva considerato tale da inficiare la bontà dei risultati conseguiti. Indegnità morale e inquinamento ideologico furono ritenute aver prepotentemente contribuito ad orientare e verosimilmente a falsificare i risultati ottenuti. La cancerogenicità dell’amianto, insomma, era da considerarsi un errore, frutto ad un tempo della ciarlataneria e dell’immoralità della scienza nazista. Si può immaginare con quale soddisfazione i produttori americani di amianto accolsero queste conclusioni.

L’elemento “ideologico” è però un argomento debole. Infatti, quando si è trattato di impossessarsi dei risultati tecnologici e delle ricerche condotte dagli scienziati nazionalsocialisti nei settori della chimica, dell’ingegneria, dell’agronomia e in tanti altri ancora (basti solo pensare alla scienza dei propellenti e del volo aerospaziale), non sembra che né americani né sovietici abbiano guardato tanto per il sottile. Pertanto, invocare il disprezzo per tutto ciò che era tedesco, che recasse in qualche modo in sé le “stimmate” del nazionalsocialismo, può rendere conto di un clima psicologico comprensibile, ma che verosimilmente non imbarazzava più di tanto coloro che, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, si dettero un gran daffare nel fare incetta di invenzioni, brevetti e scoperte prodotte dall’odiato nemico.

La spiegazione va probabilmente ricercata in altre direzioni. Giova innanzitutto ricordare come le prime segnalazioni circa una probabile associazione tra amianto e tumori vennero condotte e pubblicate sia in Inghilterra sia negli Stati Uniti, addirittura nel 1935. Le ricerche tedesche degli anni ’40 citano correttamente quei lavori, mentre è invece sorprendente che di essi si sia persa memoria nella letteratura scientifica del dopoguerra. Bisognerà attendere gli anni ’90 perché quegli pionieristici studi ricevano il giusto riconoscimento e tornino ad essere citati. Il nesso tra amianto e tumori non potrebbe quindi costituire di per sé prerogativa della “cattiva” scienza nazionalsocialista, dato che insospettabili anglosassoni avevano in precedenza individuato la stessa correlazione.

Proctor propone che la nascente scienza della Epidemiologia abbia sostenuto un ruolo negativo tutt’altro che irrilevante nella “rimozione” delle evidenze sperimentali in forza delle quali l’asbesto era stato messo sul banco degli accusati. L’epidemiologia, sviluppatasi in modo organico solo dopo il 1950, stabilisce correlazioni statisticamente significative tra gli oggetti presi in considerazione. La robustezza dei risultati ottenuti dipende in primo luogo dalle dimensioni del campione studiato: osservazioni condotte su grandi numeri permettono di ridurre in modo sensibile la probabilità di incorrere in errori. Sotto questo profilo gli studi epidemiologici condotti in Germania presentavano il bias di essere limitati a pochi casi. Invero, questo argomento è stato addebitato anche alle successive indagini epidemiologiche, tanto da costituire il principale elemento di difesa invocato dalle ditte produttrici di amianto nel corso degli innumerevoli processi che hanno cominciato a subire a partire dagli anni ’70. E’ tuttavia anche questo un argomento specioso per più di un motivo. In primo luogo, perché qualunque studio epidemiologico, soprattutto quando riguarda tumori relativamente rari (come il mesotelioma), soffre di limitazioni di campionamento che possono essere strumentalmente invocate per ridimensionare o inficiare la bontà delle conclusioni. Per quanto riguarda i primi studi condotti in Germania l’accusa è oltretutto ingenerosa: qualunque studio epidemiologico nelle sue fasi preliminari non potrebbe che riguardare che limitati campioni, dato che il suo obiettivo è propriamente quello di segnalare una possibile associazione che dovrà essere poi accertata con metodi sperimentali.

Quando i fatti non coincidono con le teorie

Qui veniamo al secondo motivo in forza del quale la critica mossa dagli epidemiologici alle ricerche tedesche non può essere ricevuta. La conferma del nesso patogenetico non potrebbe mai procedere dall’epidemiologia che, torniamo a sottolinearlo, si limita ad evidenziare una associazione statistica. L’esistenza di una relazione di causa-effetto deve essere conseguita in laboratorio, con test su cellule o su animali. Ciò tanto più è vero quanto più esiste – come nel caso dell’amianto – un elevato intervallo di latenza tra l’esposizione e il momento in cui compare la malattia clinicamente rilevabile. Come ricordato dianzi, la prova sperimentale venne fornita da Wedler e Sorge, il cui studio, riscoperto negli anni ’70 dagli avvocati americani, non a caso avrebbe costituito l’elemento probatorio principale nel corso della causa che li vedeva opposti a John-Mainville e ad altri produttori d’amianto degli Stati Uniti (D. Ozonoff, Health and safety of workers, N.Y., Oxford University Press, 1988, p. 140). Gli scienziati tedeschi avevano condotto studi clinici ed indagini atomo-patologiche rigorosissime, individuando le fibrille del materiale nelle aree dove si sviluppava il cancro. Tutto questo era però insufficiente per una scienza medica già percorsa dai fremiti di una profonda rivoluzione che l’avrebbe portata ad imboccare la strada dell’assoluto determinismo genetico. In base a questo, qualunque supposto fattore cancerogenico avrebbe potuto indurre un tumore solo se capace di determinare danni o lesioni trasmissibili a carico del materiale genetico (il genoma) racchiuso nel nucleo di una cellula. Questo paradigma assurse ben presto a livello di dogma, condannando le spiegazioni alternative del cancro al dimenticatoio.

Disgraziatamente, l’amianto – così come molti altri fattori oggi riconosciuti come sicuri cancerogeni – non determina a carico del DNA nessuna mutazione. In altri termini l’asbesto sembra indurre la trasformazione tumorale attraverso meccanismi principalmente legati a fattori di ordine meccanico ed infiammatorio che alterano il microambiente su cui si impiantano le cellule del polmone e della pleura, e che non comportano l’attivazione di oncogeni o specifiche alterazioni del materiale genetico. Dato che il processo per mezzo del quale il minerale esplica la propria azione non rientrava nel quadro concettuale della teoria “universalmente”  accettata, non poteva di conseguenza essere compreso. E veniva di fatto scartato dal novero delle possibilità. Conseguentemente, per molto tempo non si è dato credito all’ipotesi del ruolo cancerogenico dell’amianto, giungendo fino a negarne l’evidenza.

Storie di questo tipo non sono purtroppo rarità. Si tratta anzi di un’evenienza alquanto frequente nella storia della scienza, come ha dimostrato per primo Thomas Khun nel suo La Teoria delle Rivoluzioni Scientifiche. Ma che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che non esistono ambiti del pensiero umano che possano realmente considerarsi immuni dalla contaminazione ideologica. La pretesa obiettività scientifica – massimamente quando la si vuole contrapporre ad altre discipline – è nel migliore dei casi un’illusione. Nel peggiore, è una frode.

Gli Autori