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03/03/2025
Europa, Russia e Spazio Post-sovietico

La condanna di Dodik e la crisi senza fine della Bosnia

di Anna Calabrese ed Andrei Daniel Lacanu

E’ del 26 febbraio scorso il verdetto di condanna da parte del Tribunale di Sarajevo nei confronti di Milorad Dodik, Presidente della Repubblica Srpska, per aver emanato leggi che sospendevano le sentenze della Corte Costituzionale e sfidato le decisioni dell’Alto Rappresentante delle Nazioni Unite. La sentenza si inserisce in un contesto di tensione ormai consolidato in Bosnia e sembra sottolineare l’insolubile divario tra i desideri di integrazione con l’Occidente e l’avvicinamento alla Russia.


E’ del 26 febbraio scorso il verdetto di condanna da parte del Tribunale di Sarajevo nei confronti di Milorad Dodik, Presidente della Repubblica Srpska, per aver emanato leggi che sospendevano le sentenze della Corte Costituzionale e sfidato le decisioni dell’Alto Rappresentante delle Nazioni Unite. La sentenza si inserisce in un contesto di tensione ormai consolidato in Bosnia e sembra sottolineare l’insolubile divario tra i desideri di integrazione con l’Occidente e l’avvicinamento alla Russia.

Il processo che vede protagonista Milorad Dodik, presidente dell’Entità Serba della Bosnia Erzegovina, iniziò nel dicembre del 2023 quando fu accusato di non rispettare l’autorità e le decisioni dell’Alto Rappresentante ONU per la pace Christian Schmidt, incaricato di garantire la stabilità della zona e  monitorare il rispetto degli accordi di Dayton del 1995 che posero fine al sanguinoso conflitto serbo-bosniaco.  

L’intricata struttura governativa bosniaca 

Risultato degli eventi storici che l’hanno resa protagonista, la struttura governativa della Bosnia Erzegovina presenta caratteristiche uniche che riflettono la particolare composizione demografica del Paese. Figlio degli accordi di pace di dayton del 1995, questo complesso quadro costituzionale fu pensato per promuovere pace e stabilità politica in una società altamente multietnica e attraversata da tensioni continue. Il governo bosniaco è composto dalle due entità principali della Federazione di Bosnia Erzegovina, con capitale Sarajevo e abitato principalmente da bosgnacchi e croato bosniaci musulmani, e della Repubblica Srpska (RS), area a maggioranza serba con capitale de facto Banja Luka. Ad esse si aggiunge il distretto di Brcko, unità amministrativa a statuto speciale il cui territorio appartiene ad entrambe le entità. Questa struttura è cristallizzata nella Costituzione della Bosnia ed Erzegovina, la quale corrisponde all’allegato 4 degli Accordi quadro di Dayton del 1995 e che delinea i ruoli e le dinamiche di condivisione del potere tra le diverse entità, allo scopo di mitigare le tensioni interetniche e garantire la stabilità e il rispetto degli accordi, preservando al contempo le distinte identità della popolazione. Sintomo degli sforzi di armonizzazione e rappresentanza è la presidenza tripartita e composta, come sancito dall’art. 5 della Costituzione,  da un membro per ciascun gruppo etnico. Il membro bosniaco e croato vengono eletti nella circoscrizione della Federazione, mentre quello serbo dalla Repubblica Srpska e ricoprono la carica assegnata per 4 anni. Sebbene si tratti di un organo collettivo, solo un membro a rotazione ogni 8 mesi è designato come presidente formale, con il candidato più votato che dà inizio alla legislatura. Attualmente l’incarico è in mano alla rappresentante serba Zelijka Cvijanović, affiancata dal croato Željko Komšić e dal bosniaco Denis Bećirović. Mirolad Dodik ricoprì proprio questa carica dal 2018 al 2022. 

Dodik: figura politica controversa 

Nato nella capitale dell’area a maggioranza serba Banja Luka, il Presidente della Repubblica Srpska al suo secondo mandato inaugurato nel 2022 è una figura politica consolidata in Bosnia, a capo dell Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD). Già Primo Ministro dal 1998 al 2001 e dal 2006 al 2010, durante la guerra civile egli fu a capo dell’unico partito che si oppose a Karadzic, ex leader della repubblica Serba di Bosnia rimosso dall’incarico nel 1996 e condannato a 40 anni di carcere per crimini di guerra. Il suo approccio in contrasto con le politiche di Karadzic ha ingenuamente rassicurato la comunità internazionale e soprattutto i leader occidentali circa la sua ascesa al potere, ottimismo poi ridimensionato a causa di una lenta deriva autoritaria e nazionalista allarmante negli ultimi anni. Manifestazione del crescente nazionalismo e delle tensioni che interessano l’entità serbia in Bosnia, considerata come la più aggressiva e intollerante delle realtà che compongono l’ordine costituzionale del paese, fu la schiacciante vittoria del sì al referendum indetto da Dodik nel 2016 circa l’istituzione di una festa “nazionale” il 9 gennaio, data in cui inizio la guerra di Bosnia. Considerato discriminatorio contro i non serbi e osteggiato dai croati cattolici e dai bosniaci musulmani, il voto fu condannato e dichiarato incostituzionale da parte della Corte Costituzionale del Paese. L’allora Alto Rappresentante per le Nazioni Unite Inzko si pronunciò contro la decisione, denunciando che essa violasse gli accordi di Dayton mentre la Russia, storica alleata della causa serba, si schierò al fianco di Dodik, convinto che il referendum non costituisse una minaccia per l’integrità bosniaca. Avvicinandosi sempre di più a Vladimir Putin negli ultimi anni, Dodik ha promosso una linea politica nei confronti del governo centrale sempre più aspra, boicottando le istituzioni e minacciando il ritiro dei propri rappresentanti da strutture federali come l’esercito e gli apparati amministrativi. A questo proposito, nel 2022 gli Stati Uniti imposero sanzioni per dissuadere il leader serbo-bosniaco ad adottare misure che destabilizzassero e minacciassero gli equilibri della regione. Le promesse di secessione e indipendenza della Repubblica, inoltre, non fanno che aggravare la crisi politica più grave dalla fine della guerra che preoccupa la comunità internazionale. 

Dodik-Schimdt, tra tensioni etniche

Lo scontro tra Dodik e le autorità centrali bosniache si è accentuato con l’insediamento di Christian Schmidt come Altro Rappresentante per la pace, di cui il leader non ha mai riconosciuto la legittimità. Nel 2023, l’assemblea della RS ha portato avanti dei disegni di legge mirate a non riconoscere più i pronunciamenti dell’Alto Rappresentante per la pace e dalla Corte costituzionale. Nonostante l’AP ne avesse chiesto il blocco, l’assemblea dell’entità serba ha approvato le leggi contestate: la situazione è culminata con l’inizio di un processo giudiziario contro Dodik e Milos Lukic, direttore della Gazzetta Ufficiale della Republika Srpska (quest’ultimo con l’accusa di non aver dato notizia delle decisioni dell’AP intenzionalmente).

Dodik e l’SNDS ha sempre bollato il processo come una rappresaglia politica ai danni suoi e dei serbi. A complicare il contesto, due eventi importanti. Il 23 maggio 2024 è stata approvata una risoluzione all’Assemblea generale dell’ONU che riconosce il genocidio di Srebrenica, posizione fortemente contestata dai serbi in Bosnia. In risposta a questa risoluzione ONU, si è tenuta l’8 giugno 2024 a Belgrado una convention, intitolata “Una nazione, un’assemblea – Serbia e Srpska”, è stata organizzata sotto il coordinamento del patriarca Porfirije: Ne è nata una dichiarazione in 49 punti che ribadisce il profondo legame tra l’entità Republika Srpska e la Serbia.

Un crescendo di tensioni etniche certificate dalle elezioni amministrative locali del 7 ottobre 2024, che hanno confermato la presa dei partiti di stampo etnico fuori dai grandi centri urbani: in particolare, l’SNDS ha vinto nell’80% dei comuni della Republika Srpska. 

La sentenza

La sentenza di primo grado è arrivata lo scorso 26 febbraio, con la condanna di Dodik a un anno di carcere e sei anni di interdizione dall’attività politica per disobbedienza alle decisioni dell’Alto Rappresentante. Lukic, invece, è stato assolto. Nei giorni precedenti alla sentenza, i sindaci del SNDS hanno confermato il proprio appoggio a Dodik, dichiarando di essere pronti a “reagire” senza ulteriori dettagli. Il 25 febbraio, lo stesso Dodik, parlando all’assemblea della RS durante una seduta di emergenza, ha comunicato l’arrivo di 300 membri delle forze di polizia ungheresi, appartenenti alla TEK, per esercitazioni su tattiche di antiterrorismo con le forze speciali della RS: al momento sarebbero solo 70 gli effettivi presenti sul territorio bosniaco. 

La sentenza, storica per il contenuto, promette nuove tensioni nel Paese: riferendosi ai suoi sostenitori in piazza nel giorno del verdetto, Dodik avrebbe detto che la “Bosnia-Erzegovina è una storia fallita”. Un rifiuto della sentenza categorica, bollata come destabilizzante e contro il popolo serbo. Visione, questa, appoggiata dal Presidente serbo Vučić volato d’urgenza a Banja Luka il 26 febbraio: dopo l’incontro tra Dodik e Vučić, il governo della Republika Srpska ha approvato e rinviato all’esame dell’Assemblea dell’entità diversi disegni di leggi volti a non riconoscere il verdetto e a limitare sempre più le attività dell’Altro Rappresentante e delle autorità nazionali, incluso il servizio di intelligence. 

Le tensioni etniche mai sopite si intrecciano sempre di più con le tensioni internazionali: Dodik, stretto alleato di Putin, è visto da Mosca come un baluardo contro l’influenza dell’Unione europea e della NATO nei Balcani occidentali. Nonostante l’accesso alla NATO non sia una reale opzione, il percorso verso l’accesso all’Unione europea mantiene grande risalto nella politica bosniaca: il tutto rischia drammaticamente di fermarsi di fronte a questa perdurante crisi istituzionale. 

Dodik ha aperto al dialogo con le istituzioni centrali, ma i passi mossi dalle autorità della Republika Srpska, il sostegno della vicina Serbia  e l’incertezza sul posizionamento USA nei Balcani occidentali mantengono alta la tensione.

A trent’anni dall’accordo di Dayton, la Bosnia è sempre più fragile.  

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