Intorno alle latitudini del vecchio continente, da un paio di anni a questa parte il termine Bromo non richiama più soltanto piacevoli ricordi vacanzieri associati a un vulcano immerso in un paradiso naturale indonesiano. Bromo potrebbe infatti divenire la carta attraverso cui l’Unione europea tenterà di affermare la propria autonomia strategica e rafforzare le proprie capacità industriali nel settore spaziale, non soltanto cavalcando l’onda della New Space Economy attraverso la creazione di un proprio colosso made in EU, ma anche proponendosi come attore di primo piano in un panorama spaziale sempre più competitivo e cruciale per la sicurezza e il funzionamento delle infrastrutture critiche nazionali.
Bromo: anatomia di un neo-colosso industriale
Frutto di un memorandum d’intesa siglato nell’ottobre 2025, il progetto Bromo mira a integrare, attraverso una joint venture tra Airbus, Leonardo e Thales, le attività satellitari dei tre gruppi industriali, con l’obiettivo di creare un nuovo soggetto attivo nel settore spaziale europeo, in grado di competere concretamente con i principali concorrenti internazionali e di contribuire, di conseguenza, a ridisegnare gli equilibri dell’industria spaziale europea.
Secondo l’impostazione originaria, il nuovo soggetto industriale sarebbe in grado di concentrare risorse e competenze attualmente distribuite tra i diversi gruppi europei, assegnando il 35% delle quote ad Airbus e un’equa partecipazione del 32,5% a Leonardo e Thales. Le attività previste non si limiterebbero al comparto satellitare, ma si estenderebbero ai sistemi spaziali, alle telecomunicazioni e all’osservazione della Terra, passando per la navigazione, l’esplorazione e l’implementazione di programmi spaziali. Resterebbero invece esclusi dal perimetro della joint venture i lanciatori.
Qualora il MOU dovesse effettivamente tradursi nella costituzione di una nuova società, questa – non necessariamente con il nome di Bromo, termine ormai entrato nel linguaggio giornalistico più che un effettivo candidato alla denominazione del nuovo colosso industriale – potrebbe arrivare a impiegare più di 25.000 professionisti e generare un fatturato nell’ordine dei 6,5 miliardi di euro (dati 2024).
Allo stato attuale, tuttavia, il progetto si trova ancora nella fase di costituzione e gli ostacoli da superare appaiono numerosi. Tra questi, in primo luogo, figurano le valutazioni della Commissione europea, presso cui l’operazione è al vaglio sotto il profilo della concorrenza. A tal proposito, non sono mancati gli auspici delle autorità statali dei Paesi coinvolti per una rapida conclusione dell’analisi da parte della Commissione, così da poter procedere alla creazione della joint venture. In questa direzione si sono mossi, ad esempio, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il Ministro francese dell’Istruzione Superiore e della Ricerca Philippe Baptiste, che, in occasione di un bilaterale a margine di una recente visita allo stabilimento Thales Alenia Space di Cannes nell’ambito del vertice intergovernativo tra Italia e Francia, hanno discusso anche del progetto Bromo. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione per ribadire l’importanza di una rapida conclusione delle valutazioni della Commissione europea sotto il profilo della concorrenza, evidenziando al contempo le sfide industriali e competitive che il settore spaziale europeo è chiamato ad affrontare. Sulla stessa linea si è espresso anche il CEO di Leonardo, Lorenzo Mariani, che, a margine del Farnborough International Airshow, ha auspicato una rapida approvazione da parte di Bruxelles, così da rendere operativa la joint venture satellitare con Airbus e Thales verosimilmente entro la fine del 2027.
Un settore in rapida evoluzione
Tutto fuorché il prodotto di semplici ambizioni di grandezza industriale dei singoli gruppi coinvolti, Bromo rappresenta un approdo cruciale in un panorama spaziale interessato da profonde trasformazioni, che ne hanno modificato le logiche e gli equilibri alla radice.
L’esclusivo accesso nazionale allo spazio, tradizionalmente motivato da esigenze scientifiche e tecnologiche, così come la forte connotazione militare all’interno della quale si sono sviluppate le capacità spaziali di Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra fredda appartengono ormai a un paradigma in larga parte superato.
Lo spazio non rappresenta infatti più soltanto un terreno di cooperazione scientifica e tecnologica tra potenze spaziali, né è rimasto ad esclusivo appannaggio degli Stati e delle agenzie spaziali nazionali. Nell’ultimo decennio, non soltanto attori come Cina, India, Giappone, Turchia ed Emirati Arabi Uniti (tra gli altri) hanno acquisito un ruolo sempre più rilevante nel settore, ma una nuova schiera di operatori privati è entrata a gamba tesa nel dominio spaziale, affermandosi come componente fondamentale della New Space Economy.
Il riferimento non è soltanto a Elon Musk, che attraverso SpaceX ha contribuito a modificare radicalmente il mercato spaziale e ha portato in orbita centinaia di satelliti Starlink e introdotto un modello basato sull’impiego di razzi riutilizzabili. Si tratta, più ampiamente, di un ecosistema composto da un numero crescente di piccole e medie imprese e di operatori privati che hanno contribuito a ridisegnare gli equilibri del settore, introducendo al contempo nuove problematiche relative ai sistemi di governance più adeguati a governare i cambiamenti in atto.
Parallelamente, a fronte della rinnovata competitività commerciale di un settore trasformato radicalmente sotto il profilo industriale, lo spazio è assurto a pieno titolo a infrastruttura critica, a supporto di servizi essenziali per la sicurezza nazionale e per la società civile nel suo complesso. Satelliti, ground stations e, più in generale, infrastrutture spaziali sono oggi essenziali per le comunicazioni, la navigazione, l’osservazione della Terra, la difesa, l’economia e la gestione delle emergenze. Alla crescente centralità dell’infrastruttura critica spaziale corrisponde, dunque, un’analoga necessità di garantirne la protezione, anche alla luce della possibilità che tali asset possano diventare bersagli di attacchi ibridi condotti da attori concorrenti o antagonisti intenzionati a compromettere la stabilità di specifiche potenze, colpendo società e apparati di difesa e sicurezza sempre più dipendenti dai servizi spaziali.
La sfida di Bromo in un orizzonte di crescente competitività
È in questo panorama che Bromo sembra inserirsi in un momento particolarmente delicato, caratterizzato dall’affermazione di profondi cambiamenti nel modello industriale dello spazio. Quest’ultimo appare sempre più orientato verso grandi costellazioni, produzione seriale, integrazione verticale, servizi commerciali strettamente connessi alle infrastrutture spaziali e, soprattutto, capacità di investimento di dimensioni fino a oggi accessibili principalmente a quei “gigacapitalisti stellari” di natura privata che hanno costruito le proprie fortune nella Silicon Valley beneficiando di condizioni finanziarie e di capitali di rischio particolarmente elevati.
Per l’Unione Europea, Bromo sembra anzitutto rappresentare la presa di coscienza della necessità di tradurre l’eccellenza tecnologica in effettiva capacità industriale e leadership internazionale. Si tratta di un passaggio che, nel contesto europeo, non si è finora compiutamente realizzato, determinando una capacità limitata di competere, sul piano industriale e finanziario, con i principali concorrenti globali. Per decenni, il settore spaziale europeo è stato infatti caratterizzato dalla presenza di una pluralità di imprese, programmi nazionali e forme di cooperazione intergovernativa dall’elevatissimo valore tecnologico e scientifico. Tale pluralità, tuttavia, ha prodotto anche una significativa frammentazione, rendendo più complesso il confronto con gli operatori privati emersi negli Stati Uniti, capaci di sviluppare rapidamente nuove tecnologie e di raccogliere ingenti quantità di capitale, e con le capacità spaziali cinesi, fino a realizzare infrastrutture spaziali su una scala difficilmente immaginabile soltanto qualche decennio fa.
Nonostante ciò, interpretare Bromo come una risposta diretta a Elon Musk, o addirittura presentarlo come antagonista di Starlink risulterebbe riduttivo. Mentre Starlink costituisce una costellazione satellitare finalizzata principalmente alla fornitura di servizi di connettività, Bromo rappresenta il tentativo di creare una piattaforma industriale europea capace di operare in diversi segmenti del settore spaziale, aggregando in termini strategici e industriali competenze ed eccellenze oggi distribuite tra differenti attori europei. L’obiettivo è dunque disporre di un soggetto di dimensioni tali da poter competere più efficacemente con operatori globali del calibro di SpaceX.
Bromo assume inoltre una rilevanza significativa per l’Europa sotto ulteriori profili. In termini di competitività industriale, l’unione di Airbus, Leonardo e Thales potrebbe garantire una maggiore massa critica in un’industria spaziale sempre più capital-intensive, caratterizzata da investimenti ingenti necessari per sviluppare costellazioni, fornire servizi e, non meno importante, mantenere infrastrutture operative. La concentrazione di risorse e competenze potrebbe quindi accrescere le capacità di competere per commesse, programmi e investimenti su scala globale, rafforzando la posizione dell’industria europea nel mercato internazionale.
In secondo luogo, assumono particolare rilievo gli aspetti legati alla sicurezza e alla ricerca europea di una propria autonomia strategica. Come già evidenziato, lo spazio non costituisce più un mero settore scientifico o commerciale, ma riveste una funzione centrale anche per attività di intelligence, difesa, sorveglianza, telecomunicazioni e, non da ultimo, sincronizzazione delle infrastrutture digitali. Non disporre di capacità industriali proprie e fare affidamento in misura eccessiva su infrastrutture spaziali straniere potrebbe pertanto tradursi in una vulnerabilità strategica. L’autonomia nel settore spaziale, tuttavia, non deve essere intesa come una forma di autosufficienza assoluta, quanto piuttosto come la costruzione di capacità sufficienti a evitare dipendenze critiche e a garantire il funzionamento continuativo dell’infrastruttura critica spaziale. In questa prospettiva, a beneficiarne sarebbe tanto la resilienza dell’Unione europea quanto quella dei singoli Stati membri: Bromo potrebbe quindi inserirsi nel più ampio processo attraverso cui Bruxelles mira a ridurre la dipendenza delle proprie capacità strategiche da un numero ristretto di operatori extraeuropei.
Il ruolo dell’Italia
Come evidenziato dal già menzionato bilaterale Italia-Francia del 25 giugno scorso, il rafforzamento della competitività europea nello spazio e la realizzazione del progetto Bromo, qualora quest’ultimo divenisse operativo nei tempi previsti, potrebbero produrre ricadute significative anche per l’Italia, che vanta una consolidata presenza nel settore spaziale con oltre 300 imprese e 16 distretti aerospaziali distribuiti sull’intero territorio nazionale.
Le sinergie derivanti dal progetto Bromo consentirebbero infatti a Leonardo, uno dei partner della joint venture, di contribuire attraverso la propria Divisione Spazio, includendo le partecipazioni in Telespazio e Thales Alenia Space, rafforzando le capacità di innovazione e sviluppo tecnologico e valorizzando il patrimonio nazionale di ricerca e sviluppo. Ciò potrebbe consentire all’Italia di mantenere un ruolo di primo piano nelle missioni spaziali nei diversi domini.
In questo senso, Leonardo non si limiterebbe a ricoprire il ruolo di semplice partner finanziario, ma porterebbe all’interno della nuova realtà una componente significativa dell’ecosistema spaziale italiano, anche attraverso il coinvolgimento di Thales Alenia Space e Telespazio. Bromo non rappresenterebbe quindi esclusivamente un progetto di autonomia strategica europea, ma assumerebbe anche una rilevanza significativa sul piano della politica industriale italiana, offrendo al Paese la possibilità di inserirsi in una struttura europea di dimensioni considerevolmente maggiori.
Rimane tuttavia aperta la questione relativa al controllo. Sarà infatti necessario comprendere quale ruolo l’Italia riuscirà a mantenere e, soprattutto, quale grado di controllo conserverà sulle proprie capacità industriali e tecnologiche strategiche all’interno di una struttura europea di queste dimensioni, considerando la crescente rilevanza che il settore spaziale ha assunto nell’ecosistema economico e industriale nazionale.
Ostacoli alla realizzazione di Bromo: dalla governance alla concorrenza
Allo stato attuale, l’orizzonte operativo fissato al 2027 appare piuttosto ambizioso, soprattutto alla luce delle numerose questioni aperte in relazione all’implementazione del progetto.
Sebbene la struttura societaria 35%-32,5%-32,5% sia stata concepita con l’obiettivo di garantire un equilibrio tra i tre grandi gruppi industriali, la questione della governance e, soprattutto, la definizione dei meccanismi attraverso cui verranno assunte le decisioni strategiche del nuovo soggetto industriale rivestono un ruolo decisivo nel dibattito europeo. Gli interessi in gioco, infatti, fanno di Bromo qualcosa di più della semplice aggregazione di tre aziende leader nel settore spaziale: l’operazione mette in relazione interessi industriali, nazionali e strategici differenti e non necessariamente sovrapponibili, che potrebbero tradursi in una complessa partita di equilibri politici all’interno dell’Unione europea.
La vera partita, dunque, riguarderà la capacità di Italia, Francia e Germania di condividere una parte della propria sovranità industriale senza trasformare Bromo in un terreno di confronto dominato dalla contrapposizione tra interessi nazionali.
A ciò si aggiunge una seconda questione, potenzialmente ancora più complessa: come anticipato, la stessa Unione Europea potrebbe rappresentare uno dei principali limiti alla realizzazione del progetto. Come ribadito dai vertici di Leonardo in occasione del Farnborough International Airshow, l’esame antitrust europeo costituisce infatti un significativo ostacolo all’implementazione di Bromo.
Attraverso la Direzione Generale per la Concorrenza, la Commissione è chiamata a valutare se la joint venture possa determinare rischi per la concorrenza in specifici segmenti del mercato spaziale, concentrandosi sugli effetti dell’aggregazione sui mercati interessati e distinguendo tale valutazione dagli obiettivi più ampi di politica industriale europea. L’eventuale via libera potrebbe pertanto essere subordinato alla cessione di alcuni asset o all’adozione di specifiche misure correttive da parte della Commissione. Nel peggiore degli scenari, l’operazione potrebbe persino essere bloccata, qualora venisse ritenuto che la nuova entità possa assumere una posizione dominante in mercati chiave.
Quale futuro per Bromo?
Alla luce dei limiti evidenziati, rimangono aperti interrogativi strategici fondamentali e, soprattutto, emerge una tensione strutturale tra due esigenze apparentemente contrapposte: da un lato, la necessità europea di sviluppare una propria autonomia strategica e raggiungere una massa critica sufficiente a competere a livello globale; dall’altro, l’esigenza di preservare la concorrenza ed evitare la costituzione di gruppi industriali in grado di assumere posizioni dominanti sul mercato.
Si tratta di un vero e proprio paradosso. Per competere con giganti industriali e tecnologici come quelli sviluppatisi negli Stati Uniti, o con attori statali come la Cina, che ha acquisito rapidamente una posizione sempre più rilevante nel mercato spaziale, l’Europa potrebbe aver bisogno proprio di quei grandi gruppi industriali che rischiano, al contempo, di ridurre la concorrenza all’interno del mercato europeo.
È questo, in ultima analisi, il cuore della sfida rappresentata da Bromo: comprendere se l’Europa sarà effettivamente in grado di trasformare la propria eccellenza tecnologica nel settore spaziale in una capacità industriale e strategica concreta, all’interno di un mercato che continua a evolvere e ad accelerare a un ritmo sempre più difficile da sostenere attraverso strumenti e strutture industriali frammentati.

