Giunti al terzo anno dell’invasione, sul teatro di guerra ucraino continuano a vedersi innovazioni, adattamenti e cambiamenti nel modo di condurre il conflitto da parte dei due avversari. Molto occorrerà riflettere su queste trasformazioni, sulle loro cause, conseguenze e prestazioni, un dibattito di cui si cominciano a discutere le implicazioni. Non esiste già più quell’esercito, ad esempio, con cui il 24 febbraio i russi varcavano il confine per invadere l’Ucraina. All’interno di questa prospettiva, allora, vogliamo chiederci perché i BTG, l’elemento centrale di quella forza armata (force structure), non abbiano funzionato. Ma soprattutto, perché era stato adottato questo tipo di organizzazione?
Il dibattito internazionale attorno a questo tema è ovviamente già cominciato, producendo anche importanti riflessioni. Come noto, i Battalion tactical groups (BTGs) rappresentano l’approccio russo al combined-arms e sono stati introdotti compiutamente tra 2013 e 2015, con l’obiettivo di supportare le forze paramilitari in Donbass. Dopo averne osservato la presenza con attenzione per anni, però, in seguito all’escalation del conflitto su larga scala la loro performance pare non solo aver deluso gli analisti militari, ma anche aver preoccupato i vertici militari russi, che dopo otto mesi hanno ufficialmente riorganizzato le forze armate secondo altri criteri.
Alla base di questo insuccesso operativo sembra esserci, da quanto emerso, un’incomprensione nel processo di lesson learning dei militari russi. Questo tipo di ricerca e riflessione sulle lezioni apprese, all’origine degli uffici storici militari tra XVIII e XIX secolo, oggi non appartiene più solamente alla storia militare, ma al campo di conoscenze più ampio dei war studies. L’obiettivo di queste riflessioni è, sinteticamente, d’imparare e adattarsi ai cambiamenti della guerra attraverso i successi e gli insuccessi altrui.
Capire allora quando e perché funziona il lesson learning è un altro problema che deve far parte dei dibattiti, altrimenti si rischia di non distinguere i fattori importanti che hanno contato veramente da quelli marginali, o solamente apparenti. Per questo motivo, prima di trattare dei BTG, ci soffermeremo brevemente su un altro esperimento di cui si è discusso più lungamente, ovvero quello di Carlo il Temerario e della sua drammatica fine.

Le trasformazioni militari durante le guerre di Borgogna
Tra 1466 e 1477 il Ducato di Borgogna visse una fase di forte dinamismo politico e militare. Sotto le redini di Carlo il Temerario si tentò, infatti, il salto di rango politico a Regno, mettendo in atto una vasta serie di riforme strutturali dell’apparato militare. Rimanendo all’interno del paradigma bellico cavalleresco, l’esperimento fu quello di migliorare l’efficacia operativa introducendo elementi moderni osservati nelle diverse guerre dell’epoca: non solo attraverso l’implementazione dell’artiglieria (la novità tecnologica per eccellenza, l’arma dei re, di cui Carlo introdusse nell’Europa occidentale l’uso su carro adoperato dagli hussiti), ma anche attraverso la riorganizzazione delle strutture militari.
Le riforme del duca si basarono su riflessioni maturate osservando i conflitti più recenti dell’epoca, quindi le conseguenze dell’ultima fase della Guerra dei cent’anni, le contese latenti in Italia e nell’Impero. Da questi contesti Carlo estrapolò gli elementi principali: cavalleria pesante degli uomini d’arme, loro complemento (nell’unità della Lancia) della cavalleria leggera per azioni di ricognizione e supporto, diverse specialità di fanteria (reclutate localmente, ma soprattutto attraverso condotte e compagnie di ventura) e specialisti tra guastatori, fabbri, carpentieri. L’organizzazione replicava il sistema delle compagnie d’ordonnance francesi (impegnate, in Borgogna, non solo per vincolo feudale ma anche attraverso stipendi) e, già nel 1471, un innovativo rapporto numerico di 1:1:1 tra balestrieri (1.200), archibugieri (1.250) e picchieri (1.250). Quest’ultimo, in particolare, era un forte elemento di rottura rispetto alle strutture militari dell’epoca. La qualità della fanteria era assicurata attraverso la ricerca dei migliori capitani professionisti (quindi mercenari) provenienti spesso dai diversi Stati rinascimentali italiani, che garantivano anche l’ammodernamento e l’avanguardia tecnologica dell’epoca attraverso l’impiego continuo in diversi scenari bellici.
Tuttavia, nelle operazioni militari questo potente strumento militare fu, dopo alcuni anni di successi, ripetutamente battuto da un sistema meno ricercato e apparentemente arretrato come quello della fanteria svizzera. Ciò ha dato vita a un lungo dibattito storiografico sulle cause del fallimento militare del duca. Un tempo l’insuccesso veniva attribuito all’arretratezza implicita dell’ideale cavalleresco alla base dell’esercito borgognone, cui si contrapponeva una forza moderna e di massa come quella svizzera (una lettura eccessivamente modernizzante dell’esercito dei cantoni), mentre riflessioni più recenti si soffermano maggiormente sullo scarso intuito operativo di leader del duca (più brillante certamente come organizzatore, di cui è attestata l’attenzione ai dettagli dell’esercito). Più che la diversa struttura militare delle forze in campo, a decidere i diversi scontri campali fu il ripetuto mancato coordinamento borgognone, oltre che la maggiore disciplina e coordinazione tattica degli svizzeri. L’incapacità del duca di adattarsi all’avversario già dopo la prima sconfitta, mantenendo una struttura militare non adatta al contesto specifico, determinò non solo la fine della Borgogna, ma fu anche un momento di lesson learning fondamentale per la Confederazione svizzera, che in questo modo acquisì le conoscenze necessarie a fronteggiare e superare gli altri eserciti occidentali dell’epoca, ottenendo numerosi successi durante la prima fase delle Guerre d’Italia.

I Battalion Tactical Group (BTGs) Russi e la loro scomparsa
La tradizione sovietica prevedeva come unità tattica minima il reggimento di manovra, che era al suo interno formato da diversi tipi di battaglioni, cui potevano essere aggiunti compagnie specializzate per le diverse finalità operative. Già in Afghanistan (1979-1989), tuttavia, i Sovietici adottarono su imitazione NATO una struttura incentrata sui battaglioni, coinvolgendo diverse specialità, col nome di “battalion tactical group”. Da qui una riflessione su questa organizzazione che continuò alcuni anni, prima di essere però abbandonata per ragioni diverse, oltre che per la fine del sistema politico.
A partire dalle esperienze della guerra in Cecenia (1999-2009), ma in particolare dopo la Georgia (2008), il governo russo istituì delle brigate di pronto intervento, su cui si sarebbero poi modellati nel 2012 i primi BTG in servizio permanente, formati non più da coscritti ma da professionisti. In questo modo, i russi intendevano risolvere una problematica che era stata affrontata, parallelamente, dagli USA e dalla NATO, osservandone gli sviluppi e mantenendo istituito, allo stesso tempo, un sistema di mobilitazione parziale su scala nazionale. Il passaggio dalla brigata al battaglione, quindi la riduzione della scala organizzativa, pare fosse dovuto inizialmente anche alla carenza di personale a contratto disponibile, che però veniva equipaggiato in questo modo anche con armamento migliore. Durante la prima fase della guerra Russo-Ucraina i BTG furono impiegati come unità principale in supporto ai separatisti del Donetsk e Luhansk.
Dopo il primo test sul campo, nel 2018 il capo delle forze armate Gerasimov iniziò una serie di riforme che espansero il numero di BTG, fino a raggiungere il numero di 170 nell’agosto del 2021. Generalmente i BTG erano composti da 7-800 uomini di personale in totale, suddivisi in un battaglione carri o fanteria meccanizzata con diverse compagnie e plotoni di supporto, che potevano variare a seconda dell’obiettivo per cui erano impiegati (unità anticarro, artiglieria, sniper, antiaerei o ingegneri e supporto logistico). Dopo un impiego consistente nella prima fase dell’invasione, tuttavia, tra settembre e novembre 2022 si può attestare il disimpiego e la scomparsa di questo tipo d’unità, con la rinnovata adozione di sistemi divisionali e reggimentali. Ma cosa c’era di sbagliato? Cosa si pensava che i BTG dovessero apportare e cosa invece è andato storto?
L’efficacia dei Battalion Tactical Group doveva derivare proprio dalla loro natura task-organised, cioè dalla specifica destinazione a un contesto determinato con un obiettivo da raggiungere, combinando diversi sistemi d’arma e, in particolare, sfruttando il coordinamento tattico-locale di artiglieria pesante e fanteria meccanizzata. In questo modo si prevedeva di poter affrontare i nemici in maniera dinamica e, potenzialmente, cambiare la scala d’ingaggio rapidamente attraverso l’aumento del range dell’operazione. Sinteticamente, si potrebbe dire che i BTG erano pensati per una blitzkrieg accelerata, operazioni di sbaragliamento, sorpresa e aggiramento, o anche contro insurrezionali.
In Ucraina i BTG sono stati impiegati, quindi, esattamente contro ciò per cui non erano stati pensati: uno scontro convenzionale su grande scala e posizioni fortificate. La bassa resistenza alle perdite dei BTG (organicamente esili) li ha mutilati della possibilità di movimenti rapidi. Inoltre, la varietà di mezzi e sistemi d’arma ha reso la logistica, su un fronte esteso come quello Ucraino, insostenibile per le capacità russe, che si son trovati a dover supportare nel tempo quello che doveva essere un sistema d’impiego rapido e geograficamente limitato. Per questo il ritorno russo a un sistema reggimentale e divisionale ha permesso una migliore gestione del fronte e delle risorse necessarie, riconnettendosi a una tradizione sovietica di più lunga data.
Conclusioni
In sostanza, le riforme strutturali dell’esercito borgognone e di quello russo non sono da osservare come cattivo lesson learning, ma al contrario come necessari adattamenti al continuo mutamento del carattere della guerra (s’adapter pour vaincre). Constatabile è, invece, come uno strumento militare pensato per determinati tipi di conflitto sia stato adoperato con finalità strategiche diverse, ma soprattutto non considerando la struttura militare che ci si sarebbe trovati di fronte.
Mentre nel caso borgognone, però, nonostante gli insuccessi il duca perseverò nel non mutare l’organizzazione delle proprie forze armate, perdendo la vita in battaglia (1477) e determinando la fine del Ducato, i russi dopo circa otto mesi di combattimenti hanno rimesso in discussione la propria struttura, adattandosi al contesto e all’avversario specifico. Ciò ci ricorda che in ambito bellico nessuna formulazione è mai definitiva, per questo non è neppure da escludere un futuro ritorno dei BTG. Questo perché l’organizzazione di formazioni con capacità complesse (Multidomain Operations) per compiti specifici rimane, anche su possibili fronti secondari, un’eventualità realistica. È possibile anche immaginare una loro integrazione all’interno di unità più grandi da utilizzare per archi temporali definiti. Ciò dipenderà dalle riflessioni dei russi nel prossimo futuro e dai problemi endemici che caratterizzano i loro tentativi di riforma. Intanto, tra l’altro, anche noi dovremmo riflettere su queste lezioni.

