Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
16/03/2026
America Latina

Calcio e geopolitica in Argentina: quando la federcalcio diventa l’opposizione al governo

di Alessandro Ricci

Il calcio in Argentina è una cosa seria. Anzi, serissima. Tanto che nell’attuale contingenza politica a rappresentare di fatto un forte fronte di opposizione al presidente Javier Milei è l’AFA, la Federcalcio argentina. Si sta assistendo al tentativo del governo di riformare il modello sociale delle squadre argentine in chiave liberale, con chiare implicazioni sociali, politiche e geopolitiche. In una fase del calcio italiano in cui due tifoserie storiche come quella della Lazio e del Torino sono in fortissima contestazione con le proprietà, con scioperi del tifo che vanno avanti da settimane e fratture profonde tra le dirigenze e le tifoserie, la vicenda argentina parla anche al nostro calcio.

Il calcio in Argentina è una cosa seria. Anzi, serissima. Tanto che nell’attuale contingenza politica a rappresentare di fatto un forte fronte di opposizione al presidente Javier Milei è l’AFA, la Federcalcio argentina. Si sta assistendo al tentativo del governo di riformare il modello sociale delle squadre argentine in chiave liberale, con chiare implicazioni sociali, politiche e geopolitiche. In una fase del calcio italiano in cui due tifoserie storiche come quella della Lazio e del Torino sono in fortissima contestazione con le proprietà, con scioperi del tifo che vanno avanti da settimane e fratture profonde tra le dirigenze e le tifoserie, la vicenda argentina parla anche al nostro calcio.

Fig. – Il murale visibile dall’interno della “Bombonera” che ritrae Riquelme e Messi (foto dell’autore)

La disputa è relativa alla riforma del modello gestionale attuale delle società di calcio proposta dal governo, che vorrebbe introdurre investimenti privati nella conduzione delle società, accusando di malagestione e affari loschi la federazione. La questione è tutt’altro che meramente formale, e va avanti dall’inizio della presidenza Milei. Essa coinvolge anzitutto il modello societario delle squadre di calcio argentine, ma è arrivata – come spesso accade in Argentina, così come in Italia – a investire anche al piano giudiziario: si è in un vero e proprio scontro tra le parti che ha in breve tempo coinvolto la sfera politica, anche per via delle enormi implicazioni sociali che riveste el fútbol nel paese campione del mondo 2022. 

Il modello sociale argentino

Ad oggi, le società di calcio argentine sono formalmente per lo più “civili” e senza scopo di lucro: un modello, questo, profondamente diverso da quello prevalente in molti paesi europei, dove i club professionistici sono società di capitali in mano a una proprietà che detiene un pacchetto maggioritario di quote. Nei club argentini, invece, sono i tifosi a detenere le quote, secondo un modello rafforzato durante il peronismo e consolidato con la Ley del Deporte n. 20.655 del 1974. Non ci sono azionisti, ma soci del club, che pagano una quota mensile e hanno diritto di voto sui vertici della società. Tutti i proventi devono essere reinvestiti nel club, senza generare utili per i membri. 

Nei grandi club (Boca Juniors, River Plate, Independiente, San Lorenzo ecc.) i soci possono essere decine di migliaia. Il Boca ne conta circa 300.000. Il suo presidente oggi è l’idolo boquense Juan Román Riquelme, eletto nel dicembre del 2023 con oltre il 65% dei voti. Le società non sono aziende private, ma comunità sociali a pieno titolo, nelle quali il sentimento di appartenenza è formalizzato dalla partecipazione diretta al progetto economico e istituzionale del club. I tifosi non sono così semplici spettatori paganti, pur con tutto il portato di identità collettiva che conosciamo bene, ma parte essenziale dei club e della sua gestione. 

Le implicazioni sociali e “comunitarie” di una simile struttura sono facilmente intuibili: la partecipazione al tifo diventa un fatto sostanziale, radicato, visibile nelle strade – come d’altronde lo è anche in molti casi italiani ed europei –, però con una partecipazione attiva che rende il tifo qualcosa di assai più coinvolgente e non dettato unicamente da logiche di mercato, finanziarie, di bilancio o di utili economici. L’impronta sociale e politica, di radicamento territoriale, identitario, comunitario e di aggregazione “dal basso” è decisamente più marcata. E questo è un fatto visibile ad occhio nudo visitando una città come Buenos Aires.

Questo impianto, tipicamente peronista, inoltre, ha una connotazione politica fortissima, non solo per la gestione interna delle squadre e per come esse si si strutturano economicamente, ma anche di proiezione identitaria nazionale, poiché rappresenta un modello sociale che si discosta da quello capitalistico dominante nei grandi sport e nelle società occidentali. L’accusa del governo è che questo favorisca pratiche opache di gestione e un clientelismo che non fa il bene del settore, senza oltretutto investimenti che portino i club argentini a competere con quelli europei. La questione, dunque, travalica il piano sportivo e assume un significato politico di primo piano, anche nel collocare l’Argentina sullo scenario internazionale.

La riforma di Milei e lo scontro con l’AFA

Ecco perché le riforme proposte da Milei assumono contorni politici e sociali assai più complessi. Il presidente argentino sta infatti tentando dall’inizio della sua presidenza, improntata, com’è noto, a un’economia di mercato su base liberale, di riformare quest’impostazione societaria ormai storica e radicata nel tessuto sociale. La proposta governativa avviata nel 2023 è stata di aprire le società calcistiche al mercato e una “modernizzazione” ispirata al prevalente modello europeo, favorendo l’ingresso di capitali privati e la possibilità per i club di trasformarsi in Sociedades Anónimas Deportivas (SAD), cioè società per azioni, e non più società civili compartecipate dai tifosi. Questo indirizzo si è concretizzato in atti normativi e regolamentari, tra cui il Decreto di necessità e urgenza 70/2023 e poi il Decreto 730/2024 che regolamenta l’impianto sulle SAD dentro la cornice della Ley del Deporte, e ha trovato una fortissima resistenza proprio nell’AFA, che intende invece mantenere l’attuale struttura sociale dei club.

La Federcalcio argentina ha cercato tutela in tribunale e una parte della normativa proposta dal governo è stata sospesa cautelarmente dalla Cámara Federal de San Martín. Questo passaggio è stato fondamentale per dare ossigeno alla linea AFA e ha rappresentato una prima vittoria della federazione contro il governo. Negli ultimi mesi, però, com’era facilmente prevedibile, le conflittualità sono diventate sempre più evidenti, con indagini contro l’AFA, accuse di corruzione verso i vertici federali e contro-accuse di esercitare pressioni governative per il tramite del mezzo giudiziario. A metà febbraio scorso il giudice Diego Amarante ha convocato il presidente della federazione Claudio “Chiqui” Tapia e altri dirigenti per presunte irregolarità legate a contributi non versati, con accuse di omissioni di pagamenti tributari per un totale di 19 miliardi di pesos (circa 11,5 milioni di euro). Il giudice ha imposto agli indagati di non lasciare il paese. La risposta dell’AFA è stata la decisione all’unanimità di sospendere la nona giornata di campionato, prevista per lo scorso fine settimana, mentre da alcuni giornali emergevano nuove e pesantissime accuse di corruzione contro i vertici federali.

Da questione tecnica, pur con ripercussioni sociali fortissime, si è passati così a un livello di vero e proprio scontro politico interno, in cui l’AFA viene vista da molti argentini come un fronte di resistenza alle politiche di Milei, soprattutto in un momento in cui l’opposizione è indebolita dalla detenzione ai domiciliari di Cristina Kirchner, con accuse di corruzione che i suoi sostenitori ritengono infondate o molto fragili. 

È facile intuire quanto la questione calcistica in Argentina sia sentita da tutta la popolazione. Anche per chi, come me, è qui solo da pochi giorni, la percezione di una tale centralità, anche con le sue ripercussioni politiche, è immediatamente evidente. E non ha solo a che fare con lo scontro tra modelli economici, ma implica anche questioni di appartenenza che vanno ben oltre il rettangolo di gioco: sono implicati modi collettivi di intendere l’economia e la vita pubblica, la transizione dalle politiche sociali peroniste a un modello incarnato da Milei di economia liberista che guarda agli Stati Uniti come punto di riferimento centrale. Investe il piano geopolitico, perché una simile riforma porterebbe l’Argentina a discostarsi dal mondo sudamericano per avvicinarsi ancora di più all’Occidente a trazione statunitense, permettendo peraltro l’ingresso di capitali stranieri che vengono percepiti con diffidenza da una parte consistente della popolazione, che accusa l’attuale governo di troppa sudditanza a Washington e a Israele.

Un caso che interroga anche il calcio italiano (Lazio e Torino in primis)

La vicenda, infine, ha molto da insegnare anche al calcio italiano e alla crisi che esso vive, soprattutto in alcuni club. Se pensiamo alla vicenda del tifo laziale, in rotta da mesi con il presidente Lotito, al quale viene chiesto di farsi da parte per lasciare la proprietà ad altri investitori, quello argentino apparirebbe a molti tifosi biancazzurri come un modello a cui guardare con un certo interesse, poiché fondato su un controllo diretto della base sociale, sebbene con tutti i limiti che esso comporterebbe in un panorama finanziariamente competitivo come il nostro e quello europeo più in generale. 

Soprattutto nell’attuale fase storica argentina, in cui due modelli storici e ideali si oppongono anche in una materia che tra le meno serie è la più importante, per citare il noto motto di Arrigo Sacchi, il calcio sta assumendo sempre più una connotazione politica, che non è mai stata estranea al pallone: attorno al rettangolo verde e a ciò che esso comporta si giocano i destini di una nazione. E non solo.