Dopo l’uccisione del premier houthi Ahmad Ghaleb al-Rahawi il 30 agosto, il movimento yemenita ha intensificato i lanci di missili e droni contro Israele e nel Mar Rosso, passando da azioni sporadiche a un ritmo quasi quotidiano. L’obiettivo è imporre costi crescenti alle difese israeliane e destabilizzare le rotte commerciali. Sul piano politico, la nomina di Beit Muftah segna una ulteriore deriva ideologica.
La nuova fase houthi dopo il raid del 30 agosto
Il risultato è un doppio movimento: intensificazione tattica e accelerazione comunicativa. Gli Houthi non mostrano un salto di capacità, ma una volontà chiara di imporre costi crescenti a Israele e di riaffermare la propria centralità nello scacchiere regionale.
Dal luglio 2025 fino alla fine di agosto, l’operatività missilistica degli Houthi contro Israele si era mantenuta su un livello intermittente, con lanci distanziati da giorni di inattività e risultati operativi limitati. Intercettazioni da parte della difesa israeliana, frammentazioni in volo o missili abbattuti prima di raggiungere il territorio nemico caratterizzavano un quadro di pressione costante ma non sostenuta. Il 30 agosto ha segnato un punto di svolta: l’attacco israeliano su Sana’a, che ha ucciso il primo ministro Ahmad Ghaleb al-Rahawi e diversi ministri, ha innescato una reazione immediata del movimento yemenita. Nei tre giorni successivi, gli Houthi hanno intensificato sensibilmente il ritmo operativo, passando da episodi sporadici a tentativi pressoché quotidiani, segnalando una nuova fase della campagna contro Israele e i traffici marittimi nel Mar Rosso.
Evoluzione del ritmo operativo
Prima del 30 agosto, gli episodi documentati si concentravano su date isolate, come il 29 luglio, il 5 agosto e il 22 agosto. Ogni volta, l’effetto era soprattutto mediatico e psicologico, più che militare. La cadenza quasi quotidiana che ha caratterizzato i giorni tra il primo e il tre settembre rappresenta dunque una discontinuità operativa e capacitiva. Il primo settembre i ribelli hanno annunciato un missile contro la petrolchimica Scarlet Ray al largo di Yanbu, nel nord del Mar Rosso: l’attacco non ha provocato danni, ma ha avuto forte valenza simbolica per l’estensione geografica della minaccia. Il giorno successivo due missili sono caduti in territorio saudita e un UAV è stato intercettato prima di raggiungere lo spazio aereo israeliano. Il tre settembre, infine, le sirene hanno risuonato a Tel Aviv e in gran parte di Israele centrale a causa di un nuovo missile abbattuto in volo. Questo cambio di passo non equivale a una capacità consolidata di mantenere nel tempo un fuoco sostenuto, ma indica l’intenzione yemenita di dimostrare resilienza dopo la decapitazione della leadership, imponendo un costo quasi quotidiano alle difese e all’opinione pubblica israeliana.
Negli ultime 72 ore gli Houthi hanno diffuso almeno quattro comunicati ufficiali e ognuno corredato da rivendicazioni di attacchi contro Israele, dichiarando oltre dieci operazioni condotte con missili balistici, droni e azioni combinate su terra e mare, fino a toccare obiettivi come Yaffa, Haifa, Ashdod e lo scalo aereo di Lod.
Accanto all’aspetto militare c’è la dimensione informativa. Prima delle uccisioni mirate che hanno decapitato parte della leadership, in parte ancora presente ed in parte rinnovata, i comunicati ufficiali arrivavano con ore o giorni di ritardo. Viceversa, oggi la pubblicazione è quasi immediata. Una scelta precisa. Occupare lo spazio cognitivo, trasmettere resilienza e mostrare capacità di risposta in tempo reale.
Anche la componente marittima torna centrale. Le recenti rivendicazioni segnalano l’intenzione di colpire non solo nel corridoio centrale del Mar Rosso, ma anche più a nord, fino al Golfo di Aden. Un’estensione che porta con sé conseguenze dirette su traffici, assicurazioni e posture navali occidentali.
Capacità militari e segnali di adattamento
Gli Houthi hanno accompagnato il nuovo ritmo operativo con una campagna di comunicazione centrata sull’utilizzo di vettori Zulfiqar e Palestine-2, presentati come missili balistici in grado di trasportare testate multiple. Report israeliani diffusi a fine agosto consideravano l’ipotesi che almeno un lancio fosse dotato di sub-munizioni o di una testata di tipo cluster, evidenziando come la narrativa houthi si inserisca in una strategia di deterrenza psicologica: anche missili non perfettamente funzionanti costringono Israele a utilizzare intercettori, a mobilitare sistemi difensivi come Iron Dome, David’s Sling o Arrow, e a sostenere costi finanziari significativi. Oltre alle mire cognitive e percettive della postura operativa della milizia, l’impiego combinato di droni e missili rappresenta un ulteriore passo avanti nella tattica houthi, che mira a saturare le difese avversarie sfruttando la difficile distinzione in tempo reale tra minacce reali e falsi positivi.
Il fronte marittimo e il rischio regionale
La dimensione marittima è parte integrante di questa strategia. L’attacco rivendicato contro la Scarlet Ray e le operazioni annunciate nel nord del Mar Rosso dimostrano l’ambizione di estendere la minaccia ben oltre Bab el-Mandeb. L’impatto immediato è evidente. I costi assicurativi per le compagnie di navigazione sono aumentati, alcune rotte commerciali vengono ridisegnate con deviazioni più lunghe, e le marine statunitense ed europee si vedono costrette a moltiplicare le missioni di scorta e di pattugliamento. Il risultato è un duplice fronte che logora Israele sul piano difensivo e destabilizza uno dei corridoi marittimi più vitali per il commercio mondiale.
La nomina di Beit Muftah
Sul piano politico, la morte di Rahawi ha accelerato un processo di chiusura interna del movimento. La nomina di Beit Muftah, hashemita originario di Sana’a e legato direttamente al leader Abdul-Malik al-Houthi, segna la fine della fase inclusiva che aveva visto premier provenienti dal sud o figure con legami con il Congresso Generale del Popolo. Muftah, ex predicatore di formazione conservatrice, è considerato espressione pura dello zaydismo politico. La sua ascesa indica una maggiore centralizzazione ideologica e la marginalizzazione delle componenti più tecnocratiche o concilianti del governo houthi. Ciò riduce gli spazi di negoziato politico, consolidando l’asse con Teheran e rafforzando la dimensione regionale del confronto.
Implicazioni strategiche e scenari a breve termine
Per Israele la conseguenza immediata è un aumento della pressione difensiva, con il rischio di esaurire le scorte di intercettori nel caso in cui la nuova cadenza si protragga a lungo. Le forze armate israeliane sono spinte a proseguire le campagne di targeting in Yemen con l’obiettivo di spezzare i cicli operativi houthi e a rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti e con i partner regionali nel monitoraggio del Mar Rosso. Per il traffico marittimo internazionale la situazione comporta l’esigenza di adattare rotte e protocolli di sicurezza, di accettare un incremento dei costi assicurativi e dei tempi di navigazione e di fare i conti con un rischio reputazionale crescente per le compagnie che continuano a operare in aree considerate sensibili.
Gli indicatori di escalation da monitorare sono diversi. In primo luogo, occorrerà verificare se la cadenza quasi quotidiana dei lanci si protrarrà oltre la prima settimana di settembre o se, come probabile, rappresenterà una fiammata temporanea. In secondo luogo, sarà necessario valutare l’eventuale emergere di prove concrete circa l’effettiva capacità houthi di impiegare testate multiple o sub-munizioni operative. Un terzo fattore da osservare riguarda la replicabilità delle operazioni marittime coordinate contro navi in transito. Infine, l’atteggiamento di Teheran, diretto o indiretto, in relazione al cambio di leadership houthi potrà fornire indizi utili sul grado di sostegno esterno al nuovo corso.
L’uccisione del primo ministro houthi Ahmad Ghaleb al-Rahawi il 30 agosto ha rappresentato un punto di svolta tanto operativo quanto politico. Sul piano militare, accelerando la frequenza dei lanci e sperimentando configurazioni nuove, con l’obiettivo di dimostrare resilienza organizzativa e di imporre costi crescenti al sistema difensivo israeliano. Sul piano politico, nominando Beit Muftah, segnalando una chiusura interna e un consolidamento dell’asse con Teheran. L’attuale fase appare quindi caratterizzata da tre elementi principali: un incremento quotidiano – molto probabilmente provvisorio – della pressione sul fronte israeliano, l’estensione della minaccia marittima al Mar Rosso settentrionale e una radicalizzazione interna alla leadership houthi.

