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Il Cile sceglie Boric: significato e prospettive della svolta cilena

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Il 19 dicembre 2021 Gabriel Boric è diventato il nuovo presidente eletto del Cile. Il ballottaggio ha consegnato una netta vittoria al candidato della coalizione Apruebo Dignidad, che con un totale di 4.620.887 voti, corrispondenti al 55,87% del totale, è diventato il presidente più votato di tutta la storia repubblicana cilena. Il ballottaggio ha lievemente invertito la tendenza di bassa affluenza che, sia in occasione del plebiscito del 2020 sia in occasione dell’elezione dell’Assemblea costituente, si era attestata al di sotto della soglia del 50% degli aventi diritto.

Il contesto elettorale

La prima tornata elettorale ha ben rappresentato l’attuale situazione politica e sociale del Cile: un Paese con forti tensioni e altamente polarizzato. I due candidati che hanno prevalso, Gabriel Boric e José Antonio Kast, rappresentano i due poli opposti della scena politica cilena. Il primo sostenuto dalla coalizione Apruebo Dignidad, tra i cui partiti figura anche quello comunista, e il secondo, appartenente al Partito Repubblicano, che non ha nascosto le proprie simpatie nei confronti del dittatore Augusto Pinochet. Entrambi non sono andati oltre il 25% dei consensi, una cifra che, relazionata alla bassa affluenza della prima votazione (circa il 45%), ha reso chiaro il crescente malcontento della popolazione cilena.

I risultati degli altri candidati confermano questa tendenza. Yasna Provoste, candidata del Partito Democratico Cristiano del Cile, ha ottenuto l’11,60% dei consensi. Stesso discorso per il candidato Sebastian Sichel, del partito Vamos por Chile del presidente uscente Piñera, il quale non è andato oltre il 12,78% dei consensi. Di fatto, le due principali coalizioni che hanno governato il Cile negli ultimi 30 anni, sono rimaste escluse dalla fase finale della corsa alla presidenza. Occorre però segnalare come questa tendenza non sia stata improvvisa, ma sia anzi emersa con forza già a partire dalle elezioni per l’assemblea costituente di metà anno, in cui sono stati eletti membri in gran parte sconosciuti al panorama politico tradizionale. 

Singolare e altamente indicativa è anche la figura di Franco Parisi, candidato del Partido de la Gente, il quale ha ottenuto il 12,80% dei voti senza mai mettere piede nel Paese durante il periodo elettorale. Parisi ha condotto la sua campagna politica direttamente dagli Stati Uniti e in modalità telematica, senza mai entrare nel Paese e senza neanche votare. L’esperienza bizzarra di Franco Parisi – che ha basato il proprio programma su attacchi diretti nei confronti delle élites di governo e della politica tradizionale – può considerarsi come un ulteriore segnale del grande malcontento presente nella società cilena.

La vittoria di Boric e il grande consenso raccolto da Kast rappresentano due facce della stessa medaglia, ovvero le proteste del 2019. Entrambi i candidati infatti sono stati molto abili nel canalizzare le diverse paure e richieste provenienti dalla popolazione civile. Nel caso di Boric, è riuscito a dar voce alla richiesta di cambiamento verso un “nuovo Cile”, modellando il proprio programma elettorale sulla base di alcune riforme richieste a gran voce (come quella del sistema pensionistico e della sanità pubblica), volte a ridurre le sperequazioni esistenti nella società cilena. Dall’altra parte, invece, la figura di Kast ha raccolto a sé i consensi di una parte di popolazione stanca delle violenze e del clima di ostilità che da oltre due anni imperversa nel Paese, tra i quali figurano la crisi migratoria nel nord e l’aumento degli scontri tra le forze militari e la “guerriglia” mapuche.

Il programma elettorale

Come segnalato in precedenza, Boric è arrivato a vincere le elezioni attraverso la proposta di riforme strutturali che potrebbero cambiare radicalmente il volto del Paese andino, ad oggi tra i più stabili e ricchi della regione. La visione portata avanti da Boric sarà quella di uno Stato più forte e coinvolto nella vita economica del paese. A tal proposito, tra i punti principali di politica interna troviamo lo slittamento del sistema pensionistico (ad oggi quasi totalmente privato) verso un sistema misto gestito da un’istituzione pubblica. Altro cavallo di battaglia è quello della sanità, un tema molto controverso e sensibile nell’opinione pubblica cilena. Boric, infatti, durante la campagna elettorale, ha promesso l’aumento della spesa in materia di sanità pari all’1,5% del PIL, considerato come il primo step verso il raggiungimento di una sanità pubblica. 

Gabriel Boric assumerà l’incarico l’11 marzo 2021, ma aldilà del largo e inaspettato margine di vantaggio ottenuto al ballottaggio, dovrà far fronte a due grandi ostacoli: la minoranza nel congresso e l’incertezza sulla nuova Carta costituzionale. Come accaduto in Perù, le elezioni parlamentari, che si svolgono contestualmente al primo turno di quelle presidenziali, hanno prodotto una maggioranza non completamente favorevole al leader risultato poi vincitore del ballottaggio. Questo comporterà una concertazione obbligata, sia con le forze più moderate sia con quelle di opposizione, che causerà inevitabilmente, proprio come sta accadendo in Perù, ad un alleggerimento della portata ideologica delle riforme proposte. 

Il secondo grande ostacolo nel cammino di Boric al Palazzo della Moneda è la nuova Costituzione. L’Assemblea costituente, infatti, non ha ancora redatto il nuovo testo costituzionale (che dovrà comunque essere approvato tramite referendum) motivo per cui non sono ancora note le regole del sistema, tra cui la forma di governo, di cui si doterà il Cile. Questo aggiunge ulteriore difficoltà e incertezza sulla piena attuazione del programma elettorale proposto e suggerisce la necessità per il neoeletto leader di estendere il dialogo parlamentare e cercare accordi con altre forze politiche.

Contesto regionale 

Dal punto di vista regionale la vittoria di Boric è stata celebrata da tutta la sinistra, sia dai settori più moderati sia da quelli più estremi, nonostante il neoeletto presidente abbia più volte chiarito la sua distanza dai governi autoritari della regione, come quelli di Venezuela, Nicaragua e Cuba. In particolar modo l’Argentina di Alberto Fernández ha accolto con particolare entusiasmo l’esito del ballottaggio, non solo per le opposte visioni politiche che separano il Presidente argentino da Kast, ma soprattutto in seguito alle dichiarazioni che il candidato repubblicano ha fatto durante la campagna elettorale, in cui rivendicava parte della Patagonia Argentina.

L’agenda internazionale della coalizione Apruebo Dignidad prevede, invece, di “recuperare la vocazione multilaterale per promuovere agende per il futuro, con una vocazione latinoamericanista, rispettosa dei diritti umani, del diritto internazionale, della cooperazione, dei trattati internazionali e della sostenibilità”. Per Boric, dunque, la priorità è il recupero e l’affermazione del prestigio del Cile sul piano internazionale, perso, a suo modo di vedere, durante gli anni del governo Piñera. In questo senso, vanno le dichiarazioni fatte in merito alla richiesta della Bolivia di riavere lo sbocco sul mare perso durante la Guerra del Pacifico. La posizione di Boric a riguardo è chiara e in un certo senso simile a quella proposta dal rivale Kast: la sovranità non si negozia. Quello cileno è solo l’ultimo di una serie di appuntamenti elettorali che nell’ultimo anno hanno gradualmente cambiato la fisionomia della scena politica latino-americana. A livello regionale, in Argentina, Perù, Bolivia, Venezuela e appunto Cile hanno vinto o sono state confermate forze e leader di sinistra, mentre Brasile, Ecuador, Uruguay, Paraguay e Colombia hanno governi conservatori. Il 2022 sarà un anno decisivo per capire quanto si potrà parlare di un effettivo giro “hacia izquierda”: sia Brasile che Colombia celebreranno infatti le elezioni presidenziali in cui, stando ai sondaggi, i candidati di sinistra (Gustavo Petro e Ignacio Lula da Silva) sono considerati i favoriti per la vittoria finale.

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