Le grandi sfide contemporanee, che i Paesi europei e l’Occidente in generale si trovano ad affrontare, hanno riportato in cima alle priorità dei vari Governi il rafforzamento dello strumento militare, a livello nazionale ed all’interno delle cornici della NATO e dell’Unione Europea. Questo sforzo ricopre sicuramente l’approvvigionamento di sistemi d’arma avanzati, di pezzi di ricambio, di materiali e di munizionamento in grandi quantità, ma deve anche tenere conto del fattore umano, dando la consona rilevanza al ruolo di tutti coloro che si addestrano all’uso ed alla manutenzione di tali sistemi per far fronte ad un eventuale impiego sul campo. Lo scopo di questo report è quindi quello di analizzare i modelli di reclutamento adottati nel corso della storia, evidenziare le problematiche del modello volontario attualmente in vigore ed esplorare le eventuali soluzioni per risolvere, o per lo meno tamponare, le carenze di organico che affliggono tutti gli eserciti dello schieramento occidentale.
Nel corso della storia sono esistite più modalità per arruolare uomini, e in seguito anche donne, all’interno delle Forze Armate di un Paese. Sin dall’antichità, una modalità molto diffusa in diverse forme è stata quella della coscrizione obbligatoria, ovvero l’arruolamento forzato di un individuo abile al combattimento. Per lungo tempo si è trattato soprattutto di coscrizione “selettiva” in tempo di guerra, date le limitazioni di tipo amministrativo, produttivo e per le necessità della produzione agricola. Alcuni dei primi esempi di coscrizione obbligatoria universale maschile risalgono alle guerre combattute durante il periodo della Francia rivoluzionaria, è emblematica la battaglia di Valmy, e con l’Impero francese di Napoleone. Questa variante prevede la possibilità di arruolare in modo coatto tutti gli individui ritenuti necessari e rientranti in determinati parametri (età, sesso, stato coniugale, impiego, ecc.) stabiliti per legge.
Nel corso del XIX e XX secolo lo sviluppo della società di massa e gli avanzamenti burocratici, tecnologici e produttivi fecero sì che la coscrizione universale maschile divenne il sistema di reclutamento più comune nell’Europa continentale dando vita al modello degli “eserciti di massa” (il Regno Unito preferì mantenere una forza volontaria, minore di numero ma superiore in equipaggiamento ed addestramento. Gli Stati Uniti seguirono lo stesso approccio). Il modello, applicato anche in tempo di pace, non fu pensato per essere solamente un moltiplicatore di forza militare, ma anche una pratica utile al fine di “costruire la cittadinanza” attraverso il potenziamento della coesione sociale e dell’identità nazionale, tramite l’avvicinamento di individui con provenienze, cultura ed esperienze diverse tra loro. Un caso esemplare è quello dell’Impero giapponese che, dopo aver abbandonato il modello elitista caratteristico del periodo dei samurai, formò un grande esercito di massa guidato, in gran parte, da ufficiali provenienti dalla classe media e che rappresentò un forte simbolo di uguaglianza per la popolazione fino al termine delle Seconda Guerra Mondiale.
La fine della Seconda guerra mondiale, e l’inizio dell’era nucleare, non portò all’abbandono né degli eserciti di massa né della coscrizione (se non in quegli Stati sconfitti che subirono una demilitarizzazione forzata, che impediva ogni forma di coscrizione obbligatoria, come in Germania, fino al 1956, e in Giappone). I Paesi dell’Europa continentale, nel nostro caso quelli appartenenti al blocco occidentale, continuarono a mantenere delle Forze Armate di grandi dimensioni al fine di esercitare una deterrenza convenzionale credibile, specie con il cambio di dottrina nucleare USA da “rappresaglia massiccia” a quella della “risposta flessibile” a fine anni ‘60, nei confronti delle forze del Patto di Varsavia.
Solo con la fine della Guerra Fredda ci fu il passaggio dal modello dell’esercito di massa, basato sulla coscrizione universale obbligatoria, ad un modello professionale basato su un reclutamento volontario. I motivi di questo cambio di paradigma sono, in primo luogo, il collasso dell’Unione Sovietica e la conseguente riduzione drastica del grado di minaccia percepita dai Paesi dello schieramento occidentale (all’inizio degli anni ’50, si credeva che le forze sovietiche avessero un vantaggio militare schiacciante in Europa con numeri, accettati come definitivi, del calibro di 175 divisioni attive, pronte e ben equipaggiate, ed una capacità complessiva delle Forze Armate sovietiche di impiegare circa 5.5 milioni di uomini. È importante notare che la stima riportata è anche il risultato delle difficoltà delle agenzie di intelligence occidentali di ottenere dati precisi sulla composizione delle forze sovietiche. Nei decenni successivi, grazie ad il progresso tecnologico ed alla conseguente disponibilità di informazioni più precise, le stime sulla quantità di divisioni, sulla prontezza e sulla qualità dell’equipaggiamento vennero ridotte in modo significativo).
In secondo luogo, a cambiare è stata anche la natura stessa delle operazioni che le Forze armate europee venivano chiamate a condurre. Durante la Guerra Fredda erano assolutamente necessari eserciti di grandi dimensioni per fermare, o perlomeno tamponare, un’ipotetica invasione da parte del Patto di Varsavia. Con il termine della Guerra Fredda, e in particolare a seguito degli attentati dell’undici settembre 2001, le attività delle varie Forze Armate occidentali si sono concentrate maggiormente su operazioni di controguerriglia e di gestione di crisi, tipicamente all’estero. La conduzione di questo tipo di attività richiede un livello di competenza tecnica e di preparazione che, in generale, il soldato coscritto non ha. In più, l’eventuale perdita di personale di leva durante una missione all’estero porterebbe con sé un altissimo costo politico.
Queste motivazioni hanno reso conveniente, in gran parte dei Paesi del blocco occidentale, la sospensione della coscrizione universale obbligatoria per passare a un modello di tipo volontario basato su soldati di professione in grado di svolgere al meglio il nuovo ventaglio di operazioni che hanno caratterizzato il periodo post-Guerra Fredda.
Il modello di reclutamento volontario è, ad oggi, lo standard delle principali Forze Armate europee. La coscrizione obbligatoria viene ancora applicata in 66 Paesi nel mondo (per la maggior parte in Asia, Medio Oriente, Africa e Sud America). In 19 Paesi, tra cui Cina e Stati Uniti, il servizio obbligatorio esiste De Jure e rappresenta una sorta di assicurazione a basso costo, da attivare in casi di grande emergenza, ma è raramente, o mai, applicato per motivazioni politiche, strategiche e/o amministrative. Negli Stati Uniti d’America ogni cittadino di sesso maschile idoneo al servizio con età compresa tra i 18 e 25 anni ha l’obbligo di registrarsi in un registro e può essere arruolato se necessario. In Cina ogni cittadino di sesso maschile con età tra i 18 ed i 22 anni si deve registrare per un servizio obbligatorio di 24 mesi, in caso la coscrizione obbligatoria non è mai stata adottata in quanto il numero di volontari è sempre stato sufficiente per soddisfare i bisogni delle Forze Armate.
I Paesi Europei in cui la coscrizione obbligatoria è ancora in vigore sono: Cipro, Grecia, Turchia, Austria, Svizzera, Russia, Ucraina, Moldavia, Bielorussia, Danimarca, Norvegia, Svezia (reintrodotta nel 2017), Finlandia, Estonia, Lettonia (reintrodotta nel 2024) e Lituania (reintrodotta nel 2015).
Le ragioni del mantenimento della coscrizione obbligatoria in tutti questi Paesi sono varie: può derivare da un maggiore grado di percezione delle minacce (ad esempio per la vicinanza a Paesi considerati ostili o ad aree di conflitto), da una questione storica e/o politica oppure da una questione economica legata all’occupazione della popolazione. Particolare è il caso della Danimarca in quanto ha optato per il mantenimento della coscrizione obbligatoria non tanto per ragioni militari ma in quanto “strumento estremamente educativo” dato che “mantiene nei cittadini la percezione del dovere nei confronti della società e sviluppa il senso di responsabilità dei coscritti”. Tutte queste possibili motivazioni non sono esclusive tra loro.
La crisi del modello volontario in Europa
Durante il periodo unipolare a guida statunitense, la maggior parte dei Paesi europei appartenenti al blocco occidentale ha adottato il modello di reclutamento volontario, puntando a formare eserciti di dimensione ridotta composti da professionisti con competenze superiori.
I vari Governi erano convinti che i conflitti del futuro sarebbero stati combattuti lontano dai propri territori nazionali e che sarebbero stati facilmente vinti solamente in base alla schiacciante superiorità tecnologica. Questa convinzione è andata a indebolirsi nel corso del tempo, fino a frantumarsi definitivamente con lo scoppio della guerra in Ucraina.
Il conflitto ha visto un impiego estensivo, da entrambe le parti, di tutti i sistemi d’arma moderni a disposizione, ma la natura dei combattimenti, caratterizzati da un elevato impiego di mezzi, munizioni e uomini ha dimostrato che nemmeno un uso massiccio delle tecnologie moderne sia, per ora, in grado di compensare alla grande necessità di uomini per consentire la rotazione delle unità e la sostituzione delle perdite.
Questo “nuovo” scenario ha reso evidente l’impreparazione, di gran parte delle Forze Armate NATO, a sostenere un conflitto di questa intensità e durata. La conseguenza di ciò è stato l’avvio di vari programmi di riarmo a livello nazionale e, in parte, a livello di Unione Europea pensati per incrementare le capacità operative e di deterrenza delle varie Forze Armate nazionali contro attori potenzialmente ostili, andando quindi a rispolverare quella funzione di difesa territoriale che era stata messa da parte dopo la fine della Guerra Fredda.
Oltre ad una mancanza di armamenti, materiali e munizioni, gli eserciti di molti Paesi NATO e UE soffrono anche di un’importante carenza di organico, potenzialmente riducendo l’utilità complessiva dei programmi in questione, poiché mancherebbe il personale deputato alla manutenzione e all’utilizzo di tutti quei sistemi d’arma derivanti delle varie iniziative.
Diverse Forze Armate dell’Unione Europea hanno problemi riguardanti il loro organico, in particolare in relazione alle sfide che lo scenario globale pone e al livello di impegno richiesto da esse. Questi problemi riguardano il numero di uomini già in servizio, la loro età media, la capacità di reclutare nuovo personale e la capacità di mantenere in servizio chi si è già arruolato. È importante ricordare che, dato il rapido progresso tecnologico, occorre che il personale militare sia contemporaneamente abbastanza numeroso e abbastanza competente per impiegare i mezzi in dotazione alle Forze Armate occidentali.
Per quanto riguarda le Forze Armate italiane, le condizioni dell’organico sono chiaramente descritte dalle dichiarazioni dell’ex Capo di stato maggiore della difesa, l’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e dal Rapporto Esercito 2023. Il primo ha dichiarato il 26 marzo 2024, durante un’audizione informale presso le commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato, che “siamo assolutamente sottodimensionati: 150 mila è improponibile, 160 mila, che è quello che attualmente ci è stato approvato, è ancora poco e con 170 mila siamo al limite della sopravvivenza”. Il secondo riporta che, tra tutto il personale, “il 65% ha una media di età compresa tra i 30 e i 50 anni” (riconfermato nel Rapporto Esercito 2024), con un’età media di 40 anni nei graduati.
In Germania il rapporto annuale sullo status delle Forze Armate tedesche, pubblicato il 12 marzo 2024, riporta che nel 2023 il numero di soldati in servizio attivo in Germania si è ridotto di 1537 unità e che l’età media è in crescita da 32 a 34 anni. Questa situazione stride con l’obiettivo della Bundeswehr di disporre di 203 mila soldati entro il 2025 (obiettivo che, infatti, è stato rinviato al 2031 ma che appare comunque difficilmente raggiungibile).
Nel Regno Unito, secondo quanto dichiarato dal Segretario di Stato per la Difesa del Regno Unito, John Healey, gli obiettivi di reclutamento non vengono raggiunti da anni e le Forze Armate perdono, ogni mese, circa 300 unità in più rispetto a quante ne riescono a reclutare. Questa situazione ha anche portato, insieme ad altri tagli, alla volontà di disarmare con circa dieci anni di anticipo due navi d’assalto anfibio (le HMS Albion e Bulwark) date le difficoltà di dotarle di un equipaggio completo.
In Francia, un grande problema è la stabilizzazione del numero di effettivi, date le numerose rescissioni anticipate dei contratti. Particolarmente problematico è il mantenimento in servizio dei sottufficiali appartenenti all’Armée de l’Air et de l’Espace ed alla Marine nationale dato che le competenze tecniche acquisite durante il servizio, in campi come meccanica, comunicazione e nucleare, sono molto ricercate dal settore privato.
La Polonia, secondo le dichiarazioni del Primo Ministro Donald Tusk, punta ad incrementare la dimensione delle sue Forze Armate a 500 mila uomini, rispetto ai circa 200 mila uomini attualmente in servizio, e a superare la soglia del 5% del PIL in spese militari a causa di un forte grado di percezione di minaccia, specie in relazione alla Federazione russa. Questo obiettivo risulta molto difficile, se non impossibile, con l’attuale sistema di reclutamento volontario, dato l’invecchiamento della popolazione e la forte concorrenza del settore privato.Le cause principali di questa crisi del reclutamento, che coinvolge tutte le società occidentali, sono probabilmente di natura socioeconomica, ma anche derivanti dalle decisioni prese in seno alle Forze Armate.
Le società occidentali sono caratterizzate da un basso tasso di natalità che provoca un incremento della popolazione anziana nel quadro di una riduzione della popolazione totale. Le varie Forze Armate occidentali si trovano quindi a ricercare nuove reclute in un bacino di popolazione sempre più piccolo. Questo bacino complessivo è ulteriormente ridotto per via dalle scelte che vengono prese dai militari in merito agli obiettivi di reclutamento e alle caratteristiche che il candidato in questione deve possedere per essere considerato idoneo.
Altra caratteristica delle società occidentali è il fatto chetra la società e i militari esiste unadistanza ideologica, in termini di visione della società, aspirazioni e desideri sul futuro, che si è ampliata nel tempo. I giovani, ovvero i possibili candidati maggiormente desiderati dalle Forze Armate, sono prevalentemente contrari alle guerre, sono più individualisti e sempre meno esposti al mondo militare, contribuendo ad alimentare un importante deficit di conoscenza. Le Forze Armate hanno quindi un problema legato alla propensione, per cui non tutti quelli che possono arruolarsi effettivamente lo vogliono, e alla persuasione, per cui i militari non riescono a promuovere efficacemente la scelta di arruolarsi. Un sondaggio dimostra questa distanza tra società civile e militari con il fatto che nei Paesi G7 solo il 31% dei cittadini adulti sarebbe disposto a combattere per il proprio Paese in caso di guerra, nell’UE la percentuale è del 32%, con il dato più basso registrato in Italia con il 14% (Vd. Tabella- Disponibilità a combattere).
Un’ultima questione è legata al mercato del lavoro. All’interno del modello di servizio volontario e professionale, l’essere un soldato è diventato sostanzialmente un lavoro a tempo pieno con la conseguenza di esporre il mondo militare alla concorrenza del mercato del lavoro privato. Le Forze Armate presentano ai potenziali candidati, e a chi è già in servizio, un “pacchetto” che comprende tutto ciò che il reclutamento offre (paga, alloggio, opportunità di carriera, esperienze lavorative e di vita). Un buon pacchetto è in grado di incrementare la propensione ad arruolarsi e a rimanere in servizio fino alla scadenza del contratto. Il pacchetto offerto dai militari è, però, tipicamente peggiore di quello che i datori privati hanno da offrire in termini di comodità dell’impiego (la vita militare presenta, per sua natura, vari disagi in termini di spostamenti, distanza dagli affetti, qualità degli alloggi, spazi personali, ecc.), di paga e di velocità del processo di assunzione/arruolamento.
Come conseguenza la popolazione è molto più orientata verso un lavoro civile piuttosto che a una carriera militare.
PROSPETTIVE E POSSIBILI SOLUZIONI ALLA CRISI
I decisori politici e militari si trovano davanti alla necessità di affrontare questa crisi per tentare di risolverla o, almeno, per evitare che si espanda ulteriormente. In molti Paesi, ad esempio in Germania e nel Regno Unito, si valuta la reintroduzione di una forma di servizio militare obbligatorio. Chi sostiene questa ipotesi indica vari benefici, tra cui quelli di espandere significativamente il numero di riserve, di rafforzare le relazioni tra civili e militari e di promuovere tutte quelle competenze in grado rendere la società complessivamente più resiliente.
La ricerca di modelli costo-efficaci ha portato molti a guardare ai Paesi del Nord Europa e della regione baltica. In queste regioni, si applicano delle forme di coscrizione obbligatoria, differenti tra loro in base al modo in cui il cittadino viene selezionato per servire, che sono ritenute in grado di fornire spunti per un’eventuale reintroduzione del servizio obbligatorio in altri Paesi Europei. Finlandia ed Estonia applicano la coscrizione universale obbligatoria maschile per cui tutti gli uomini abili, entro un intervallo di età stabilito per legge, sono chiamati a partecipare o a contribuire alla difesa nazionale (ovviamente il numero di personale effettivamente selezionato e addestrato varia in base alle necessità e alle risorse a disposizione, ad esempio l’Estonia seleziona ed addestra circa 3500 uomini all’anno). Una volta terminato il servizio obbligatorio si entra nella riserva (la Finlandia ha una riserva di circa 900 mila uomini con una popolazione di circa 5.5 milioni di persone). Lituania, Lettonia e Danimarca applicano un modello che possiamo definire “a lotteria” per cui tutti i coscritti sono selezionati in modo casuale dall’elenco della popolazione reclutabile (in tutti e tre i Paesi il ricorso alla lotteria e la sua estensione dipende da quante posizioni rimangono scoperte a seguito dell’arruolamento dei volontari). Norvegia e Svezia applicano una coscrizione obbligatoria selettiva, per cui vengono scelti solo i più idonei in base alle loro qualifiche e, soprattutto, alle loro motivazioni e alla loro “voglia di servire” (anche in questo caso la coscrizione va a coprire le posizioni rimaste scoperte dopo l’arruolamento dei volontari. Il focus sulla motivazione e sulla “voglia di servire” permette di selezionare degli individui che possiamo definire come dei “volontari di fatto”).
I modelli di tipo universale obbligatorio e a lotteria permetterebbero di espandere le forze di riserva in modo relativamente rapido. I decisori politici e militari dovrebbero però confrontarsi con un’opinione pubblica che, tipicamente, non è favorevole a qualsiasi forma di servizio militare obbligatorio. Si rischierebbe di favorire lo sviluppo di un elettorato a “mono-questione”, che andrebbe a favorire quei movimenti e partiti politici più scettici verso l’espansione delle capacità di difesa, con conseguente rallentamento, se non cancellazione, dei programmi necessari per incrementare capacità e deterrenza delle varie Forze Armate. Il modello di tipo selettivo potrebbe riuscire ad aggirare la questione della contrarietà dell’opinione pubblica, selezionando solo quelli che sono effettivamente disposti a servire. Questa pratica potrebbe però risultare meno efficace nel momento in cui gli obiettivi di reclutamento si dovessero alzare in modo significativo, costringendo le Forze Armate a selezionare anche i cittadini meno disposti a servire.Ulteriori possibili soluzioni per attenuare il problema potrebbero concentrarsi sul rendere il servizio militare maggiormente accessibile alla popolazione e più attraente in termini economici e di benefici per il personale militare.
La prima misura potrebbe essere migliorare la qualità del “pacchetto” che le Forze Armate offrono ai potenziali candidati. Si tratterebbe di fornire stipendi (Vd. tabella- Confronto stipendi medi) e pensioni migliori, maggiori tutele verso i figli del personale ed un maggiore supporto per la reintroduzione nel mondo del lavoro civile (ad esempio, la Lettonia permette, dopo il completamento del servizio militare da volontario, di compiere studi di alto livello a titolo gratuito. In Svezia, le Forze Armate rilasciano dei certificati per rendere le competenze acquisite spendibili nel mondo del lavoro privato). Ovviamente tutte queste misure avrebbero un costo economico sostanzioso e richiederebbero dei budget molto elevati, oppure effettuare dei tagli da altri capitoli di spesa, come ad esempio i materiali o l’esercizio.
Altra misura potrebbe essere quella di allentare i requisiti fisici e medici richiesti ai potenziali candidati, in modo tale da permettere ad una fetta maggiore della popolazione di arruolarsi. Una scelta del genere porterebbe dei vantaggi in termini numerici, ma al costo di rendere le Forze Armate meno performanti nel loro complesso, in quanto composte da personale “meno idoneo”.
Altra possibilità potrebbe essere quella di permettere agli stranieri di arruolarsi, promettendo in cambio l’accesso alla cittadinanza dopo un certo numero di anni di servizio. Alcuni modelli validi sono quello dell’esercito statunitense e quello della Legione Straniera francese. Permettere agli stranieri di servire porterebbe i benefici di allargare il bacino di popolazione reclutabile, di contribuire al processo di integrazione e di fornire alle Forze Armate personale che ha conoscenze linguistiche e tecniche variegate. Questa scelta, però, potrebbe sollevare anche delle domande e dei sospetti legati all’effettiva fedeltà di questi individui ed alla loro vulnerabilità ad influenze di attori esterni, specie se le loro famiglie si trovano ancora nei loro Paesi d’origine.
Altro modo per attenuare il problema potrebbe essere quello di incentivare il servizio femminile volontario. In Svezia, Norvegia, Danimarca (dal 2026), Israele e Corea del Nord il servizio militare femminile è obbligatorio. Nel 2021 la partecipazione femminile alle forze NATO rappresentava il 13.9% del totale. Il personale femminile all’interno delle Forze Armate è più soggetto a bullismo, molestie sessuali e discriminazioni, rendendo il servizio particolarmente poco attraente per le donne.
Nonostante tutte queste possibilità, è ragionevole pensare che i problemi di reclutamento dei vari Stati verranno difficilmente risolti nel breve periodo. Le cause della crisi derivano da varie situazioni e caratteristiche della società che richiedono tempo per essere comprese pienamente e per essere affrontate in modo efficace.
Qualunque siano le misure intraprese dai vari Governi nazionali, sarà comunque necessario coinvolgere maggiormente la popolazione sulle tematiche di politica estera e di sicurezza, al fine di renderla più attenta sulle varie questioni e più consapevole sul perché vengano prese certe misure (non ci si può limitare a ridurre il dibattito pubblico ad una sola questione economica).
Occorre anche che tutti gli Stati europei adottino strategie di sicurezza nazionali solide e coerenti, che indichino chiaramente minacce e misure da adottare, in modo da razionalizzare i loro sforzi verso obiettivi raggiungibili e spiegabili alla popolazione (lo scenario migliore sarebbe avere strategie integrate tra loro o, possibilità per ora non raggiungibile, un’unica strategia).
Conclusioni
Le crescenti sfide geopolitiche del XXI secolo hanno riportato il rafforzamento delle Forze Armate al centro delle priorità dei Governi occidentali. In un contesto globale caratterizzato da instabilità, competizione tra Potenze e minacce ibride, la necessità di eserciti robusti, ben equipaggiati e adeguatamente dimensionati è diventata essenziale e sempre più sentita. Tuttavia, il modello di reclutamento volontario, adottato dalla maggior parte dei Paesi NATO e dell’Unione Europea dopo la fine della Guerra Fredda, si trova oggi di fronte a una crisi strutturale che ne compromette l’efficacia. Le carenze di organico, l’invecchiamento del personale in servizio e le difficoltà ad attrarre nuove reclute, rappresentano ostacoli significativi per garantire la prontezza operativa e la deterrenza convenzionale richieste dal mutato scenario strategico. Questa crisi, come evidenziato, deriva da una combinazione di fattori socioeconomici, culturali e organizzativi, che richiedono un approccio multidimensionale e lungimirante per essere affrontati in modo efficace.

