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Anche la guerra è un mercato: cosa sono le compagnie militari private

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Nel corso della storia i professionisti del mondo della guerra hanno prestato i loro servigi ai migliori offerenti, dimostrandosi spesso alternative valide al reclutamento di eserciti nazionali. In tempi recenti, le compagnie militari private hanno ottenuto visibilità in larga parte a causa di scandali e controversie, eppure costituiscono uno strumento molto utilizzato e ancora in evoluzione. Cos’è dunque una compagnia militare privata?

Non più soldati di ventura 

Per definire il fenomeno, è importante distinguerlo dalla tradizionale concezione di mercenario. Nel mondo moderno i servizi contrattuali forniti dalle compagnie militari private variano di molto, e possono essere raggruppati in due categorie come scrive la politologa D.D. Avant in Security Studies. Innanzitutto, le compagnie militari private possono rivestire ruoli militari, quali supporto alle operazioni, dispiegamento di consiglieri e addestratori, logistica. Ma esse possono anche avere un ruolo di polizia, pattugliando siti strategici, addestrando forze di ordine pubblico, prevenendo il crimine e occupandosi di intelligence.

Questa lista di servizi viene fornita sul piano transnazionale da aziende operanti in un mercato che, secondo le stime della Commission of Wartime contracting (2011) del Congresso USA, sarebbe valso nel solo Iraq 177 miliardi di dollari dal 2001 al 2008. Tutto ciò ben si discosta dal modello dei soldati di ventura che il ‘900 ci ha consegnato, specialmente se pensiamo all’impiego di mercenari europei nelle guerre africane degli anni ’60 e ’70. In quei casi, cittadini di Paesi stranieri avevano operato attivamente in guerre locali partecipando alle ostilità o addirittura guidandole, in alcuni casi con risultati clamorosi (come la celebre e controversa storia di “Mad” Mike Hoare, al soldo dei governi africani contro ribelli di vario genere, specialmente comunisti). Nella stragrande maggioranza dei casi, individui americani ed europei che operavano come mercenari sfruttavano vuoti della legislazione nazionale, ad esempio, nel caso americano, l’Anti-Pinkerton Act (legge del 1893 che vietava al governo l’assunzione di mercenari), e operavano su un terreno non tracciato a sufficienza dalla comunità internazionale. 

Il fenomeno ha cominciato un lento percorso di parziale normalizzazione solo dopo il 1989 con la Convenzione delle nazioni Unite sui Mercenari. Oggi sembra procedere in direzione di una maggiore regolazione, come testimonia la nascita nel 2013 della International Code of Conduct Association (ICoCA), comprendente 99 compagnie sparse nel mondo. L’associazione nasce per spingere i propri attori a conformarsi al diritto internazionale e umanitario, aderendo a un codice da applicare nello svolgimento delle attività e nella stipula dei contratti.

Colmare un vuoto di mercato

La necessità di questi servizi si è manifestata in un mondo in cui gli eserciti nazionali (specialmente in Europa occidentale) hanno cominciato a ridurre il proprio numero di effettivi. La fine della guerra fredda aveva ormai cancellato la necessità strategica di eserciti di grandi dimensioni per affrontare un ipotetico conflitto globale e lo sviluppo tecnologico suggeriva opportunità per investimenti rivoluzionari. Così, gran parte degli eserciti più grandi del mondo hanno colto l’opportunità per ridurre gli effettivi (e l’impatto sociale di una leva obbligatoria) mantenendo eserciti più contenuti in dimensioni ma equipaggiati con strumenti più avanzati. 

La contrazione degli eserciti ha avuto un doppio effetto sul mercato della sicurezza privata: da un lato ha fornito un’enorme quantità di manodopera nel settore grazie allo smantellamento di una grossa fetta degli apparati militari, dall’altro ha generato una domanda di servizi che potessero affiancare eserciti nazionali nelle loro operazioni. 

Parallelamente, lo scoppio di conflitti in aree del terzo mondo seguito alla scomparsa delle grandi potenze ha ulteriormente aumentato la necessità globale di manodopera specializzata nel settore: Paesi in fase di modernizzazione erano disposti a investire denaro per specialisti in grado di aiutarli a raggiungere standard occidentali. 

Impieghi e usi diversi: USA vs Russia

Come menzionato precedentemente, uno dei teatri che ha visto l’impiego maggiore di civili sotto contratto in zone di guerra è stato il Medio Oriente. Le guerre in Iraq e Afghanistan sono state un momento fondamentale nel mercato della sicurezza privata: i contractors dell’esercito americano sono arrivati a pareggiare il numero di soldati schierati e, nel caso afghano, addirittura a superarli. La più rilevante tra tutte le aziende impiegate è sicuramente la Blackwater, fondata nel 1997. 

Proprio in questo contesto il fenomeno è stato portato sotto i riflettori a causa di controversie scoppiate nel corso degli anni, prima fra tutte il massacro di Nisour Square a Baghdad nel 2007 da parte di uomini della Blackwater (tornato un anno fa all’attenzione dei media dopo l’amnistia concessa dal presidente Trump ai condannati). Ad ogni modo, l’uso dei contractors da parte delle forze americane ha avuto un fine molto chiaro: svolgere ruoli di polizia e di guardia armata, assistenza logistica o funzioni accessorie all’attività militare. Un ruolo più “passivo” che lascia l’iniziativa bellica all’esercito nazionale affiancandogli civili specializzati.

Ben diverso è il caso di un altro famigerato gruppo paramilitare, il “Gruppo Wagner”. Diretto da Yevgeny Prigozhin, oligarca vicino a Putin e legato alle ingerenze nelle elezioni USA 2016, è stato schierato in Libia, Ucraina, Siria e altri luoghi generalmente a supporto degli alleati di Mosca. Differentemente dal modello menzionato sopra, questa formazione ha preso attivamente parte ai conflitti, fungendo da strumento per il perseguimento della politica estera russa oltre i confini imposti dalle relazioni internazionali. Più che una compagnia militare privata come intesa dagli standard dell’ICoCA, il gruppo Wagner sembra uno strumento di guerra per procura, o più genericamente di proiezione internazionale, privo di una vera e propria prospettiva o impostazione imprenditoriale. Ad ogni modo, il suo diffusissimo utilizzo nel corso degli anni sembra averne ridotto l’efficacia e la riservatezza, con ex soldati che esternano non poco malcontento e raccontano di equipaggiamenti scadenti e scarsa tutela. 

Un dibattito ancora da aprire

I rischi della privatizzazione della guerra sono ben chiari nella mente dei legislatori (e dell’opinione pubblica). L’idea di affidare alle leggi di mercato la conduzione di un conflitto sarebbe controversa sotto molteplici aspetti, primo e più ovvio tra tutti lo spostamento del monopolio della violenza al di fuori dei confini dello Stato. Gli esempi del gruppo Wagner e della Blackwater, per diversissimi che siano tra loro, di certo risultano determinati nel trasmettere inaffidabilità. 

In linea generale però, quello delle compagnie di sicurezza potrebbe essere un fenomeno in grado di avere effetti positivi (se opportunamente monitorato), come contribuire a progetti di state-building e ripristino dello stato di diritto in Paesi falliti o pressoché tali, fornire a ONG e organizzazioni internazionali strumenti con cui perpetuare obiettivi umanitari e proteggere il proprio personale all’estero. Piuttosto che rifiutare aprioristicamente il discorso, è forse più opportuno discutere apertamente della privatizzazione della sicurezza in modo lucido, soppesando rischi e vantaggi senza cadere in pregiudizi basati sul passato.

Testo a cura di Lorenzo Taraborrelli

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