La guerra in Ucraina ha riportato al centro del dibattito europeo il tema della deterrenza, rivelando quanto la sicurezza del continente dipenda anche dalla comprensione effettiva delle strategie e delle pressioni ibride esercitate da Mosca. In un contesto segnato da nuove vulnerabilità e da un crescente ricorso alla retorica nucleare, l’Europa si trova di fronte alla necessità di ridefinire i contorni della propria difesa. Le recenti iniziative politiche e militari emerse nel 2025 mostrano l’avvio di un processo più ampio di riflessione strategica, che coinvolge tanto le istituzioni europee quanto i singoli Stati membri.
Dall’inizio della guerra in Ucraina si è spesso tornati a parlare, nel dibattito pubblico Occidentale, di deterrenza nucleare e delle possibilità di creare una strategia comune europea. Tale dibattito è stato fortemente influenzato dalla retorica di Mosca soprattutto a partire dal 24 febbraio 2022, che, tramite dichiarazioni di diversi membri dell’élite politica, ha spesso rievocato il pericolo di un’escalation nucleare del conflitto. Che la retorica nucleare russa sia parte di un più ampio progetto di guerra ibrida e che le dichiarazioni e minacce relative all’effettivo utilizzo di armi nucleari siano credibili non è necessariamente rilevante, perché l’interrogativo da risolvere in Europa è relativo proprio a come difendersi da operazioni ibride, che comprendono le minacce nucleari. Nel 2025 vi sono state alcune iniziative europee e dei singoli stati che rappresentano passi in avanti nel più ampio progetto di difesa comune, fra cui: la Northwood Declaration firmata da Francia e Inghilterra; l’annuncio di un significativo aumento delle spese militari, con i membri della NATO che hanno concordato di elevare l’obiettivo di spesa al 5% del PIL nazionale; e l’avvio di un realistico dibattito relativo al ruolo della Francia e del suo arsenale nucleare come possibile ombrello difensivo per il continente. Proprio perché l’innalzamento dell’asticella al piano nucleare è frutto di una strategia deliberata della Federazione Russa, è importante comprendere come Mosca articola la propria strategia di attacco per costruirne una di difesa. Le minacce nucleari e le operazioni ibride non sono solo strumenti tattici, ma espressioni di una più ampia e radicata cultura strategica. Analizzare questa mentalità è indispensabile per valutare in che modo l’Europa possa costruire una propria architettura di deterrenza credibile.
La siege mentalitye i giochi a somma zero
Uno degli aspetti fondamentali quando si parla di deterrenza russa è l’influenza che un certo tipo di cultura ha avuto e continua ad avere nella formazione della strategia stessa. Secondo un recente studio condotto da Rand Europe, infatti, le mosse russe non possono essere comprese senza menzionare la cultura strategica: l’insieme di idee, convinzioni, esperienze storiche e percezioni di minaccia che orientano il modo in cui Mosca concepisce la sicurezza nazionale e l’uso della forza. Più in generale, sono “i fattori non materiali che regolano le scelte operative e la concettualizzazione professionale negli affari di sicurezza nazionale”. Non è semplicemente una dottrina militare: è una visione del mondo che intreccia storia, geopolitica e identità nazionale, e che incide profondamente sulle decisioni di politica estera e di difesa. Per la Russia essa è il risultato di esperienze storiche passate e recenti, che hanno contribuito a far sì che Mosca si percepisca come una potenza costantemente minacciata e chiamata a difendere la propria sopravvivenza politica e territoriale. Secondo lo studio, a quello storico si aggiungono altri due fattori contingenti: la tendenza a centralizzare il potere sotto il regime di Vladimir Putin e la concezione iperrealista delle relazioni internazionali. Per il Cremlino, l’ordine globale non è un sistema cooperativo ma una competizione permanente tra potenze, in cui vige la logica del “gioco a somma zero”, ovvero la vittoria di una parte implica inevitabilmente la perdita dell’altra. Tenendo conto di questa logica, per la Russia l’affermazione dell’Occidente, e in particolare il potenziale allargamento della NATO e dell’Unione Europea, non è percepita come un processo di integrazione o stabilizzazione, bensì come una strategia di contenimento e accerchiamento ai danni della Russia. Putin, negli ultimi anni, ha tradotto questa visione in una prassi di politica estera fondata su un confronto sistemico e sistematico con l’Occidente. La guerra ha poi mostrato alcune debolezze strutturali del fronte occidentale, alimentando nel Cremlino la convinzione di poter portare avanti la propria agenda revisionista senza infine rischiare una risposta decisiva. In particolare, l’Occidente si è mostrato vulnerabile alla guerra ibrida russa, e proprio sulla base di ciò dovrebbe costruire una solida strategia di difesa.
Uno degli elementi più radicati della cultura strategica russa è la sensazione di accerchiamento o siege mentality. Essa si traduce ad oggi nella costante diffidenza nei confronti dell’Occidente e in particolare della NATO. Tale siege mentality definisce la Russia come una potenza che vive in una condizione di perenne vulnerabilità e che, proprio per questo, giustifica l’uso della forza come strumento di autodifesa preventiva. Già nel 2021 questa concezione unita a quella di guerra ibrida sono state ben esplicitate nel National Security Strategy of the Russian Federation, in cui la sicurezza viene intesa in senso più ampio, includendo non solo la dimensione militare ma anche quella economica, informativa e culturale. La strategia insiste sul concetto di sovranità, presentando la tutela dei “valori spirituali e morali tradizionali” come parte integrante della difesa nazionale e interpretando le influenze occidentali come una minaccia diretta all’identità russa. La Russia non distingue quindi tra sicurezza interna e politica estera: la difesa dello Stato coincide con la protezione della propria civiltà, della propria memoria storica e del proprio modello politico.
La sderzhivanie
La stessa deterrenza nucleare è fortemente influenzata dalla cultura strategica. Comprendere la declinazione del concetto di deterrenza nella cultura russa è indispensabile per consentire all’Europa e all’Occidente di sviluppare una postura strategica fondata su chiarezza, coerenza e credibilità, sottraendosi alla logica dell’ambiguità imposta da Mosca. Per comprendere realmente il punto di vista russo, è importante fare un’analisi semantica del concetto.
Uno degli equivoci più ricorrenti nel confronto tra la dottrina strategica occidentale e quella russa riguarda infatti proprio la traduzione e l’interpretazione del termine “deterrenza”. Nel pensiero occidentale, il concetto di deterrenza rimanda al concetto di fare paura, per ragioni etimologiche. Deterrenza deriva dal termine inglese deterrence, che a sua volta deriva dal latino deterrere, che significa “distogliere con la minaccia” o “terrorizzare”. La deterrenza rimanda dunque a una dimensione psicologica in cui l’obiettivo è dissuadere un avversario dal compiere un’azione indesiderata, instillando in lui la paura delle conseguenze. Inteso in questo senso, assume un significato prevalentemente preventivo e passivo, perché agisce prima del conflitto e perché implica l’agire solo se effettivamente provocato.
Il concetto russo di sderzhivanie, invece, ha un’origine linguistica completamente diversa: deriva dal verbo derzhat’, “tenere”, con il prefisso s- che ne rafforza il significato, traducibile come “trattenere”, “contenere” o “tenere a bada”. Si tratta quindi di un concetto che implica il compimento di azioni volte a “contenere” l’avversario, non necessariamente a influenzarne la percezione o a impedirgli un’azione attraverso la paura. Sderzhivanie non è orientato alla sola prevenzione del conflitto, ma può includere l’intera gamma di strumenti, diplomatici, economici, informativi, convenzionali e nucleari, finalizzati a limitare, ostacolare o rallentare l’azione del nemico, sia in tempo di pace sia durante il conflitto. È dunque una concezione attiva del termine (che rimanda esattamente al metodo russo) che non include solo la dissuasione, ma anche la coercizione, la pressione psicologica, la manipolazione della percezione e persino la guerra ibrida. È chiaro che sderzhivanie significa di più di deterrenza e che tradurlo senza tenere conto del significato che viene dato in Russia può essere fuorviante.
Cercare di capire le strategie di deterrenza nucleare russe
Che la Russia non avesse una vera e propria dottrina nucleare coerente e sistematizzata era già un fatto durante la Guerra Fredda, quando il confronto con gli Stati Uniti era più evidente e diretto di oggi e quando, in assenza di una dottrina di escalation management, Mosca ha affrontato il confronto con gli USA sfruttando soprattutto il concetto di massive retaliation.
Nemmeno la Revolution in Military Affairs ha portato alla subordinazione del ruolo del morale e della dimensione psicologico-cognitiva alla tecnologia o alle effettive dotazioni militari. Pur avendo attraversato varie fasi di modernizzazione, le forze armate russe non hanno mai sviluppato una concezione tecnocentrica della vittoria paragonabile, ad esempio, a quella statunitense. Al contrario persiste l’idea che la tecnologia da sola non possa portare alla vittoria, ma che debba per forza essere accompagnata dalla capacità di influenzare e manipolare la resilienza e le capacità del nemico. La consapevolezza di ciò deve precedere il tentativo di comprendere come la Russia intende fare deterrenza nucleare.
Tra gli elementi più significativi che hanno impatto sulle decisioni in materia di deterrenza nucleare tre possono essere identificati come più rilevanti degli altri: la percezione di Mosca di essere costantemente minacciata dall’Occidente; l’idea che le armi nucleari siano uno scudo vitale per difendere gli interessi nazionali; la convinzione che la Russia sia destinata ad avere una propria sfera di influenza e che per garantire lo status di grande potenza sia necessario un potente arsenale nucleare.
Cercare poi di unire i diversi fattori che influenzano la strategia di deterrenza di Mosca è utile proprio per capirne il risultato. La visione delle relazioni internazionali come un gioco a somma zero, la volontà di mettere sotto pressione il nemico e di influenzarne direttamente le decisioni, e di fare ciò con tutti i mezzi possibili, alimenta infatti il ricorso alla minaccia nucleare come leva coercitiva. A ciò si aggiunge l’aspetto delle capacità convenzionali: le forze russe sono inferiori a quelle della NATO. Un esempio riportato da Rand Europe può essere utile: da anni, a Mosca domina l’idea che le proprie forze aerospaziali non siano in grado di contrastare efficacemente un attacco di precisione condotto dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Le difficoltà strutturali delle difese russe alimentano il timore che un’operazione occidentale su larga scala possa colpire i centri decisionali e mettere fuori uso la capacità di ritorsione nucleare del Paese. Non solo questo porta ad alimentare il senso di minaccia proveniente dall’esterno, ma fa sì che l’arsenale strategico sia ancora più importante. Un ultimo elemento di enorme importanza nell’elaborazione strategica di Mosca è la guerra in Ucraina. È evidente, infatti, che esista un prima e un dopo l’invasione del 24 febbraio 2022 e che tale mossa, quasi tre quattro anni dopo, abbia conseguenze dirette anche sulla deterrenza nucleare. La stessa decisione dell’élite politica di dare inizio a una invasione su larga scala è il frutto di drivers ideologici, regionali e globali; oltre ad essere vista come la via per il raggiungimento di aspirazioni securitarie e per porre fine a frustrazioni geopolitiche.
L’uso sregolato della retorica nucleare da parte di Mosca mostra che la deterrenza è parte integrante della sua strategia di coercizione ibrida. Per l’Europa, comprenderne le logiche è essenziale, ma non sufficiente: le fragilità interne dell’UE, dalla frammentazione politica alla regola dell’unanimità, continuano a ostacolare la costruzione di una vera difesa comune. Una deterrenza europea credibile richiede quindi sia lucidità strategica verso la Russia, sia la volontà politica di superare i vincoli che oggi paralizzano l’Unione.

