Dalle origini del programma nucleare iraniano agli attacchi del 2025, passando per accordi internazionali, sabotaggi israeliani e strategie regionali, la presente analisi mira a fornire un quadro del conflitto a più livelli tra Teheran, Tel Aviv e Washington, nel cuore di una crisi che intreccia tecnologia, geopolitica e diplomazia.
Gli avvenimenti che hanno interessato il Medio Oriente nelle ultime settimane hanno aperto un nuovo capitolo della datata storia di tensione tra Israele e Iran, in un momento in cui il rapido avanzamento del programma nucleare di Teheran incrementa le preoccupazioni israeliane circa una “minaccia alla propria esistenza”.
L’attacco statunitense del 22 giugno scorso contro 3 siti nucleari in Iran si inserisce nel più ampio e consolidato tentativo di Israele di interrompere il programma nucleare iraniano. Qualche giorno prima Tel Aviv si era infatti resa protagonista di un intenso attacco aereo a vasta scala su Teheran, causando almeno 224 vittime e al quale l’Iran ha risposto con centinaia di missili e droni.
Le ostilità recenti seguono circa un decennio di tentativi di dialogo, negoziati falliti e sabotaggi mirati che la presente analisi mira a ripercorrere, fornendo una lettura geopolitica ampia ed alternativa dei recenti eventi che hanno dominato la scena globale.
Le origini delle tensioni sul nucleare: la labilità del Trattato di Non Proliferazione
Il programma nucleare iraniano, avviato dallo Scià con gli USA nel 1957, diventò progressivamente oggetto di timore tra le potenze occidentali, soprattutto in seguito al rovesciamento del regime amico con la Rivoluzione Islamica del ‘79. Un forte rallentamento del programma negli stessi anni fu anche dovuto al rifiuto ideologico nei confronti dell’Occidente e alla conseguente generale diffidenza nei confronti di una tecnologia ritenuta “troppo occidentale”. Durante gli anni ‘80 poi, lo sforzo bellico della Guerra con l’Iraq condusse la leadership iraniana a ottimizzare le risorse e concentrarsi sull’industria petrolifera e del gas oltre che alla ricostruzione post-bellica.
Dopo anni di stretto monitoraggio, il ritrovamento di tracce di uranio altamente arricchito ad inizio anni 2000 impose un’interruzione dell’attività di arricchimento, poi ripresa nel 2006 con conseguenti sanzioni internazionali contro Teheran. Lunghi negoziati portarono poi al raggiungimento di uno storico accordo nucleare tra Teheran, Washington e i P5 del Consiglio di Sicurezza ONU (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) noto come “Piano d’azione congiunto globale”, o JCPOA.
Il Piano, entrato in vigore nel gennaio 2016, prevedeva restrizioni al programma iraniano di arricchimento tra le quali misure di monitoraggio e verifica, in cambio di una revoca delle sanzioni. Il trattato aveva lo scopo, dunque, di impedire uno sviluppo bellico delle capacità nucleari iraniane e garantire così un programma esclusivamente pacifico per il futuro. Non mancarono oppositori all’accordo tra cui i Paesi del Golfo e Israele, animato dal timore che le clausole previste avrebbero solamente ritardato lo sviluppo di un’arma nucleare made in Iran e che anzi, l’alleggerimento delle sanzioni avrebbe consentito disponibilità di risorse più accessibili per il finanziamento di terrorismo e agenti proxy.
Simile posizione assunse Donald Trump sin dalla campagna elettorale antecedente il suo primo mandato alla Casa Bianca. Nel maggio 2018 si finalizzò infatti il ritiro statunitense dal JCPOA, definito dal Tycoon “decadente”e “difettoso nella sua essenza” a cui si aggiunsero sanzioni economiche al loro più alto grado, comprendendo anche paesi sostenitori del programma di Teheran. In seguito al recesso americano, le frizioni si sono progressivamente intensificate. Episodi come l’assassinio del leader della Forza d’elite iraniana Quds Soleimani nel 2020 da parte di un attacco a mano USA hanno definitivamente segnato la fine del rispetto delle restrzioni al programma nucleare previsto dagli accordi multilaterali, accelerando al contrario il processo di sviluppo nucleare con una riduzione del tempo necessario ad accumulare materiale fissile da un anno a 4 mesi e gettando terreno fertile a nuove ostilità e tensioni.
Oltre il negoziato: come funziona l’arricchimento dell’uranio e perché conta
Per comprendere i dettagli degli accordi sulla non proliferazione e le restrizioni violate dall’Iran, occorre comprendere il tema centrale della controversia, ovvero il processo di arricchimento dell’uranio.
L’Iran aveva annunciato già nel 2021 che avrebbe attivato nuove centrifughe per un più rapido arricchimento di uranio, assicurando la limitazione a scopi pacifici e fini civili, suscitando tuttavia negli anni dubbi da parte della comunità internazionale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) circa la trasparenza iraniana in merito all’attività nucleare.
Il processo di arricchimento, il cui difficile controllo deriva anche dal fatto che sia lo stesso per ottenere energia e per produrre armi nucleari, consiste nell’aumentare la percentuale di isotopi – atomi dello stesso elemento ma con comportamenti fisici differenti – da livelli naturali fino al 94%. L’ U-235, presente in natura solo per lo 0.72%, è l’isotopo interessato nella produzione combustibile nucleare, con un’alta radioattività che può generare reazioni nucleari se raggiunge una concentrazione di almeno 3%. Solitamente, i reattori nucleari per la produzione di energia non superano la soglia del 5% di arricchimento: al fine di distinguere la finalità civile e quella militare ed esercitare un potere di sorveglianza sugli sviluppi nucleari dei membri, l’AIEA introdusse infatti una soglia strategica al 20% oltre la quale l’uranio viene considerato “strategico” e consentire potenzialmente la proliferazione nucleare.
L’Iran ha superato questa soglia proprio nel 2021 giungendo al livello del 60% e ha aumentato progressivamente le scorte arricchite a questa percentuale, le quali oggi si stima si avvicinino ai 409 kg. Le preoccupazioni della comunità internazionale e dell’AIEA è dunque che raggiungere il 90% di percentuale di arricchimento dell’uranio, percentuale necessaria alla produzione di un’arma nucleare, sia estremamente facile: l’ultimo report dell’Agenzia risalente al maggio 2025 suggerisce che in 2 giorni e mezzo l’Iran avrebbe la quantità sufficiente alla creazione di una testata nucleare. Per la prima volta dopo anni di accuse circa la violazione degli accordi, l’Agenzia internazionale ha dichiarato formalmente l’inadempimento degli obblighi da parte dell’Iran.
L’avventurismo sabotatore israeliano dal Virus Stuxnet ai Raid Aerei
La lotta israeliana al programma nucleare iraniano risale ad almeno 15 anni fa, quando nel 2010 fu scoperto il virus informatico Stuxnet, ritenuto una creazione israelo-statunitense nell’ambito dell’Operazione Olympic Games per sabotare il funzionamento delle centrifughe per l’arricchimento della centrale di Natanz. Anni prima del fragore internazionale causato dall’uso delle potenti GBU-57, questo attacco ben più silenzioso bensì ugualmente – se non maggiormente – insidioso riuscì ad infliggere una paralisi profonda allo sviluppo nucleare iraniano con la volontà di evitare un conflitto aperto su larga scala, approccio ben diverso rispetto a quello riscontrabile dalle azioni parallele delle parti oggi.
Insinuandosi nei sistemi di controllo attraverso una chiave USB infetta, il virus alterò la velocità della centrifuga causando danni alle macchine e al contempo modificando i dati inviati ai sistemi di monitoraggio per rendere non identificabili le irregolarità.
Si sostiene che l’attacco abbia causato la distruzione fisica di circa 1000 centrifughe su 5000, ritardando di due anni o più il programma e inducendo effetti non solo tecnici ma anche psicologici e di credibilità di un progetto strategico per la reputazione strategica e deterrente iraniana nella regione.
Negli anni successivi, le azioni di sabotaggio contro Teheran si intensificarono. Le misteriose esplosioni a Natanz e l’assassinio dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh nel 2020 insieme ad altri atti ostili condussero ad un’escalation che si intreccia alle dinamiche di conflitto tra Israele e Hamas. L’attacco alle centrali delle scorse settimane non è allora frutto di una sorprendente né tantomeno sconsiderata linea di azione da parte di Israele, bensì un tassello sapientemente studiato ed inserito in una strategia di sabotaggio più ampia e tutta israeliana che intreccia modalità ed intensità, sorprendendo e creando ambiguità.
Comprendere l’approccio ibrido della dottrina israeliana significa allora fare un passo indietro. L’operazione “Cast Lead” del 2008 a Gaza, condotta dall’Unità “MALAT” o “Centro per le Operazioni di Coscienza” in coordinamento con le forze tattiche, ha rappresentato un punto di svolta nella strategia di guerra psicologica delle IDF. L’Unità specializzata fu istituita durante la Seconda Intifada (2000-2005) allo scopo di neutralizzare la base militante di Hamas e smantellare il supporto civile alla stessa, prendendo di mira non solo cittadini palestinesi nella striscia di Gaza ma anche conducendo PsyOps e di sabotaggio altrove con il supporto del Mossad.
La lotta alla conquista di “cuori e menti” – in termini petraeusiani – e la postura “ibrida” della difesa israeliana degli ultimi 50 anni circa hanno consolidato una forma di ambiguo avventurismo che contribuisce a isolare Israele e a rendere la regione impermeabile a possibilità di dialogo, negoziati e approcci pacifici alle crisi. L’attacco informatico Stuxnet ne dimostra quindi la versatilità e diversificazione attraverso tecniche di sabotaggio multiapproccio, che utilizza sapientemente capacità cyber, propaganda in termini classici, strumenti di diplomazia segreta e assassinio. Similmente, il caso di Ismael Haniyeh, leader di Hamas ucciso a Teheran nell’estate 2024 attraverso un dispositivo esplosivo ad alta tecnologia che sfrutta l’Intelligenza Artificiale, e l’operazione volta all’esplosione dei cerca persone tra i militanti di Hezbollah sono solo alcuni esempi che evocano il potenziale di terrore psicologico della strategia multiforme israeliana.
Negli ultimi anni l’avventurismo sabotatore di Tel Aviv si è concentrato sull’erodere le capacità di gruppi armati non statali o proxies affiliati all’Iran e su cui Teheran fonda i suoi sforzi di influenza regionale, con il tentativo di dissuadere da attacchi israeliani e garantendo la sicurezza nazionale e, contestualmente, il programma di sviluppo nucleare. I danni inflitti alle capacità di Hezbollah, Al-Assad e degli Houthi da parte di Israele, insieme alla già consolidata disparità militare con Israele garantita da un’industria della difesa solida e innovativa, ha suggerito all’Iran un deterioramento delle sue capacità asimmetriche e potere deterrente nella regione. Questa consapevolezza potrebbe aver condotto Teheran ad adottare una postura più prona ai dialoghi con gli USA sul nucleare ad aprile scorso e ad aprirsi maggiormente ai vicini arabi per cercare alleati ed evitare l’isolamento contro l’avventurismo israeliano, culminato nell’attacco israeliano ai siti nucleari di giugno 2025.
Crisi della diplomazia e interessi strategici come blocco al dialogo: quali prospettive?
Sebbene investita da pressioni globali e multilaterali, l’aggressività israeliana è imperniata su consolidate riflessioni a lungo termine per assicurare un controllo regionale che garantisca la “self-preservation” dello Stato di Israele, e supportato da alleati come gli USA che, finchè orienteranno le proprie azioni in base alle proprie priorità strategiche senza un posizionamento netto e deciso, non potranno inserirsi sullo scacchiere come mediatori realistici ed efficaci, contrariamente alle ambizioni di Donald Trump.
Se da un lato l’azione unilaterale del Pentagono priva dell’approvazione del Congresso sia stata giustificata con la volontà di neutralizzare le capacità di arricchimento iraniane, dall’altro l’intelligence americana affermò lo scorso marzo che il Paese non stava costruendo attivamente un’arma a causa delle mancata autorizzazione del programma da parte della Guida Suprema, nonostante l’arricchimento di uranio a livelli più alti. Le divergenze interne e l’asimmetria di posizioni rivelano quindi che la scelta di Trump potrebbe spiegarsi con la volontà di mettere alla prova la forza di Washington e consolidare la sua posizione di leader potente nella regione, sfruttando l’opportunità della minaccia nucleare percepita e l’alleanza con Israele, rompendo sorprendentemente l’isolazionismo trumpiano.
Comprendere la rapida imposizione di un cessate il fuoco e la chiusura della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” potrebbe inoltre necessitare di una lettura che trascende i confini regionali e riguarda interessi e paure strettamente statunitensi. La ricercata de-escalation da parte USA, al di là degli allarmismi circa l’innesco di un conflitto di carattere mondiale, potrebbe spiegarsi con l’attuale preoccupazione di una certa incapacità americana ad assicurarsi una superiorità capacitiva bellica in un nuovo scenario di conflitto diretto. L’attuale vulnerabilità dell’industria della difesa statunitense risiederebbe, infatti, nella dipendenza di rifornimento di materiali critici su cui la Cina esercita un controllo dominante, paese tra l’altro per cui l’Iran è un partner energetico e logistico essenziale e nodo centrale della Belt and Road Initiative. Basti considerare che nel 2024 la NATO ha pubblicato una lista di 12 materiali critici essenziali per la difesa alleata e che la catena di approvvigionamento di molte tra queste è dominata dalla Cina (germanio per l’83%, grafite per il 67% e gallio per il 94%). L’interruzione da parte cinese dei rifornimenti di gallio e germanio nel 2023 allarmano poi sul pericolo che crescenti tensioni tra Washington e Pechino, anche all’interno di crisi in cui ambo gli attori nutrono interessi strategici, metta in discussione anche la disponibilità di grafite, cruciale per la produzione di cingolati, difesa aerea e subacquea e artiglieria.
Fonte: Strategic raw materials for defence Mapping European industry needs Benedetta Girardi, Irina Patrahau, Giovanni Cisco and Michel Rademaker The Hague Center for Strategic Studies, January 2023.
Assicurare il dialogo per la ricerca di soluzioni negoziate e il più ambizioso obiettivo restaurare un equilibrio di sicurezza nella regione è dunque estremamente critico. Questa impossibilità dipende dalla carenza di meccanismi regionali di sicurezza collettiva e di framework per la risoluzione pacifica delle controversie e al contempo dalla mancanza di attori che possono guidare questi processi in maniera efficace posizionandosi oltre riflessioni di interesse nazionale e godendo del supporto di attori internazionali e IOs. Dopo gli attacchi all’Iran, i paesi del Golfo, Egitto, Iraq e Giordania hanno condannato duramente Tel Aviv, mentre Oman e Qatar, che Israele ha ripetutamente demonizzato allo scopo di indebolire il suo potenziale diplomatico, si sono posizionati come mediatori insieme agli USA per esercitare pressioni verso i negoziati. Proprio a Doha, in Qatar, è stata però colpita una base statunitense come atto di ritorsione da parte iraniana, proprio in virtù, forse, del suo tentato ruolo di mediatore, amico dell’Iran ma che intesse relazioni con gli USA. Le autorità di Teheran ritengono che la base aerea di Al Uded sarebbe la piu grande risorsa strategica americana della zona, affermando tuttavia che l’attacco è stato limitato e che l’azione non intende rappresentare alcuna minaccia per “il Paese amico e fraterno del Qatar”.
Al di là dell’aggressione sul suolo quatariota e il suo potenziale effetto escalatorio, il ruolo da mediatore che il Paese sembra voler ricoprire non è inedito: l’emirato, intervenuto per convincere l’Iran a negoziare un cessate il fuoco, sin dagli anni ‘90 ha gettato le basi per costruirsi una reputazione globale da intermediario equidistante ed affidabile, oggi carattere essenziale della politica estera qatariota. Il soft power negoziale emirato è sostenuto da un potere economico sulla regione che si fonda sulla sua ricchezza petrolifera e del gas, che rappresentano circa il 50% e l’85% degli utili delle esportazioni. Situandosi come uno dei principali partner commerciali degli Stati Uniti e primo paese arabo ad aver aperto un ufficio commerciale per Israele in seguito agli accordi di Oslo, il Paese ha intessuto solide relazioni con Cina, Europa e Russia, senza trascurare però gli affari arabi anzi estendendo la mediazione e il sostegno umanitario nelle questioni africane.
Questi elementi rendono l’emirato un potenziale attore chiave per fare leva sugli attori coinvolti nelle crisi regionali per guidare un processo negoziale e di dialogo che, sebbene risulti ambizioso e distante, potrebbe rimodellare e riattivare il panorama diplomatico dell’area.
Il conflitto israelo-iraniano sul nucleare non è dunque un’improvvisa fiammata, ma il culmine di una lunga strategia di sabotaggio, diplomazia fallita e guerre per procura. Israele persegue quella che sostiene essere una dottrina di “difesa offensiva” ibrida, supportata da un’alleanza strategica con gli USA che però mostra segni di logoramento strutturale. L’Iran, sempre più isolato e indebolito e che iniziava a esplorare opzioni negoziali per salvare la propria influenza, si ritrova a scegliere come rispondere. In questo contesto frammentato, il Qatar rappresenta uno dei pochi attori in grado di mediare, ma senza un vero cambio di paradigma internazionale e regionale, ogni cessate il fuoco resterà solo una pausa tra due crisi. Il rischio di un conflitto più ampio resta concreto e le conseguenze strategiche, economiche e geopolitiche oltre confine sottovalutate.

