0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheStati Uniti e Nord AmericaIl Congresso statunitense guarda alla Libia

Il Congresso statunitense guarda alla Libia

-

A dieci anni dalla discesa libica in una fase contrassegnata da instabilità e violenza, gli Stati Uniti tornano a guardare con rinnovato interesse alla Libia. Il Paese versa, ancora una volta, in una delicata fase di transizione. La data delle elezioni si avvicina, ma la legge elettorale è più lontana che mai.

Articolo precedentemente pubblicato nel quindicesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

2011

Nel lontano febbraio 2011, il presidente Barack Obama aveva rilasciato l’Ordine Esecutivo 13566 dichiarando l’emergenza nazionale e bloccando le proprietà del governo libico, di Gheddafi e della sua famiglia sotto la giurisdizione statunitense. In seguito, nonostante il mancato dibattito congressuale, Obama, avendo ponderato la limitatezza della missione in natura, durata e scopo nonché l’aspirazione libica di godere di diritti universali, intervenne per difendere l’interesse nazionale ossia un eventuale contagio che avrebbe destabilizzato ulteriormente l’intera regione. Già nell’ottobre dello stesso anno gli alleati occidentali avevano raggiunto l’obiettivo di destituire Gheddafi e porre fine alle violenze. Inizialmente sembrava un’altra mission accomplished, se non fosse che la Libia sin dal 2011 è sprofondata in una spirale di lotte intestine per il potere che ha portato un’ulteriore ondata di violenza ai danni della popolazione civile nella ricerca di una forma democratica di governo. Ciò non è stata arrestata dalle svariate iniziative, diplomatiche e non, lanciate dalla comunità internazionale, anche a causa della mancata unitarietà di posizione occidentale.

Il presidente Trump non si è discostato significativamente dalla condotta dell’Amministrazione Obama, continuando a imporre embarghi e ponendo pressione sulle parti in Libia finché un accordo si è raggiunto. All’inizio della presidenza Biden i commentatori hanno previsto che la strategia in Libia si sarebbe basata sull’assenza di un piano definito. Tuttavia, la Libia ha continuato ad essere considerato un teatro importante perché potenziale campo di scontro tra grandi potenze. In tal senso, la Russia si è oramai affermata come il maggior player in Libia così come la Turchia.

Dieci anni più tardi

La guerra civile scoppiata dopo la deposizione del colonnello Gheddafi ha dimostrato ampiamente tutta la sua indomabilità, non solo per via delle caratteristiche della società basata su forti legami tribali ma anche a causa delle interferenze straniere che hanno fatto della guerra civile in Libia un proxy per aumentare la pressione su altre questioni internazionali.

Il cessate il fuoco che potrebbe divenire o, quantomeno promette di segnare, un punto di svolta nella travagliata storia libica è stato raggiunto nell’ottobre 2020. Nel marzo 2021, il primo ministro Dbeibah si è insediato con il mandato di traghettare il Paese verso le elezioni, che devono tenersi in maniera libera e imparziale, nel dicembre dello stesso anno. Le negoziazioni per dare seguito al mandato varando una legge elettorale si sono progressivamente arricchite di dubbi. Le tensioni si sono innalzate al punto che la Camera dei Rappresentanti, il parlamento con sede a Tobruk, ha dichiarato la posposizione delle elezioni legislative al gennaio 2022, a dispetto della data fissata per il 24 dicembre.

Il rinnovato interesse degli Stati Uniti per la Libia

Anche gli Stati Uniti sembrano essere arrivati a un detour, se non a un punto di svolta nelle relazioni con la Libia. Tradizionalmente, la comunicazione con Tripoli è stata appannaggio del Pentagono, ma ultimamente il Congresso americano sembra essere un nuovo sostenitore del popolo libico.

Il 28 settembre, la Camera dei Rappresentanti ha approvato, con una maggioranza di 386/35, il Libyan Stabilization Act. Due giorni più tardi un contratto tra alcuni lobbisti americani e Haftar è stato cancellato. Il progetto di legge che ha raccolto consenso bipartisan è adesso al Senato, tuttavia vi sono buone aspettative. Il next step sarebbe di competenza di Biden, che dopo aver firmato il progetto di legge dovrebbe sanzionare prontamente Haftar. Un coordinamento con l’Unione Europea potrebbe essere funzionale a bloccare le proprietà e i permessi di ingresso per coloro che hanno perpetrato crimini di guerra e violato l’embargo sulle armi libico.

Il 1° ottobre il deputato repubblicano Tom Malinowki ha introdotto, inoltre, due emendamenti al “National Defense Authorization Act” per l’anno fiscale 2022. Il primo richiede che il presidente riveda la posizione di coloro che sono stati accusati di aver violato l’embargo di armi per sanzionarli ai sensi dell’Ordine Esecutivo 13726. Sulla Libia, infatti, è imposto un embargo militare delle Nazioni Unite, costantemente violato dai Paesi che si sono schierati a supporto delle parti in conflitto. Sono state proprio queste violazioni a spingere l’Unione Europea a creare la missione di controllo Irini. Il secondo emendamento richiede che il Dipartimento di Stato riferisca sui crimini di guerra e i crimini contro l’umanità perpetrati da cittadini statunitensi in Libia. Ciò avviene dopo che gli investigatori indipendenti nominati dalle Nazioni Unite hanno consegnato un report composto da 548 pagine che rileverebbe la possibilità che siano stati commessi crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Libia. Oltre a restituire l’immagine di un Paese al collasso, il report contiene molti omissis e questioni lasciate aperte. Vi si potrebbe leggere un tentativo di non restituire alla comunità internazionale previsioni cupe sull’avvenire del Paese che potrebbero dare vita a nuove iniziative, ma allo stesso tempo il monito è quello di riassestare le alleanze con le fazioni nel Paese.

Il rinnovato impegno statunitense è testimoniato anche dall’incontro tra il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Sullivan e i funzionari egiziani al Cairo dove si è discusso anche delle elezioni libiche e delle sorti del Paese.

I crimini di guerra hanno un nome

La seconda misura avanzata dai legislatori americani che richiedono che il Dipartimento di Stato riferisca sui crimini di guerra commessi da cittadini statunitensi in Libia cela, tra le righe, il nome di un cittadino americano tra i tanti, Khalifa Haftar che si autoproclamò comandante delle Forze Armate Libiche. Haftar si era rifugiato negli Stati Uniti nel 1987, in seguito alla guerra tra Libia e Ciad. In quanto tale, divenne un asset della CIA e successivamente un cittadino americano. Il regime di Gheddafi era infatti considerato un supporter del terrorismo internazionale. L’abbattimento del volo Pan Am 103 nel 1988 rafforzò tale convinzione.

Nel 2011, lasciò gli Stati Uniti per rientrare in Libia e assunse il comando delle forze miliziane dell’Est. La guerra condotta dall’Esercito Nazionale Libico, definita una guerra al terrore, portò un’ondata di spavento per i cittadini. Torture, sparizioni, confische di proprietà, distruzione e saccheggi furono perpetrati dalle sue forze per tutta la Libia orientale finché l’area divenne uno stato di polizia. L’attacco a Tripoli da lui diretto lasciò dietro di sé più di 200.000 sfollati e fosse comuni in Tarhuna.

Pochi giorni prima che il Congresso passasse gli emendamenti, Haftar si è dimesso dal suo ruolo militare per avanzare la sua candidatura a presidente nelle elezioni che si terranno il 24 dicembre. Tuttavia, Haftar potrebbe incappare in una restrizione legale in quanto la legge corrente vieta agli individui con doppia cittadinanza di candidarsi.

Soluzioni creative

Il framework legale delle elezioni presidenziali e legislative deve ancora essere concordato, dato il fallimento del tentativo guidato dalle Nazioni Unite. Il governo ad interim costituitosi sotto l’egida delle Nazioni Unite – che guidano il percorso di stabilizzazione innescato dopo il cessate il fuoco dello scorso anno – è nato per portare il Paese verso nuove elezioni, presidenziali e parlamentari. Di recente il portavoce del Dipartimento di Stato ha sottolineato che i leader libici dovrebbero urgentemente trovare soluzioni creative per il consolidamento della legge elettorale che porti all’indizione di elezioni.

Secondo Washington questo è l’obiettivo quando si pensa ad uno Stato che sia sovrano, stabile, unito e sicuro, libero da interferenze straniere e retto da un governo democraticamente eletto che supporti lo sviluppo e sia capace di combattere il terrorismo entro i suoi confini. Il Paese rimane diviso e il processo di democratizzazione subisce l’ennesima battuta d’arresto. Cosa accadrà dopo il 24 dicembre qualora non venissero indette elezioni non è difficile da immaginare ma da accettare. È altrettanto difficile ignorare che il primo ministro nominato dalle Nazioni Unite ha recentemente ricevuto un voto di sfiducia dal parlamento di Tobruk. Nonostante UNSMIL, la missione delle Nazioni Unite in Libia, il premier Dbeibah e l’Alto Consiglio di Stato abbiano dichiarato l’invalidità della sfiducia, ciò non riduce il suo valore in una società così frammentata tra molteplici centri di potere.

Corsi Online

Articoli Correlati

Anche la guerra è un mercato: cosa sono le compagnie militari private

Nel corso della storia i professionisti del mondo della guerra hanno prestato i loro servigi ai migliori offerenti, dimostrandosi...

COP26: da phase out a phase down

Al termine della Cop26 vengono tirate le somme sulle decisioni prese a Glasgow e sui temi affrontati. Da un...

Il Dubai Air Show e la vendita degli F-35 agli Emirati Arabi Uniti

Al salone di Dubai le autorità americane hanno lasciato intendere che la vendita degli F-35 e dei droni Reaper...

Da Trump a Biden: continuità e discontinuità. Parla il Prof. Colombo

Contrariamente a quanto un’interpretazione da “prima immagine” – vale a dire fondata sulle preferenze dei leader – possa indurre...