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07/04/2020
Italia ed Europa, Notizie

Crisi economica e UE: in Germania non esiste solamente la linea del rigore

di Raimondo Fabbri

La crisi innescata dalla diffusione del Corona virus ha posto alcuni temi chiave per il futuro dell’Unione Europea. Dal bisogno di maggiori risorse per i sistemi sanitari degli Stati alla necessità di misure di stimolo per le economie nazionali l’Unione dovrà necessariamente divenire soggetto geopolitico 

In queste settimane caratterizzate da quarantena e restrizioni legate all’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia da Covid-19, oltre alle morti ed ai contagi, abbiamo assistito in tutta la sua drammaticità alla debolezza strutturale dell’Unione Europea, materializzatasi con maggior evidenza in occasione del Consiglio Europeo del 26 marzo scorso. Un vero e proprio redde rationem fra gli stati membri. Da una parte la Germania, che mostra ancora la propria difficoltà ad esercitare una vera leadership che non sia supportata esclusivamente di politiche economiche basate sull’austerità (Santangelo 2019) e dall’altra gli stati mediterranei con l’Italia in testa nel chiedere animatamente maggiore solidarietà e tolleranza senza peraltro aver individuato con precisione quale strategia adottare, se non il generico riferimento all’emissione di eurobond per sostenere i paesi in difficoltà. Giudicata quest’ultima proposta come irricevibile nei termini in cui è stata presentata sia dalla cancelliera Angela Merkel che dal presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, la quale prima di scusarsi con l’Italia aveva liquidato i corona bond come uno slogan, tale opposizione ha innescato una fortissima polemica antigermanica, particolarmente in Italia, sfociata anche in plateali manifestazioni di dissenso.

Rispetto all’efficacia che avranno le pressioni esercitate sull’opinione pubblica tedesca e degli altri paesi, definiti come rigoristi, dalla lettera aperta sottoscritta da Carlo Calenda e da vari politici italiani di tutti gli schieramenti nonché alle ripetute interviste rilasciate dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, prima alla rete televisiva tedesca Ard e successivamente all’influente giornale olandese De Telegraaf, risulta opportuno segnalare come proprio in Germania si sia sviluppato sin dall’inizio dell’emergenza, un serrato dibattito fra alcuni dei più autorevoli economisti tedeschi favorevoli ad un programma di emissione di obbligazioni europee e contrario al ricorso agli strumenti previsti dall’ESM, per sostenere le economie dei paesi dell’Unione maggiormente in difficoltà.

Discostandosi dai principi ordoliberali molto diffusi in Germania, alcuni di loro hanno firmato un appello pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung e poi successivamente ripreso da alcune importanti testate europee come El Mundo e New Statesman, in cui all’Europa veniva sostanzialmente richiesta una dimostrazione di solidarietà finanziaria per evitare il disastro economico. In un passaggio del discorso, primo sottoscrittore il prof. Michael Huther direttore dell’Istituto tedesco di economia di Colonia, viene sottolineato come l’emissione di obbligazioni comunitarie concederebbe la possibilità a tutti i governi europei di avere il margine di manovra di bilancio necessario, distribuendo in questo modo i costi della crisi nella maniera più ampia possibile. Un strumento simile del resto sempre secondo la lettera/appello venne utilizzato anche in occasione della crisi petrolifera del 1974. Per tali ragioni è fondamentale impedire ai paesi indeboliti di affrontare una crisi bancaria e finanziaria di cui non hanno colpa. Così facendo si eviterebbe anche una secondo crisi dell’eurozona. Insieme ad Huther si sono espressi in questi termini Sebastian Dullien, docente di Politica internazionale presso l’Htw dell’Università di Berlino, Peter Bofinger, economista presso la Bundesbank, vicino a Schröder e docente di Economia a Würzburg, Jens Suedekum, docente al Düsseldorf Institute for Competition Economics, Gabriel Felbermayr, presidente del Kiel Institute for the World Economy, Moritz Schularick, professore di economia all’Università di Bonn e Christoph Trebesch professore di economia e membro anch’egli del Kiel Institute. Alla discussione sviluppatasi in Germania sul futuro dell’Unione e dell’economia tedesca che rischia seriamente la recessione, ha contribuito senz’altro Achim Truger, membro del Consiglio degli esperti economici del governo federale (Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung) che ha illustrato tre direttrici per uscire dalla crisi economica peggiore in cui si trova l’area euro: 1) titoli di stato più sicuri, e cioè, bond europei che siano veri safe asset anche quando i singoli Paesi sono colpiti da una crisi; 2) più spazio di manovra per la politica fiscale 3) una politica industriale europea per rafforzare la convergenza e prevenire gli enormi squilibri. Inoltre per Truger se l’area euro dovesse andare in frantumi, la prima a pagare un conto molto salato sarebbe proprio la Germania visto il surplus commerciale che la contraddistingue. Il dibattito sugli strumenti più appropriati per combattere la crisi economica europea procurata dalla pandemia dunque si intensifica, nonostante il paese sia sempre classificato come il capofila del fronte rigorista, mostrando rispetto alla precedente crisi dell’Euro, un panorama di posizioni più frastagliato in cui non mancano le critiche alla linea di Angela Merkel.

Insomma in un confronto ancora aperto ed in cui è possibile raggiungere un accordo che tenga conto della crisi epocale, «criminalizzare la Germania- come ha notato Flavio Cuniberto- perché ha tenuto il timone fermo sulle proprie coordinate economiche, sfruttando le opportunità gentilmente offerte dal fantoccio europeista e da una moneta imposta da Mitterrand, significa non avere capito i reali rapporti di forza, la reale geografia economico-politico-culturale della nuova Europa» (Cuniberto 2020). Ferme restando le considerazioni sulla centralità tedesca per la tenuta dell’Euro e dell’Unione europea (Guérot 2011) non si può non tener conto della difficoltà della Germania nel percepirsi come soggetto geopolitico in grado di guidare l’Unione Europea in cui da sempre ha ricoperto il ruolo di potenza civile ed anzi trasferendo tale concezione a livello europeo (Thomann 2019), con l’inevitabile conseguenza, oggi acuita dalla crisi del corona virus, che all’urgenza di ricostruire dal punto di vista sanitario ed economico l’Europa, non c’è ancora traccia di indicazioni che possano condurre ad un’Europa geopolitica, come peraltro auspicato dalla presidente Von Der Leyen al momento del suo insediamento alla guida della Commissione.

Dopo la crisi l’UE dovrà affrontare gli stessi problemi geopolitici di prima. Tuttavia questa volta potrebbe doverli affrontare con meno solidarietà interna e meno credibilità. Come è stato opportunamente ricordato si apre un’epoca di scelte per l’UE e per l’Italia naturalmente ed in queste circostanze a dettare la strategia non potranno essere né l’approccio isterico né tantomeno l’approssimazione, come hanno dimostrato alcuni recenti avvenimenti.

Raimondo Fabbri,
Fondazione Fare Futuro

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