Dall’inizio della guerra in Medio Oriente la proiezione del conflitto nel settore energetico ha assunto una portata senza precedenti. Nel corso delle ultime settimane sono emerse chiaramente diverse dinamiche: da un lato, le significative vulnerabilità di alcune economie, dovute alla fragilità delle loro catene di approvvigionamento energetico e logistico; dall’altro, la formazione di una risposta coordinata tra diversi attori internazionali volta ad accrescere la resilienza del sistema e a adottare misure concrete per contenere gli effetti della crisi e mitigare le sue conseguenze economiche ed energetiche.
Tensione e nuovo blocco nello Stretto
Le persistenti tensioni nello Stretto di Hormuz non mostrano segni di attenuazione; al contrario, il recente blocco ha contribuito a destabilizzare profondamente il mercato energetico globale, generando incertezza sui flussi di approvvigionamento e sulle dinamiche dei prezzi. Le misure adottate dalle autorità iraniane hanno inciso in modo significativo sulle rotte energetiche internazionali, ostacolando le operazioni di trasporto degli idrocarburi. In tale contesto, si registrano azioni ostili sempre più mirate nei confronti del traffico marittimo, in particolare mediante attacchi con droni kamikaze diretti a unità cisterna impegnate nel transito nello Stretto. Secondo i dati forniti dal Maritime Information Cooperation & Awareness (MICA), gli episodi di attacco contro navi in transito ammontano complessivamente a circa 17, dei quali 13 risultano confermati a danno di petroliere. Negli ultimi giorni, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) avrebbe aperto il fuoco contro una prima unità navale, identificata comeEpaminondas, in seguito al mancato rispetto degli avvertimenti impartiti dalle forze armate iraniane. Una seconda nave, denominata Euphoria, sarebbe stata successivamente fermata dopo essere stata oggetto di colpi d’arma da fuoco; infine, una terza imbarcazione, la MSC Francesca, sarebbe stata a sua volta presa di mira. Ad ogni modo, il governo iraniano ha predisposto un insieme di misure volte a “sbloccare” il transito nello Stretto, introducendo un’imposizione pari a 1 dollaro per barile di petrolio trasportato, che per una petroliera di grandi dimensioni può tradursi mediamente in oltre 2 milioni di dollari. Si stima, infatti, che tramite questa tassa, Theran possa guadagnare circa 100 miliardi di dollari, che ammonterebbero circa al 25% del suo PIL annuo.
Il G7 fronteggia la crisi
Dall’espansione della crisi, numerosi tentativi di risposta si sono rivelati poco efficaci; tra questi, anche l’incerto sforzo dell’OPEC+ di compensare le carenze energetiche europee ha prodotto risultati molto limitati. Negli ultimi giorni, tuttavia, si sta delineando un’iniziativa di ben altra portata: i paesi del G7 si apprestano infatti ad approvare il rilascio di circa 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche (di cui 172 milioni provenienti dagli USA), con l’obiettivo di contenere l’aumento dei prezzi dell’energia e ridurre i rischi di interruzioni nelle forniture nel contesto del conflitto iraniano. La misura, sostenuta in particolar modo da Francia, Italia, Germania, Regno Unito, verrebbe coordinata dall’International Energy Agency (IEA) e, qualora attuata, costituirebbe il più imponente rilascio di riserve petrolifere mai realizzato nella storia dell’organizzazione. L’International Energy Agency detiene riserve strategiche di petrolio nell’ambito di un sistema di emergenza concepito per consentire ai paesi membri di fronteggiare crisi legate all’aumento dei prezzi del greggio. Secondo le valutazioni delle autorità statunitensi, un rilascio congiunto compreso tra i 300 e i 400 milioni di barili sarebbe appropriato e rappresenterebbe, secondo le stime, tra il 25% e il 35% dei circa 1,2 miliardi di barili complessivamente disponibili nelle riserve. Tale misura ha inoltre determinato una moderata flessione del prezzo del greggio. Nei giorni precedenti alla sua adozione, le quotazioni si attestavano intorno ai 100 dollari al barile. Tuttavia, già con le prime anticipazioni relative all’iniziativa del G7, si è registrato un calo fino a circa 90 dollari al barile. Ad ogni modo, tale intervento si inserisce in un quadro strutturale di vulnerabilità del sistema energetico europeo: per quanto riguarda i combustibili fossili, come rimarcato da Ursula von der Leyen, l’Europa risulta fortemente dipendente da importazioni caratterizzate da elevati costi e da una marcata volatilità, una condizione che determina uno svantaggio rispetto ad altre potenze come USA e Russia. L’attuale crisi in Medio Oriente non fa che rendere ancora più evidenti queste fragilità, mentre la progressiva riduzione del ricorso all’energia nucleare appare, in questa prospettiva, una scelta penalizzante per il continente.
Gli Emirati Arabi Uniti escono da OPEC?
È notizia recente l’indiscrezione secondo cui gli Emirati Arabi Uniti intenderebbero abbandonare l’OPEC. Sebbene tale decisione fosse già nell’aria da tempo, la situazione appare ormai definita: l’uscita dall’OPEC e da OPEC+ dovrebbe concretizzarsi entro il 1° maggio. Tale decisione non appare direttamente collegata alla crisi nello Stretto, bensì riconducibile a una strategia interna volta ad aumentare la propria capacità produttiva di petrolio. La scelta di Abu Dhabi suscita un significativo impatto nel dibattito pubblico, considerando che gli Emirati Arabi Uniti contribuiscono a circa il 4% della produzione mondiale di greggio, configurandosi come il terzo produttore all’interno dell’OPEC. Ad ogni modo, l’isolamento politico da parte dell’Arabia Saudita, anche in ragione delle divergenze sulla questione yemenita, unitamente alla volontà di incrementare la produzione petrolifera fino a 5 milioni di barili al giorno, hanno agito da fattori catalizzatori di tale decisione. Proprio quest’ultimo fattore ha indotto gli Emirati Arabi Uniti a riconsiderare la propria posizione nel lungo periodo, con l’obiettivo di valorizzare appieno la capacità produttiva sviluppata. Le quote imposte dall’OPEC, che limitavano la produzione a circa 3–3,5 milioni di barili al giorno, comportavano infatti oneri sproporzionati in termini di mancati introiti.
La crisi in Medio Oriente, de facto, ha messo in luce la profonda vulnerabilità del sistema energetico globale, esposto a tensioni e interruzioni delle rotte, in particolare nello Stretto di Hormuz. La risposta del G7 rappresenta un intervento rilevante ma temporaneo, che non risolve le fragilità strutturali, soprattutto europee.
A questo quadro si aggiungono dinamiche interne al mercato energetico, come l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, indicativa di una crescente tendenza degli attori produttori a privilegiare strategie nazionali rispetto al coordinamento multilaterale. Tale scelta riflette la volontà di massimizzare la capacità produttiva e i ricavi, ma rischia al contempo di indebolire ulteriormente i meccanismi di stabilizzazione del mercato.
Nel prossimo futuro, è probabile un’accelerazione nella diversificazione delle fonti energetiche e un rafforzamento delle catene logistiche, mosse che punterebbero ad una “autonomia energetica” a prova di shock. Tuttavia, se le tensioni dovessero persistere e il coordinamento tra i principali produttori venisse meno, il rischio sarebbe quello di una crescente instabilità dei mercati e di costi sempre più elevati per carburante, petrolio e gas.

