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14/07/2025
Italia, Medio Oriente e Nord Africa

Nuove dinamiche in Medio Oriente: l’Italia in bilico tra gli alleati

di Viola Petrelli

Nell’attuale scenario di crisi mediorientale, l’Italia è potenzialmente esposta ad una serie di rischi che potrebbero apportare tangibili conseguenze alla sicurezza italiana. Il governo persegue una strategia ponderata, ma sempre in bilico tra l’alleato americano e l’Unione Europea. 

Nell’attuale scenario di crisi mediorientale, l’Italia è potenzialmente esposta ad una serie di rischi che potrebbero apportare tangibili conseguenze alla sicurezza italiana. Il governo persegue una strategia ponderata, ma sempre in bilico tra l’alleato americano e l’Unione Europea. 

Lo scorso 13 giugno Israele ha attaccato l’Iran con lo scopo di bloccare lo sviluppo del programma nucleare. Tale evento ha cambiato le carte in tavola nello scenario mediorientale e ha reso necessaria la ridefinizione della strategia italiana. Infatti, a seguito dell’attacco dell’alleato americano, l’Italia si trova più coinvolta e dipendente dalle dinamiche dell’area a causa delle implicazioni che ne potrebbero derivare. Per fronteggiare le nuove sfide, il governo Meloni si è allineato alla linea cauta dei negoziati, come gli altri membri dell’UE, ma senza rinunciare alle relazioni con l’esecutivo americano

I rischi per l’Italia 

Nell’attuale contesto, l’Italia corre il rischio di subire attacchi da parte dell’Iran, o dei suoi alleati, finalizzati a colpire infrastrutture critiche italiane ma soprattutto obiettivi americani, come le basi militari, presenti in gran numero nel nostro Paese. Lo stato d’allerta ha registrato  una crescita vertiginosa in Italia (e in generale a livello mondiale), infatti sono 29.000 i siti posti sotto sorveglianza, tra cui 10.ooo infrastrutture critiche e circa un migliaio riguardano obiettivi sensibili statunitensi ed israeliani. Sono aumentate le misure per salvaguardare la sicurezza sia dei militari che dei civili americani, soprattutto in relazione al considerevole turismo statunitense in Italia. Dal punto di vista degli obiettivi militari, in Italia sono presenti circa 12.000 militari statunitensi stanziati nelle città che ospitano le basi militari USA a La Spezia, Napoli, Sigonella (Catania), Aviano (Pordenone), Motta di Livenza (Treviso), Camp Ederle (Vicenza), Campo Darby (Pisa), Gaeta (Latina). Potenziali obiettivi potrebbero essere anche Solbiate Olona e Ghedi, per la percentuale di militari americani che ospita. Da non sottovalutare è anche la sicurezza della Santa Sede data la presenza di un Pontefice statunitense al momento in carica. 

Inoltre, il coinvolgimento degli Stati Unti nel conflitto potrebbe creare tensioni con stati di grande importanza per l’Italia come l’Algeria e l’Iraq, fondamentali per motivi di sicurezza energetica, e la Tunisia, per la questione dei migranti. Quest’ultima variabile resta ancora una delle problematiche principali per la sicurezza della Penisola. Infatti con l’instabilità dell’area potrebbero generarsi nuovi flussi migratori verso l’Europa, dove l’Italia è in prima fila. 

Tra gli altri rischi che potrebbero apportare conseguenze critiche agli interessi e la sicurezza italiana è da annoverare la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, corridoio marittimo fondamentale per gli scambi commerciali, canale tramite cui viene esportato petrolio e GNL da paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e dallo stesso Iran, verso l’occidente. La possibilità del verificarsi di una simile ipotesi potrebbe causare uno shock petrolifero. Questo rappresenterebbe un duro colpo per l’Europa, che dopo la guerra in Ucraina è stata costretta a diversificare fonti di approvvigionamento energetiche. Questa potrebbe essere un’arma strategica potente che causerebbe gravi problemi all’economia globale. L’Italia importa il 40,7% dell’energia da aree a rischio e nello Stretto di Hormuz passano circa 200 miliardi annui dell’interscambio italiano con il mondo, costituendo circa il 17% del totale. 

Mentre, sul fronte critico della dorsale sciita, il pericolo è insito principalmente nel Mar Rosso, a causa dei possibili attacchi degli Houthi. Questi in passato hanno più volte messo in difficoltà la sicurezza delle navi occidentali, infatti l’operazione Aspides ha innalzato il livello dell’allerta a “grave” per le navi nel Golfo di Aden e Bab Al-Mandeb.  Con l’attacco a Teheran potrebbe esserci il rischio che anche Hezbollah si attivi al fianco dell’Iran, ma ad oggi risulta troppo debole per intervenire. È più probabile che agisca attivamente solo in casi di escalation che possano mettere in discussione l’esistenza del regime iraniano. 

L’Italia tra Washington e Bruxelles

I tangibili rischi per l’Italia hanno portato il governo Meloni a promuovere fin da subito la via negoziale in Medio Oriente. Infatti, l’Italia è ferma nel sostenere soluzioni pacifiche che evitino il riaccendersi del conflitto in Iran e che siano funzionali alla fine degli scontri a Gaza, ma deve muoversi con cautela. Roma mira ad evitare un coinvolgimento diretto, subordinato alle decisioni della politica estera statunitense, ma allo stesso tempo deve preservare le relazioni con gli USA. Negli scorsi mesi, infatti, la premier ha cercato di costruire relazioni privilegiate con Washington e si è posizionata come leader europea più vicina a Trump per ricoprire il ruolo di “ponte” tra le due sponde dell’Atlantico. Tuttavia, è chiaro che azioni come l’attacco americano in Iran rischiano di mettere in crisi e in difficoltà i rapporti diplomatici con altri paesi come l’Italia. In questa prospettiva, la preoccupazione relativa al nuovo scenario creatosi in Medio Oriente riguarda principalmente la presenza di basi militari americane in Italia e la possibilità di utilizzo in caso di necessità, previa autorizzazione del Parlamento. 

La linea sfumata adottata dall’Italia e l’attenzione con cui si cerca di salvaguardare la sicurezza del paese in situazioni di incertezza e tensione internazionale, come quelle in atto, è l’effetto di una dinamica di più ampio respiro. La politica estera italiana tenta di destreggiarsi strategicamente nello scacchiere globale, scegliendo un approccio transnazionale, per preservare gli interessi e la sicurezza del Paese. È noto che la premier cerca di mantenere solide le relazioni con gli Stati Uniti e cerca di guadagnarsi il ruolo di mediatore tra i paesi membri europei e Trump. Spesso criticata per la sua posizione, per alcuni eccessivamente pro-tycoon e troppo poco europeista, la premier si muove nell’ottica di una realpolitik che non preclude buone relazioni con tutti gli attori internazionali con cui le è possibile farlo. Dall’altra parte, però, se i rapporti con gli Stati Uniti dovessero deteriorarsi, questo costituirebbe una debolezza per il governo, nonché un potenziale danno per gli affari italiani. Il sottile filo diplomatico su cui cammina l’Italia tra Unione Europea e Stati Uniti è una strategia utile a preservare il dialogo su più fronti, con l’obiettivo di salvaguardare gli interessi italiani. Nonostante ciò, ad oggi la sfida è insita nel riuscire a mantenere l’equilibrio tra l’UE e gli USA, senza assecondare troppo le priorità nazionali statunitensi. Infatti, in un contesto internazionale come quello attuale, adottare una postura eccessivamente atlantista, potrebbe coinvolgere l’Italia in dinamiche rischiose, non in linea con gli interessi nazionali e potrebbe isolare il Paese a livello europeo.

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