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07/10/2024
Italia ed Europa, Medio Oriente e Nord Africa

La crisi in Medio Oriente si aggrava: prospettiva italiana e delle grandi potenze

di Sveva Cristina Pontiroli, Lorenzo Rossi, Davide Sotgia, Bruna Tintori

La sera del 1° ottobre 2024 Israele è stato colpito dal più violento attacco missilistico iraniano dall'inizio del conflitto, avviato oramai un anno fa il 7 ottobre 2023, aggravando ulteriormente le già critiche tensioni regionali. Questo avvenimento ha rilevanti conseguenze sia per la regione sia per le grandi potenze mondiali legate ad essa da interessi di natura energetica e geopolitica: gli Stati Uniti sono concentrati sulla difesa di Israele, mentre la Cina mira a garantire l'approvvigionamento di risorse energetiche vitali per la sua economia. Inoltre l’Italia, di fronte all’escalation, ha convocato un’audizione parlamentare il mattino successivo durante la quale i ministri Tajani e Crosetto hanno delineato la posizione nazionale sulla crisi.

La sera del 1° ottobre 2024 Israele è stato colpito dal più violento attacco missilistico
iraniano dall’inizio del conflitto, avviato oramai un anno fa il 7 ottobre 2023, aggravando
ulteriormente le già critiche tensioni regionali. Questo avvenimento ha rilevanti conseguenze
sia per la regione sia per le grandi potenze mondiali legate ad essa da interessi di natura
energetica e geopolitica: gli Stati Uniti sono concentrati sulla difesa di Israele, mentre la Cina
mira a garantire l’approvvigionamento di risorse energetiche vitali per la sua economia.
Inoltre l’Italia, di fronte all’escalation, ha convocato un’audizione parlamentare il mattino
successivo durante la quale i ministri Tajani e Crosetto hanno delineato la posizione
nazionale sulla crisi.

Il primo ottobre il governo iraniano ha deciso di dare seguito alle numerose minacce e quindi di sferrare un massiccio attacco missilistico in territorio israeliano, che il sistema di difesa non è riuscito ad intercettare completamente, con danni a infrastrutture civili e militari. Gli attacchi mirati si sono concentrati soprattutto contro 3 basi aeree intorno a Tel Aviv, postazioni dell’esercito e del Mossad.

Le motivazioni di questo attacco sono collegate soprattutto agli ultimi risvolti a Gaza, in particolare l’uccisione del capo politico di Hamas Isma’il Haniyeh direttamente su suolo iraniano, in Libano, con l’uccisione del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e del generale iraniano Abbas Nilforooshan, e in Yemen con i colpi mirati alle infrastrutture portuali di Hodeida utili al rifornimento di mezzi e risorse dall’Iran per il gruppo Houthi. Questo potrebbe mettere seriamente in crisi l’intero sistema di proxy che l’Iran ha costruito in Medio Oriente per estendere la sua influenza. Tale scenario è stato considerato inaccettabile dall’ala oltranzista del regime iraniano, spingendola a superare le resistenze interne e a promuovere l’attacco.

Il Ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha dichiarato su X che “l’attacco era stato rimandato per dare spazio ad un cessate il fuoco a Gaza” e che “l’azione è conclusa a meno che il governo israeliano decida di rispondere, cosa che provocherebbe una reazione ancora più violenta da parte iraniana” indicando che l’Iran non è interessato ad una costosa e distruttiva guerra con lo Stato ebraico ma che comunque è disposto a difendere e promuovere i suoi interessi nella regione anche con l’uso diretto della forza qualora ritenuto necessario. La risposta, sempre su X, del portavoce delle forze armate israeliana, il contrammiraglio Daniel Hagari, è stata: “l’attacco iraniano è una pericolosa escalation, e che ci saranno conseguenze” e che “risponderanno quando, dove e in qualunque modo sia ritenuto opportuno dal governo di Israele”. I principali attori europei nella regione, Francia e Regno Unito, hanno dichiarato in modo generico che “condannano l’attacco e che hanno partecipato alla difesa di Israele dall’attacco iraniano”.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che “L’Iran ha commesso un grosso errore stasera e ne pagherà le conseguenze”. La risposta dello Stato ebraico potrebbe verosimilmente riguardare siti militari secondari, nell’ottica di una risposta proporzionata, o siti di grande importanza, come ad esempio i campi petroliferi per danneggiare la principale fonte di reddito dello stato iraniano. Potrebbe anche concernere le infrastrutture nucleari nel tentativo di eliminare o ritardare il programma nucleare iraniano e quindi la sua capacità di deterrenza. Quest’ultima strategia sarebbe sicuramente più efficace in termini di danni assoluti ma porta con sé anche il rischio di trasformare il conflitto in una guerra totale. Ogni possibile risposta di Israele dovrà necessariamente essere concordata con gli USA, che saranno chiamati a bilanciare le esigenze di Israele con quelle delle monarchie del Golfo, interessate a garantire il continuo flusso vitale di gas e petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, che l’Iran potrebbe facilmente bloccare. Inoltre, gli Stati Uniti dovranno proteggere le numerose basi militari nella regione, che rappresentano obiettivi simbolici di alto valore per tutti gli attori ostili locali.

Questi avvenimenti potrebbero far precipitare il Medio Oriente in una spirale di violenza ancora più distruttiva, rischiando di trascinare anche gli Stati Uniti all’interno del conflitto e/o esacerbare lo scontro tra gli attori che sono già coinvolti. 

La prospettiva delle due grandi potenze: Stati Uniti e Cina 

Nonostante il progressivo disimpegno dall’area, gli Stati Uniti sono tuttora un player importante nella partita mediorientale. La vulnerabilità delle basi militari americane (soprattutto quelle in Iraq) agli attacchi delle milizie islamiste è una delle principali preoccupazioni di Washington. Proprio una di queste basi è stata presa di mira lo scorso Aprile. Ma è soprattutto la relazione speciale con l’alleato israeliano e le frizioni con l’Iran che spiegano l’attivismo statunitense nel Medio Oriente. Dall’inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti hanno dislocato nell’area ben due gruppi portaerei con funzioni di deterrenza nei confronti dell’Iran. La sera del primo ottobre si è sostanzialmente assistito ad un remake di ciò che successe ad aprile, quando Teheran attaccò Israele con droni e missili. Le forze navali americane hanno intercettato una dozzina di missili iraniani, tutte le forze dell’area sono state messe all’erta e preparate per difendere Israele. In generale però l’intervento americano è stato più limitato rispetto ad aprile. L’attacco ha inevitabilmente evidenziato i limiti della diplomazia di Washington per scongiurare una escalation del conflitto. 

Varie dichiarazioni sono arrivate da parte dall’amministrazione Biden. Il Presidente e il segretario alla difesa Austin hanno dichiarato pieno supporto ad Israele ma precisando che non sono disposti ad accettare incursioni contro le infrastrutture nucleari iraniane. Il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan ha affermato che ci saranno conseguenze per l’Iran. Kamala Harris, che era con il presidente Biden nella Situation Room, ha condannato l’aggressione ad Israele. Le dichiarazioni arrivano comunque in un momento in cui i rapporti tra Israele e Stati Uniti sono decisamente deteriorati, soprattutto a causa delle frizioni tra Biden e Netanyahu. Durante l’ultimo anno, infatti, il Presidente USA ha mostrato insofferenza verso gli atteggiamenti del primo ministro israeliano, che invece non ha dato troppa importanza ai pareri dell’alleato e ha reso difficili i tentativi per raggiungere un cessate il fuoco da parte dell’amministrazione Biden. Il Presidente Biden (il quale non è in corsa per un secondo mandato) è pienamente consapevole che qualsiasi sviluppo in medio oriente potrebbe potenzialmente influenzare le elezioni, soprattutto se si considerano gli attacchi da parte dell’avversario. Non sono mancate infatti le dichiarazioni da parte di Donald Trump, che durante un comizio ha accusato Biden e Harris di “portare gli USA verso la terza guerra mondiale”. Chiunque sia il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà affrontare la complicata situazione che si è creata sotto l’attuale amministrazione. 

Dall’altra parte del mondo, anche la Cina si interessa del conflitto

Pechino nutre interessi economici e diplomatici nella stabilità della regione, fondamentale per garantire sicurezza nei continui approvvigionamenti e regolarità nelle forniture di petrolio e gas dai Paesi del Golfo, come Arabia Saudita e Iraq. Dopo la Russia e questi altri due, l’Iran è infatti il quarto partner di rifornimento per import di petrolio della Cina, da cui essa ha acquistato oltre il milione di barili di petrolio al giorno nel 2023 secondo stime recenti, spesso attraverso la triangolazione dei commerci con altri paesi o l’uso delle cosiddette navi fantasma per aggirare le sanzioni internazionali imposte all’Iran.

Anche infrastrutturalmente è richiesta solidità politica per espandere le proprie rotte commerciali e quindi economiche, tramite iniziative già avviate come la Belt and Road Initiative oppure con l’accordo firmato nel 2021 di cooperazione strategica “Comprehensive document of Iran – China Cooperation”, che durerà 25 anni.

Non è infine da sottovalutare l’aspetto ricorrente della neutralità strategica cinese: il principio cinese di non-interferenza nei confronti della politica interna dei Paesi con cui sostiene trattative si dimostra anche nel caso del conflitto israelo-palestinese.

La Cina infatti ha sempre desiderato posizionarsi come mediatore super partes e rafforzare il suo ruolo di promotore del dialogo internazionale. Dietro a questi interessi c’è l’ambizione allo status di attore alternativo agli Stati Uniti per promuovere una risoluzione pacifica delle controversie. Tuttavia, Israele deplora qualunque posizione non sia apertamente in suo sostegno, soprattutto per quanto riguarda la mera ipotesi di creazione di uno Stato palestinese. Chiaramente, già questo porrebbe la Cina come fuori gioco nella sua aspirazione di mediatore nella regione, soprattutto dopo i recenti eventi del 7 ottobre.

Da una parte quindi vediamo il sostegno sia economico sia diplomatico della Cina nei confronti dell’Iran, che recentemente ha intensificato gli attacchi verso Israele. In aggiunta, notiamo la neutralità strategica criticata severamente sempre da Israele. Oltre a queste analisi, il crescente livello di antisemitismo nella Terra di Mezzo potrebbe contribuire a spiegare la diffidenza di chi con lenti israeliane guarda la Cina.

Come i recenti sviluppi si ripercuotono su Roma

Il Medio Oriente ha una valenza strategica per l’Italia, in quanto qui si materializzano numerose sfide securitarie. Il repentino mutamento di scenario nella regione e l’accresciuta tensione degli ultimi giorni pongono delle serie minacce agli interessi nazionali dell’Italia. Roma sta osservando con preoccupazione i recenti sviluppi mediorientali, come dimostrato dalle audizioni del Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, e del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, che si sono tenute il 2 ottobre 2024 davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato sui recenti sviluppi in Medio Oriente. Il Ministro Tajani ha riferito quanto emerso nel vertice d’urgenza a Palazzo Chigi, convocato il 1° ottobre dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in seguito all’attacco missilistico iraniano su Israele, condannando fermamente l’azione. Inoltre ha evidenziato come la pericolosa escalation in atto in Libano e la possibile reazione iraniana rischiano di condurre ad un conflitto su scala regionale.

I principali obiettivi del governo italiano sono due: la tutela dei connazionali (oltre 3200 civili e 1200 militari) e la promozione di una de-escalation diplomatica. Quest’ultimo punto è stato ribadito dal Premier Meloni, dichiarando che “l’Italia continuerà a impegnarsi per una soluzione diplomatica”, oltre a convocare una riunione straordinaria del G7. Numerose sono le iniziative italiane per evitare l’ampliamento del conflitto, dal sostegno di un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza alla promozione dello stabilimento di un confine tra Israele e Libano, sulla base dell’accordo marittimo del 2022. Quest’ultimo assume un’importanza strategica per l’Italia, in quanto la sicurezza e stabilità dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo Orientale sono fondamentali per l’intera regione.

Dal punto di vista militare, in Libano è presente il contingente militare UNIFIL, composto da 10500 militari di cui più di 1000 sono italiani. Nel corso dell’audizione, il Ministro Crosetto ha riconosciuto come l’UNIFIL non abbia raggiunto gli obiettivi previsti dalla risoluzione 1701 del 2006 in quanto Hezbollah ha continuato a rafforzare la propria presenza nel sud del Libano. Tuttavia, come sostenuto, l’UNIFIL è “l’unico elemento di freno ad una violenza insensata”. Inoltre l’Italia, insieme a partner internazionali come Francia, Stati Uniti e Germania, ha istituito un comitato tecnico-militare per rafforzare le capacità delle forze armate libanesi, con l’obiettivo di addestrare 6000 nuove unità per stabilizzare il confine meridionale e ridurre l’influenza di Hezbollah. Inoltre, quanto sta accadendo in Medio Oriente nelle ultime ore potrebbe mutare profondamente lo scenario regionale. Gli sviluppi futuri dell’escalation politico-militare in corso potrebbero esacerbare l’instabilità dello scacchiere mediorientale, oltre a ridefinire gli equilibri di potere.

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