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06/06/2025
Europa

La Croazia di Plenković in Bosnia ed Erzegovina: tutela etnica o interferenza politica?

di Nicolas Piazza

Le recenti dichiarazioni del primo ministro croato in occasione del 30° anniversario degli Accordi di Dayton hanno riacceso il dibattito sulla sottile linea che separa la legittima tutela culturale dall'ingerenza negli affari interni bosniaci. L'analisi delle modalità con cui Zagabria esercita la propria influenza rivela crescenti ambizioni di controllo politico nel fragile stato multietnico, con implicazioni significative per la stabilità regionale e il percorso europeo di entrambi i paesi.

Le recenti dichiarazioni del primo ministro croato in occasione del 30° anniversario degli Accordi di Dayton hanno riacceso il dibattito sulla sottile linea che separa la legittima tutela culturale dall’ingerenza negli affari interni bosniaci. L’analisi delle modalità con cui Zagabria esercita la propria influenza rivela crescenti ambizioni di controllo politico nel fragile stato multietnico, con implicazioni significative per la stabilità regionale e il percorso europeo di entrambi i paesi.

La relazione tra Zagabria e la minoranza croata bosniaca rappresenta uno dei principali assi geopolitici nei Balcani occidentali, incidendo profondamente sulle dinamiche interne ed esterne della Bosnia ed Erzegovina. Con circa il 15% della popolazione totale, la comunità croata rappresenta una delle tre principali componenti etniche del Paese, insieme a bosgnacchi e serbi, contribuendo in modo determinante alla complessa architettura politica post-Dayton. 

L’influenza croata si inserisce in un quadro più ampio di “tutele esterne” che caratterizza la Bosnia contemporanea, dove Zagabria sta alla comunità croata come la Turchia sta ai bosgnacchi e la Russia alla Republika Srpska. Come recentemente osservato dallo stesso Plenković, “più lento è il processo di integrazione europea, maggiore è l’influenza di altri attori globali nella regione, che sia la Russia, che sia la Cina, che siano altri paesi”. Le recenti dichiarazioni del primo ministro croato hanno riportato al centro del dibattito questa complessa dinamica, evidenziando come la questione dell’interferenza croata rimanga più attuale che mai.

I Balcani occidentali come “questione non periferica” per l’Europa

Nel maggio 2025, intervenendo nella seduta primaverile dell’Assemblea parlamentare della NATO a Dayton, Plenković ha definito la regione balcanica come elemento “fondamentale per una pace a lungo termine in Europa”, sottolineando che “i Balcani occidentali non sono una questione periferica. Sono fondamentali per una pace duratura dell’Europa e per la forza della NATO”. Queste dichiarazioni assumono particolare significato nel contesto delle crescenti tensioni geopolitiche internazionali e riflettono la visione strategica croata della regione come area cruciale per la sicurezza europea.

Il premier croato ha rivendicato il ruolo storico di Zagabria come “uno dei firmatari dell’accordo” di Dayton, esprimendo orgoglio per il “ruolo costruttivo e cruciale” svolto nel porre fine alla guerra. “La Croazia è stata al fianco della Bosnia Erzegovina nei momenti più bui, offrendo protezione ai rifugiati, mantenendo aperti i corridoi umanitari e portando avanti operazioni militari decisive”, ha affermato Plenković, evidenziando come questa “solidarietà continua ancora oggi”.

Particolarmente significativa appare la precisazione secondo cui i diritti dei croati “non devono mai dipendere solo dai dati demografici”, in quanto la Bosnia ed Erzegovina “è la loro patria, che hanno difeso, costruito e al cui futuro hanno contribuito”. La dichiarazione che “la Croazia ha il dovere morale e l’interesse strategico di garantire che i croati in Bosnia Erzegovina godano di uguali diritti” sintetizza perfettamente la duplice natura dell’approccio croato, oscillante tra tutela legittima e strumento di influenza politica.

La questione elettorale e il rifiuto di Komšić

L’interesse di Zagabria verso i connazionali bosniaci si fonda su basi costituzionali. L’articolo 10 della Costituzione croata autorizza infatti una speciale protezione per le persone di etnia croata residenti in altri Stati, creando il fondamento giuridico per un coinvolgimento diretto nelle questioni interne bosniache. Questa tutela si esprime attraverso canali diplomatici, supporto finanziario e influenza politica, spesso veicolata dall’HDZ croato verso il suo “fratello minore” bosniaco.

Il caso emblematico di questa dinamica è emerso nel 2018, quando l’elezione di Željko Komšić come membro croato della Presidenza tripartita bosniaca ha scatenato forti reazioni a Zagabria. L’HDZ croato, che aveva finanziato il candidato rivale Covic, ha denunciato un’anomalia elettorale, sostenendo che Komšić fosse stato eletto principalmente grazie ai voti bosgnacchi. Il sistema elettorale della Federazione, che consente ai cittadini di votare per un solo candidato indipendentemente dall’etnia di appartenenza, viene spesso criticato dai rappresentanti croati come un meccanismo che penalizzerebbe la loro comunità, permettendo di fatto ai bosgnacchi, numericamente superiori, di influenzare l’elezione del rappresentante croato.

L’intensità del rifiuto croato nei confronti di Komšić è emersa chiaramente nel gennaio 2024, quando il primo ministro croato Andrej Plenković non si è presentato all’incontro con i tre esponenti della presidenza della Bosnia ed Erzegovina, previsto nella sede di Sarajevo, insieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al primo ministro olandese Mark Rutte. Il motivo dell’assenza di Plenković sarebbe stata la presenza all’incontro dell’esponente croato Zeljko Komšić, considerato dal governo di Zagabria un membro non legittimo della presidenza della Bosnia ed Erzegovina tra il popolo croato. L’episodio ha evidenziato come le autorità croate arrivino a boicottare eventi diplomatici di alto profilo pur di non riconoscere la legittimità del rappresentante croato eletto.

Nelle dichiarazioni di maggio 2025, Plenković ha denunciato come “i croati sono stati privati del diritto di eleggere il loro legittimo rappresentante per quattro cicli elettorali” e come sia stato “violato il principio di uguaglianza dei tre popoli costituenti”. La risposta del parlamento croato fu una risoluzione sulla situazione dei croati in Bosnia ed Erzegovina, che attirò le critiche dell’Alto Rappresentante per la violazione dell’obbligo di non interferenza sancito dagli Accordi di Dayton.

La questione dell’entità territoriale e le rivendicazioni politiche

La principale rivendicazione politica sostenuta da Zagabria riguarda la mancanza di un’entità territoriale autonoma per i croati bosniaci. A differenza dei serbi, che dispongono della Republika Srpska come entità omogenea, i croati condividono la Federazione con i bosgnacchi, trovandosi in condizione di minoranza numerica. Questa asimmetria istituzionale viene percepita come un’ingiustizia strutturale degli Accordi di Dayton.

Nel 2022, l’Accademia delle Scienze croata ha pubblicato un memorandum in cui questa richiesta veniva presentata come condizione essenziale per consentire l’ingresso di Sarajevo nell’Unione Europea. La strumentalizzazione del percorso europeo della Bosnia ed Erzegovina rappresenta una leva politica significativa nelle mani di Zagabria, che può utilizzare il proprio status di membro UE per influenzare il processo di adesione bosniaco, subordinandolo alla soddisfazione delle richieste croate.

Questa strategia emerge chiaramente anche nelle recenti dichiarazioni di Plenković a Euronews, dove il premier ha espresso “forte sostegno per l’adesione della Bosnia ed Erzegovina all’Unione Europea”, ma ha anche sottolineato che “la Bosnia ed Erzegovina come nostro vicino immediato, un paese dove i croati sono costituenti e persone con diritti uguali a bosgnacchi e serbi dovrebbe seguire le dinamiche che altri paesi della regione hanno”. Il messaggio è chiaro: il sostegno croato all’integrazione europea bosniaca è condizionato al riconoscimento di pieni diritti per la comunità croata.

Questa strategia si inserisce in un più ampio tentativo di rimodellare l’assetto istituzionale bosniaco emerso dagli Accordi di Dayton. Gli esponenti croati, sia bosniaci che di Zagabria, sostengono infatti che l’attuale sistema favorisca una centralizzazione a vantaggio bosgnacco, limitando l’autonomia e l’autodeterminazione delle altre comunità. In questo contesto, emergono periodicamente proposte di riforma costituzionale, come quella avanzata nel 2020 dal leader dell’HDZ bosniaco Dragan Čović, che prevedeva una ristrutturazione federale con la creazione di una terza entità a maggioranza croata.

Questi tentativi si scontrano con la resistenza dei partiti bosgnacchi, che temono un’ulteriore frammentazione territoriale del Paese, e con le perplessità della comunità internazionale, preoccupata per le potenziali conseguenze destabilizzanti di una revisione degli equilibri daytoniami. Il risultato è una paralisi decisionale che ostacola le riforme necessarie per il progresso del Paese verso l’integrazione europea.

Ambizioni territoriali e condizionalità europea

Gli sforzi diplomatici croati si concentrano anche su controversie territoriali strategiche, come la disputa sul ponte di Sabbioncello e la questione dello smaltimento dei rifiuti radioattivi presso il confine. Nonostante le tensioni politiche, le relazioni economiche mantengono intensità, con la Croazia tra i principali partner commerciali di Sarajevo e scambi che superano i 2 miliardi di euro annui. L’analisi delle relazioni croato-bosniache rivela un intreccio complesso di dinamiche identitarie, interessi geopolitici e aspirazioni europee. 

La stabilità futura dell’area dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio tra tutela culturale e rispetto della sovranità bosniaca, superando le tentazioni nazionaliste per il bene della stabilità regionale e dell’integrazione euro-atlantica.

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