La minaccia jihadista saheliana si sta progressivamente espandendo verso gli Stati dell’Africa Occidentale, dove la fragile situazione interna e la mancanza di cooperazione regionale costituiscono delle criticità per l’assetto securitario. Nel mentre, i tentativi di contrasto a livello regionale e il supporto di attori internazionali risultano ancora deboli e inefficaci per affrontare un problema ormai cronico.
Nell’ultimo anno il Sahel si è riconfermato l’epicentro del terrorismo a livello globale, persiste infatti una condizione interna di caos, violenza e insicurezza, sicché il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ultimamente ribadito la gravità della situazione interna lo scorso febbraio 2026, durante il Summit dell’Unione Africana ad Addis Abeba e nel suo rapporto semestrale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
I principali gruppi jihadisti particolarmente attivi in Sahel sono Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) affiliata ad al-Qaeda, e lo Stato Islamico nella Provincia del Sahel (ISSP), costola dell’ISIS. Intorno a queste due organizzazioni cardine orbitano una serie di gruppi minori legati all’una o all’altra compagine. Negli ultimi anni fattori cruciali come la porosità dei confini, l’instabilità interna e un mancato sistema di sicurezza regionale, hanno consentito ai jihadisti di occupare ampie porzioni di territorio di Stati quali Mali, Burkina Faso e Niger; di ottenere il monopolio delle principali vie di comunicazione, fondamentali per la gestione dei traffici illeciti; nonché la creazione di veri e propri proto-stati basati sulla legge della shari’a. Ultimamente l’obiettivo è divenuto ancor più ambizioso, infatti i jihadisti hanno intensificato gli attacchi verso gli Stati dell’Africa Occidentale, spingendosi progressivamente verso il Golfo di Guinea.
L’avanzata verso Benin, Niger e Nigeria: la nuova linea del fronte
I terroristi legati ad Al-Qaeda e all’ISIS hanno concentrato la loro attività operativa in Benin, Niger e Nigeria. Come riportato dai dati raccolti da ACLED, il numero di eventi violenti nei dipartimenti di Alibori e Borgou in Benin (zone a confine), nel dipartimento di Dosso in Niger e negli Stati nigeriani di Sokoto, Kebbi, Niger e Kwara, è aumentato dell’86% nel 2025, rispetto al 2024. Nel 2025 JNIM e ISSP hanno cercato di imporsi progressivamente nell’area e come è stato in precedenza per l’acquisizione del controllo delle fragili zone di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger, è probabile che possa esserci un’intensificazione della violenza, con lo scopo di consolidare la presenza militante nelle aree di confine dei tre stati.
L’espansione territoriale è facilitata dalla collaborazione delle due organizzazioni principali -JNIM e ISSP- con gruppi minori loro alleati in Nigeria, operanti nell’area. Nello specifico si fa riferimento all’affiliato nigeriano di al-Qaeda, Jama’at Ansar al-Muslimin fi Bilad al-Sudan, più comunemente noto come “Ansaru”, che ha giurato fedeltà ad al-Qaeda del Maghreb Islamico nel 2020. Allo stesso modo, l’ISSP vanta come suo alleato la Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP), con sede nel bacino del Lago del Ciad. Inoltre, nella Nigeria centro-settentrionale operano gruppi come la fazione di Boko Haram (JAS), guidata da Sadiku e il gruppo jihadista locale Mahmuda, o Mahmudawa. Queste spesso cooperano anche temporaneamente con i gruppi più strutturati come il JNIM, nel caso di una sovrapposizione di luoghi in cui svolgere attacchi. Questo è, ad esempio, il caso delle violenze perpetrate ad inizio febbraio 2026 nei villaggi nigeriani di Nuku e Woro attribuiti alla fazione di Sadiku, area in cui in precedenza avevano agito anche il gruppo Mahmuda e il JNIM. In Benin le vittime legate alle attività jihadiste sono aumentate drasticamente passando da 58 morti nel 2023 ad almeno 575 nel 2025; portando il paese a diventare un polo logistico fondamentale per supportare le operazioni in Burkina Faso e per stabilire una zona cuscinetto lungo la triplice frontiera con il Togo.
Il coordinamento tra gruppi è cruciale per eseguire gli attacchi, come dimostra l’offensiva dell’ISSP all’aeroporto di Niamey, del 28-29 gennaio 2026. La collaborazione con la Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) nel perpetrare l’attacco, è risultata determinante grazie all’utilizzo di droni carichi di esplosivo. Il gruppo vanta infatti una consolidata esperienza nel campo, in quanto tattica largamente utilizzata nel bacino del Lago del Ciad. La presenza dell’ISWAP è confermata dai video dell’agenzia stampa Amaq: i miliziani parlando Kanuri, lingua diffusa nel bacino del Lago del Ciad, roccaforte del gruppo. Lo Stato Islamico ha poi rivendicato l’attacco, evento raro per la capitale.
Contemporaneamente anche Katiba Hanifa, gruppo affiliato al JNIM, ha intensificato le sue attività lungo i confini tra Benin e Nigeria, tramite l’utilizzo degli IED (Improvised Explosive Device), distruggendo comunicazioni e infrastrutture, e prendendo di mira i civili. La prima operazione riconosciuta dal gruppo sul suolo nigeriano risale all’ottobre 2025 e sottolinea sia l’importanza strategica del corridoio delle tre frontiere di Benin-Niger-Nigeria, che la crescente difficoltà dei governi regionali nel contenere le reti jihadiste transfrontaliere. Sebbene l’influenza islamista si stia espandendo in tutta l’Africa Occidentale da oltre un decennio, i recenti sviluppi indicano una forte intensificazione dell’ambizione, del coordinamento e della portata operativa dei gruppi jihadisti. Questi attori sono ora in grado di organizzare attacchi di massa, occupare territori e condurre operazioni transfrontaliere.
I tentativi di contrasto: la FU-AES
I jihadisti dell’area saheliana sono stati abili a sfruttare i vuoti di potere che si sono venuti a creare negli anni, situazione che si è esacerbata con i golpe militari che dal 2020 al 2023 hanno interessato gli Stati di Mali, Burkina Faso e Niger. Il regime change nei tre Stati ha rappresentato un fattore determinante che ha permesso ai jihadisti di sfruttare prontamente la debolezza interna e di insinuarsi nelle fratture etniche, sociali, culturali ed economiche, proponendosi come un’alternativa valida ad uno Stato assente. Ciò ha segnato la fine della logica della Françafrique, il progressivo avvicinamento a Mosca e l’uscita dall’ECOWAS, a favore dell’AES (Alliance des États du Sahel), un’alleanza alternativa e indipendente dalle logiche neocoloniali. Nonostante la convinzione del Gruppo Wagner (poi African Corps) e dei golpisti al potere di poter fermare l’avanzata jihadista, nell’ultimo anno la situazione sta presentando alcune complicazioni. I tentativi di contrasto sono stati spesso fallimentari, si ricordi il blocco delle forniture di carburante imposte dal JNIM nel settembre 2025 in Mali, che ha permesso ai jihadisti di rappresentare una minaccia per la stabilità economica di Bamako.
Un notevole peggioramento in termini di tenuta securitaria si è riscontrato da quando è venuta meno la collaborazione e comunicazione tra Stati, un tempo garantita da alleanze come l’ECOWAS, essenziale per l’azione di contrasto al terrorismo in Sahel. Ad oggi, il mancato dialogo tra l’ECOWAS e l’AES ha portato in primis ad un peggioramento interno ai tre Stati nei quali i golpisti hanno rovesciato governi democraticamente eletti e alleati occidentali. I tre governi golpisti non solo non sono riusciti a perimetrare la minaccia, ma ne hanno permesso una possibile espansione verso gli Stati costieri, in particolare nella zona transfrontaliera di W-Arly-Pendjari (tra Niger, Benin e Burkina Faso). La mancanza di coordinamento nell’antiterrorismo tra Benin e i suoi vicini burkinabé e nigerini ha creato lacune di sicurezza e facilitato l’offensiva del JNIM.
I ripetuti tentativi (fallimentari) nel contrastare definitivamente le attività dei fondamentalisti hanno portato alla creazione della Force Unifiée de l’Alliance des États du Sahel (FU-AES), uno sforzo militare congiunto creato da Mali, Burkina Faso e Niger nel dicembre 2025, formato da 5.000 soldati degli Stati partecipanti, un cambiamento significativo per l’architettura securitaria regionale. La necessità di un contingente comune nasce dalla consistente operatività dei gruppi jihadisti nella regione di confine di Liptako-Gourma, zona di confine dei tre Stati in questione. L’organizzazione è strutturata come una difesa collettiva e di antiterrorismo in cui i contingenti nazionali si articolano in un unico comando per sincronizzare l’attività interventistica. Inoltre, è prevista la condivisione di intelligence, operazioni di sicurezza delle frontiere e missioni congiunte terrestri e aeree.
Il ritorno degli USA
In questo contesto sempre più frammentato e complesso, dopo anni di assenteismo occidentale, Washington è tornato sulla scena saheliana. A dicembre 2025 gli Stati Uniti hanno effettuato attacchi aerei nel nord-ovest della Nigeria con l’espediente di difendere la comunità cristiana dalle violenze dei jihadisti, accusando anche il governo centrale, il quale avrebbe prontamente smentito l’accusa e si sarebbe proposto come alleato attivo contro la violenza fondamentalista, deleteria per tutta la popolazione nigeriana. In passato gli USA vantavano un’importante base di droni ad Agadez, fondamentale per il monitoraggio dell’attività jihadista, persa dopo l’espulsione nel 2024 insieme ad altre basi chiave, come la base aerea 101 di Niamey. L’intervento in Nigeria rappresenta la volontà di Washington di ritagliarsi un nuovo posto nella regione, in opposizione all’ingombrante presenza russa e cinese (sopraggiunte soprattutto dopo il ritiro occidentale). Esempio emblematico di questa strategia è l’accordo sanitario siglato con il Burkina Faso, una mossa di soft power in un paese amico della Russia. Allo stesso tempo il sostegno tecnologico e nei campi di addestramento in Nigeria, delineano una strategia: offrire un’alternativa di difesa militare, in contrapposizione alle African Corps russe, puntando sullo sviluppo di competenze difensive autonome.
L’approccio americano ha subìto un cambiamento significativo: da discorso normativo incentrato su democrazia e governance, ad un approccio più pragmatico con focus sulla creazione di partenariati economici e sull’aspetto securitario. Infatti, la regione è nota per essere ricca non solo di materiali preziosi come l’oro e risorse come il petrolio, ma anche di minerali critici, motivo dell’approccio di apertura e dialogo da parte degli USA nei confronti di Stati come il Mali (che diventerà il secondo produttore di litio in Africa nel 2026, con riserve stimate in 890.000 tonnellate) e il Niger ( che detiene circa 454.000 tonnellate di riserve di uranio, il 5% circa della produzione globale). Dal punto di vista securitario, il tycoon è intervenuto per contrastare l’attività terroristica, proprio nel momento in cui cresceva il rischio di espansione verso l’Atlantico. La situazione nell’area è fragile: Benin e Guinea-Bissau hanno subito tentativi di golpe, nel primo caso non riuscito grazie all’intervento dell’ECOWAS e della Nigeria. Per contenere la minaccia jihadista, l’alleanza con la Nigeria è strategica: il Paese è vicino agli Stati dell’AES, ma non ne fa parte. Tuttavia, il supporto USA resta limitato all’addestramento e alla tecnologia, senza prevedere, per ora, l’invio di truppe sul campo.La complessa situazione regionale che vede l’effettiva e crescente collaborazione dei gruppi jihadisti centrali con quelli minori, rappresenta un elemento di complessità non solo per il Sahel, ma anche per gli Stati confinanti. Tale cooperazione potrebbe portare ad un’operatività più vasta, più efficace e alla costituzione di reti jihadiste. Dall’altra parte, questa condizione ha messo in luce una serie di debolezze strutturali e operative all’interno delle forze di sicurezza africane la cui organizzazione interna, tradizionale e obsoleta, ostacola una risposta incisiva alle operazioni fluide e decentralizzate delle organizzazioni jihadiste. Nella prospettiva di perimetrare la minaccia risulta necessaria la creazione di un sistema di cooperazione, di difesa e intelligence a livello regionale, per monitorare soprattutto le fragili zone di confine. La mancata coesione tra gli Stati dell’area sta mettendo a rischio l’intero assetto securitario, per questo è indispensabile stabilire un dialogo tra gli Stati ancora parte dell’ECOWAS e i Paesi dell’AES. Difatti, nonostante quest’ultimi si stiano adoperando per una difesa collettiva indipendente, sembra ormai impossibile prescindere dai vicini regionali nella prospettiva di fermare l’avanzata jihadista.

