Il Medio Oriente, componente geografica del Mediterraneo Allargato, rimane epicentro delle dispute geopolitiche, quadrante entro il quale grandi e piccoli attori competono per i rispettivi immaginari geopolitici, siano essi nazionali, regionali o globali. Al disordine generale, sospinto primariamente dagli attori politici autoctoni, si sommano le dinamiche avente origine esogena, engagement e disengagement di attori esterni ne aumentano il grado di instabilità. La Siria odierna è così divenuta la rappresentazione in miniatura della complessità geopolitica più ampia che investe la regione mediorientale.
La Siria, dalle Primavere Arabe ad oggi, è centro gravitazionale entro cui orbitano diversi attori, autoctoni ed esogeni, che si sostengono vicendevolmente con l’obiettivo di imporre una propria visione politica. Pertanto, adottando una prospettiva scalare più ampia, si nota che gli scontri avvenuti in Siria negli ultimi anni, non sono altro che il riflesso di uno confronto più ampio che coinvolge gran parte della regione mediorientale e gran parte degli attori che qui vi orbitano. Per comprendere le dinamiche occorse dal 27 novembre – data della prima avanzata dei ribelli, tra i quali spicca il nome di Hayat Tahrir al Sham (HTS) – sino ad oggi non basta analizzare le dinamiche domestiche del potere siriano, ma occorre prendere in considerazione una fascia geografica che parte da Kharkiv (Ucraina) e scende, creando una mezzaluna, sino a Tehran.
Prima di analizzare gli attori direttamente coinvolti nella questione siriana, sarebbe utile inoltre far notare quanto l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese nell’Indo Pacifico, e la conseguente decisione statunitense di riallocare le risorse dal Medio Oriente all’Asia Orientale, abbia attivato tutta una serie di conseguenze che si sono risolte con i fatti attuali.
In primo luogo, dunque, la decisione di Washington di ricalibrare la propria postura internazionale ha aperto margini di manovra un tempo impensabili e ha lasciato sguarniti spazi che sono stati in seguito colmati da attori regionali ed extra-regionali. Russia, Turchia ed Iran sono i principali soggetti che hanno tentato di colmare tali vuoti, divenendo i massimi sponsor degli attori autoctoni che si sono sfidati per il potere siriano.
Russia ed Iran furono i principali protagonisti che sostennero il Presidente Bashar al Assad contro i ribelli siriani durante le Primavere Arabe, riuscendo oltretutto nell’impresa, in quanto rinsaldarono Assad al potere e marginalizzarono i ribelli a Idlib. Ankara al contrario procedeva attraverso due azioni parallele, sosteneva i ribelli ormai confinati ad Idlib e perseguiva il suo obiettivo di corrodere il potere dei curdi nel nordest della Siria, in quanto percepiti come braccio destro dei curdi interni, ritenuti una minaccia per la Repubblica di Turchia. Questa era, a grandi linee, il quadro siriano sino al 27 novembre.
Russia ed Iran avevano dunque, sino all’offensiva di HTS, gestito il potere in Siria, sostenendo il sistema autoritario della famiglia Assad e ricevendo da quest’ultima alcuni asset geostrategici in cambio. La Russia aveva ottenuto la base aerea Khmeimim a Latakia e aveva consolidato la base navale di Tartus, unica base russa nel Mediterraneo; l’Iran aveva invece corroborato la logistica che teneva assieme l’Asse della Resistenza, utilizzando la Siria come ponte di approvvigionamento verso il Libano. Da qui gestiva il confronto con Israele.
Mosca e Terhan sono state però corrose da due conflitti che, pur essendo totalmente alieni alla questione siriana, hanno consumato il sistema di potere che manteneva in piedi il regime di Assad, schiudendo dunque ad una possibile controffensiva dei ribelli appoggiati dalla Turchia. La Russia combatte tutt’ora una guerra esistenziale fuori e dentro i suoi confini, che la costringe a ripensare i suoi asset geostrategici ponendo la Siria nettamente in secondo piano. Durante l’avanzata di HTS ha tentato di disarticolare le sue forze per mezzo dell’aviazione, ma questa era inutile se non accompagnata da azioni dirette sul campo.
Allo stesso tempo, Israele, nella guerra parzialmente indiretta con la Repubblica Islamica, era riuscita a disarticolare il sistema attraverso cui Tehran proiettava la sua potenza sulla regione mediorientale. Hezbollah è stato infatti ridimensionato notevolmente in Libano e non aveva più le energie per appoggiare il regime siriano. Così anche gli asset iraniani sul territorio erano stati ridimensionati attraverso attacchi mirati. In sostanza, il regime di Assad si è ritrovato privo dei suoi due principali sostenitori, ormai incapaci di mantenere quanto ottenuto negli anni precedenti.
Nonostante fosse sotto gli occhi di tutti la fragilità del regime siriano, sembrava improbabile un’avanzata tanto rapida fino ad Damasco. Prima della caduta del regime alcuni analisti pensavano difatti ad un tentativo turco semplicemente volto alla rinegoziazione degli equilibri mediorientali, visto il momento che attraversavano russi e iraniani, e che dunque non aveva come obiettivo il collasso di Assad. In definitiva una minaccia limitata avente quale fine ultimo un accordo volto al mutamento fattuale degli equilibri diplomatici regionali, piuttosto che lo spodestamento di un regime.
Tuttavia, ora la questione verte sulle future modalità della gestione del potere siriano da parte del nuovo governo. La rapida ascesa di HTS non deve infatti far pensare che abbiano completamente in mano il complesso panorama geopolitico siriano. Sulla costa mediterranea dovranno confrontarsi con la minoranza alawita e cristiana, che hanno storicamente tentato di stringere legami con attori stranieri per controbilanciare la maggioranza sunnita. Un tempo avevano stretti legami con la Francia, oggi con la Russia, che deteneva proprio presso queste minoranze affacciate sul Mediterraneo, i suoi asset militari più importanti. HTS deve poi contendere il potere con i curdi a nordest, drusi a sud e con le varie le posizioni politiche interne alla maggioranza sunnita.
Sebbene la caduta di Assad abbia portato largo sollievo alle popolazioni che non tolleravano più il suo regime, reso evidente dalla rapidità del suo sgretolamento, non ha di certo portato stabilità in Siria. Israele, ad esempio, ha intensificato gli attacchi sul territorio siriano, proseguendo il suo tentativo di disarmare le possibili minacce dei vicini, esternalizzando la sicurezza nazionale.
La questione siriana dovrebbe dunque farci riflette su quanto l’attuale contesto altamente competitivo sta generando delle continue crisi la cui causa va ritrovata non solo tra i fattori della dimensione domestica del potere, ma anche e soprattutto nella dimensione internazionale.
Come abbiamo avuto modo di vedere pocanzi, la fascia spaziale tra Kharkiv e Tehran ha conosciuto una pluralità di crisi che si influenzano vicendevolmente dando origine a fenomeni imprevedibili fino al loro verificarsi. La Siria da questo punto di vista è l’esempio cristallino di quanto le dinamiche si stiano sovrapponendo e di come gli equilibri regionali stanno mutando rapidamente. In ultima analisi Damasco resta epicentro del più ampio confronto regionale sia per la sua natura posizionale, al centro tra le maggiori potenze del Medio Oriente, sia per l’endemica instabilità statale, che facilita la penetrazione di soggetti esterni che utilizzano la crisi siriana per perseguire i rispettivi immaginari geopolitici.

