Le nuove politiche protezionistiche annunciate da Trump minacciano di scatenare una guerra commerciale globale. L’Europa punta sull’energia per evitare ripercussioni economiche devastanti.
Le recenti elezioni presidenziali statunitensi del novembre 2024 hanno confermato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, inaugurando un secondo mandato che potrebbe riaccendere le tensioni commerciali con l’Europa. Con il suo programma “America First 2.0”, l’ex presidente, già prima della vittoria elettorale, aveva anticipato l’intenzione di rafforzare i dazi sulle importazioni. Tra le sue dichiarazioni più controverse, Trump ha annunciato un piano per applicare un dazio fino al 20% su tutti i prodotti importati, motivandolo con la volontà di sostenere le imprese americane, incrementare l’occupazione e ridurre il deficit federale, utilizzando il gettito fiscale derivante come aveva fatto durante la sua precedente amministrazione, nel periodo 2016 -2020.
Una probabile ondata di dazi su scala globale: rischio di recessione per l’Eurozona
Trump, durante un significativo comizio tenuto a Chicago il 14 novembre, ha dichiarato che, a suo avviso, pochi termini possono competere per bellezza con “dazio”, fatta eccezione per quelli legati all’amore e alla religione. Questo tipo di imposta, formalmente applicata alle merci straniere all’ingresso nel Paese, è pensata per penalizzare i produttori stranieri, ma nella pratica i costi vengono spesso trasferiti sui consumatori americani, con un conseguente aumento dei prezzi al dettaglio.
Le politiche protezionistiche annunciate dal neopresidente americano potrebbero scatenare una crisi commerciale globale con conseguenze pesanti per i partner degli Stati Uniti. I dazi previsti includono aumenti tra il 10% e il 20% per tutte le merci importate, un incremento del 25% per quelle provenienti dal Messico, oggi primo partner commerciale degli USA, e tariffe tra il 60% e il 100% per i prodotti cinesi, che raddoppierebbero così i loro prezzi. Per il Messico, Trump ha dichiarato che potrebbe arrivare a imporre dazi del 100%, 200% o addirittura 2000% sulle auto, usando queste misure come leva per gestire l’immigrazione e finanziare il muro al confine. Di seguito, analizzeremo le potenziali ripercussioni di queste politiche protezionistiche sui mercati europei, sul contesto nazionale e sull’economia statunitense.
L’impatto sull’Eurozona potrebbe essere significativo. La possibilità di tariffe punitive sull’acciaio e sull’alluminio rischia di colpire ulteriormente l’industria pesante europea. In questo contesto, alcune aziende, come Leonardo e altre attive nella difesa, potrebbero beneficiare di una maggiore spesa militare derivante dalle politiche di Trump, mentre altre, come quelle legate al commercio tradizionale, affrontano incertezza e volatilità.
Ad esempio, l’Italia rischierebbe di perdere oltre lo 0,5% del PIL, la Germania più dell’1%, mentre Francia e Spagna subirebbero cali dello 0,7%. Questi dati suggeriscono che una guerra commerciale potrebbe frenare la crescita dell’intera area, spingendola verso la recessione.
Un boomerang per l’economia americana
Anche gli stessi Stati Uniti non sarebbero immuni dagli effetti negativi di una guerra commerciale. L’aumento dei dazi, se da un lato mira a penalizzare i produttori stranieri, dall’altro si traduce spesso in un incremento dei costi per i consumatori americani. Ogni famiglia potrebbe trovarsi a pagare fino a 1500 dollari in più all’anno per beni di uso quotidiano, contribuendo a un’impennata dell’inflazione. Prezzi più alti e una conseguente riduzione della domanda interna rischierebbero di rallentare significativamente l’economia statunitense. Questo scenario conferma che i dazi, se usati come arma economica, possono rivelarsi un boomerang, causando danni non solo ai partner commerciali, ma anche al sistema economico americano stesso. Una guerra commerciale su vasta scala potrebbe quindi trasformarsi in un gioco a somma negativa, con pesanti ripercussioni globali.
L’impatto di queste politiche sarebbe particolarmente critico per le fasce più deboli della popolazione americana, che subirebbero maggiormente gli effetti dell’aumento dei prezzi su beni essenziali come alimenti, vestiti ed elettrodomestici. Le imprese statunitensi, dal canto loro, potrebbero trovarsi a fronteggiare un contesto economico sempre più incerto, caratterizzato da una diminuzione dei margini di profitto a causa dell’aumento dei costi di produzione. L’inflazione, unita alla riduzione della capacità di spesa delle famiglie, rischierebbe di mettere in difficoltà anche le catene di distribuzione e il settore retail, pilastri fondamentali dell’economia americana.
In aggiunta, gli effetti negativi dei dazi potrebbero riflettersi anche sulla bilancia commerciale statunitense. Partner storici come l’Unione Europea, il Canada e il Giappone potrebbero reagire con misure di ritorsione, colpendo le esportazioni americane. I settori agricolo, tecnologico e manifatturiero, già fragili durante la precedente amministrazione Trump, potrebbero trovarsi ulteriormente penalizzati.
Il piano di Bruxelles
Questo contesto di incertezza economica e geopolitica suggerisce che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi isolati, sia a livello commerciale sia diplomatico, con conseguenze a lungo termine difficili da prevedere. Una tale situazione prepara il terreno per una riflessione più approfondita sulle strategie che l’Unione Europea potrebbe adottare per contrastare queste misure e salvaguardare le proprie economie in un panorama globale sempre più frammentato.
In merito alle possibili soluzioni per scongiurare nuovi dazi sui prodotti europei da parte del presidente americano Donald Trump, venerdì 8 novembre, durante una conferenza stampa della Commissione Europea, la presidente Von der Leyen ha avanzato una strategia che punta sull’energia. La proposta prevede un ulteriore incremento delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti, oggi tra i principali fornitori mondiali di questa risorsa. Sebbene Von der Leyen non abbia esplicitamente legato questa iniziativa alla questione dei dazi, la correlazione è apparsa evidente nella sua risposta a una domanda sui rischi commerciali posti dalla nuova presidenza americana. L’Unione Europea, che già rappresenta uno dei maggiori mercati per il GNL statunitense, ha aumentato significativamente gli acquisti dopo l’invasione russa dell’Ucraina, riducendo la dipendenza dal gas russo. La strategia prospettata punta dunque a sostituire gradualmente le forniture russe, ancora presenti per via di contratti di lungo termine, con quelle americane, consolidando al contempo i rapporti economici con Washington.
Un aspetto cruciale di questo piano riguarda la sua valenza politica oltre che economica. Rafforzare le importazioni di GNL dagli Stati Uniti potrebbe essere percepito come un gesto di apertura nei confronti della presidenza Trump, un segnale di disponibilità a mantenere salda la partnership transatlantica nonostante le tensioni commerciali. Tuttavia, questa mossa presenta anche dei rischi per l’Europa. Affidarsi in misura crescente alle forniture energetiche americane potrebbe ridurre la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, esponendo il continente a nuove vulnerabilità geopolitiche. Inoltre, il costo del GNL statunitense, generalmente superiore rispetto a quello russo, potrebbe comportare un aumento delle bollette energetiche per famiglie e imprese europee, influendo negativamente sulla competitività economica del blocco.
Connessione tra dazi ed energia e implicazioni politiche
La connessione tra dazi ed energia si basa su dinamiche di scambio politico ed economico. Nel caso proposto, l’idea di Ursula von der Leyen di incrementare le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti rappresenta una mossa strategica per rafforzare le relazioni economiche tra Unione Europea e Stati Uniti. In particolare, questo aumento delle importazioni potrebbe essere percepito come un gesto di buona volontà verso l’ amministrazione Trump, che ha spesso adottato un approccio transazionale alla politica estera e commerciale.
Donald Trump, nel suo precedente mandato, aveva già dimostrato di essere sensibile a questo tipo di accordi. Nel 2018, per esempio, accettò di ridurre le pressioni sui prodotti europei in cambio di un incremento simbolico, ma politicamente utile, nelle importazioni di GNL e semi di soia dagli Stati Uniti. Allo stesso modo, oggi l’aumento delle importazioni di energia americana potrebbe offrire un margine negoziale per evitare nuovi dazi punitivi sui prodotti europei, creando un vantaggio per entrambe le parti: gli Stati Uniti ottengono un maggiore accesso al mercato europeo per il loro GNL, mentre l’Europa evita l’imposizione di tariffe dannose per la propria economia.
Questa dinamica evidenzia come il commercio energetico possa diventare una leva diplomatica cruciale nelle relazioni tra Unione Europa e Stati Uniti. Incrementando le importazioni di gas naturale liquefatto, Bruxelles punta a rafforzare i rapporti con l’amministrazione Trump, cercando di scongiurare l’imposizione di dazi punitivi che rischierebbero di colpire duramente l’economia europea. Se gestita con cautela, questa strategia potrebbe non solo mitigare le tensioni commerciali, ma anche trasformare un potenziale scontro in una opportunità per consolidare la cooperazione transatlantica, evitando che le politiche protezionistiche si traducano in un boomerang per l’economia globale.

