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04/04/2025
Stati Uniti e Nord America

Dazi: rischi e opportunità per l’automotive statunitense

di Lorenzo Rossi

I dazi del 25% annunciati dal Presidente Donald Trump il 27 marzo sulle importazioni di automobili rischiano di creare danni ingenti alla filiera produttiva e rivelarsi un boomerang per l’economia statunitense. Le misure, infatti, colpiranno un settore che genera un indotto di 450 miliardi di dollari e basato su una supply chain fortemente integrata, specialmente con Canada e Messico. I rischi di ritorsioni dei partner commerciali e i costi aggiuntivi per i produttori statunitensi avranno, con tutta probabilità, effetti rilevanti sull’economia americana. 


I dazi del 25% annunciati dal Presidente Donald Trump il 27 marzo sulle importazioni di automobili rischiano di creare danni ingenti alla filiera produttiva e rivelarsi un boomerang per l’economia statunitense. Le misure, infatti, colpiranno un settore che genera un indotto di 450 miliardi di dollari e basato su una supply chain fortemente integrata, specialmente con Canada e Messico. I rischi di ritorsioni dei partner commerciali e i costi aggiuntivi per i produttori statunitensi avranno, con tutta probabilità, effetti rilevanti sull’economia americana. 

I numeri della filiera automobilistica 

La produzione di automobili negli Stati Uniti  ammontava a circa 10,6 milioni di unità nel 2023, con un output economico di 450 miliardi di dollari e con 3,3 milioni di impiegati diretti e indiretti, considerando tutte le filiere coinvolte. 

La capacità produttiva in questo settore rimane forte nonostante lo shock inflitto prima dalla crisi del 2008 e dalla recessione del 2020, non contando il progressivo declino che l’industria statunitense ha vissuto a partire dalla seconda metà degli anni ‘70. Dal 1978, infatti, il numero di auto prodotte è diminuito gradualmente, per svariate cause, tra cui la concorrenza estera, giapponese ed europea in primis

Oggi gli Stati Uniti sono uno dei maggiori importatori mondiali di automobili: nel 2024 il valore delle importazioni ha superato i 249 miliardi di dollari e un totale di 7.6 milioni di veicoli. I tre maggiori esportatori di automobili negli States sono Messico (22,8% del totale), Giappone (18.6%) e Corea del sud (17,3%). 

Significativo è anche l’interscambio con l’Unione Europea: quest’ultima ha esportato veicoli negli USA per un valore di 37 miliardi di euro, mentre le vendite di veicoli statunitensi in Europa hanno superato gli 8 miliardi di euro (dati 2022). La Germania figura come primo esportatore europeo, con vendite dal valore di 25,6 miliardi di dollari nel 2024

Per quanto riguarda invece le esportazioni statunitensi all’estero, nel 2023 queste ammontavano a 65.3 miliardi di dollari, dirette principalmente verso Canada, Germania e Cina. Il quadro che emerge è quindi quello di un notevole deficit commerciale, sia confrontando i dati aggregati che i singoli casi. 

Le ragioni dietro l’imposizione dei dazi

Il Presidente Trump ha sempre mostrato preoccupazione per l’enorme disavanzo

commerciale tra gli USA e i loro partner commerciali. 

I dazi, nell’ottica di Trump, possono essere utilizzati in primis come leva negoziale, ossia raggiungere un determinato obiettivo minacciando l’imposizione di tariffe sulle merci estere. Nel caso dei Paesi appartenenti all’USMCA (Canada e Messico) e della Cina, i dazi vengono visti come strumento di pressione per costringere le controparti ad impegnarsi in misura maggiore nel contrasto al narcotraffico e all’immigrazione illegale.

Anche nei rapporti commerciali con il “Vecchio Continente” Trump ha lamentato l’importante deficit commerciale e disparità di trattamento tra USA e UE nel settore automotive: i dazi statunitensi sulle auto europee ammontano infatti al 2,5%, mentre quelli europei sulle auto statunitensi al 10%

La minaccia dei dazi, secondo l’amministrazione Trump, potrebbe quindi spingere l’Unione Europea ad abbassare le tariffe sulle auto statunitensi o ad aumentarne le importazioni, ricucendo così il deficit commerciale americano. 

La prima ipotesi resta la più probabile: usare i dazi come leva negoziale per ottenere condizioni più favorevoli dalla controparte, tipico del modo di fare diplomazia di Trump. 

Infine, una simile politica commerciale porterebbe, secondo Trump, vantaggi per l’industria americana, fortemente penalizzata dalla concorrenza sleale degli altri Paesi. 

I primi dazi della seconda amministrazione Trump sono stati varati lo scorso febbraio: prevedevano tariffe generalizzate del 25% su tutte le merci provenienti da Canada e Messico e una tariffa addizionale del 10% sui prodotti cinesi. Di conseguenza, la nuova politica commerciale avrebbe coinvolto anche il settore automotive

Tuttavia, proprio l’industria automobilistica è stata esclusa dall’imposizione dei dazi per tutto il mese di marzo, anche grazie alle pressioni di General Motors, Ford e Stellantis, i grandi produttori statunitensi che hanno investito moltissimo in Canada e Messico. 

Pressioni cadute infine nel vuoto, data la decisione di Trump di procedere comunque all’applicazione di dazi del 25% su tutte le automobili e i relativi componenti a partire dal 2 aprile. Subito dopo l’annuncio, GM ha perso il 3% del suo valore in borsa, Stellantis il 3,6% e Ford il 3.8% . 

Ripercussioni dei dazi sull’industria dell’auto

Date le dimensioni rilevanti dell’industria automobilistica e l’indotto che essa è capace di creare, è naturale interrogarsi sugli scenari successivi all’entrata in vigore dei dazi minacciati da Trump, sia sul fronte interno americano che per le ricadute sui partner commerciali. 

La decisione di imporre tariffe su una filiera così estesa e di tale importanza potrebbe rivelarsi dannosa per gli USA in primis, un vero e proprio effetto boomerang

Uno dei primi effetti dell’introduzione dei dazi potrebbe essere sicuramente una serie di ritorsioni di egual misura da parte dei Paesi colpiti, come Cina, Messico, Canada e Unione Europea, i quali si sono detti pronti a rispondere alle offensive commerciali di Washington. Per questi ultimi, i dazi potrebbero avere effetti rilevanti per le rispettive industrie automobilistiche. L’automotive europeo, già duramente colpito dalla crisi energetica e dalla stagnazione economica, sarebbe certamente uno dei più esposti. 

Infine, i dazi potrebbero danneggiare l’intera filiera dell’automobile in nord America, e con essa ovviamente i produttori statunitensi. La supply chain dell’auto tra USA, Canada e Messico è strettamente interconnessa: è frequente che alcune componenti o auto di marchi americani vengano prodotti in uno stabilimento messicano, per poi essere spostate negli USA. Una filiera così complessa risentirà negativamente delle tariffe di Trump. 

Proprio per questo motivo, a partire da metà febbraio, i grandi produttori di auto statunitensi hanno cercato di fare pressione sull’amministrazione affinché risparmiasse il settore automotive dai dazi. Le tariffe potrebbero avere l’effetto opposto di quello desiderato, ovvero rendere le auto con marchio statunitense ancora più sconvenienti, aumentandone il prezzo ed esponendole comunque alla concorrenza estera. Gli analisti concordano che il prezzo delle auto potrebbe aumentare da 4.000 a 10.000 dollari per unità, senza contare i possibili ritardi accumulati e la carenza di alcune componenti per la fabbricazione delle vetture. 

Effetti rilevanti, considerando che riallocare completamente, o almeno in parte, la filiera e la produzione di automobili negli Stati Uniti comporterebbe dei costi enormi in termini di tempo e denaro. Trump ha comunque deciso di proseguire sulla via del protezionismo, promettendo un nuovo boom per l’industria americana

In conclusione, la politica commerciale aggressiva di Trump si pone due principali obiettivi: il reshoring delle attività manifatturiere e l’ottenimento di condizioni più favorevoli dalle controparti. Nel caso dell’industria automobilistica, questo tipo di politica commerciale potrebbe avere effetti opposti, in quanto un decoupling e un riallocazione delle attività produttive sarebbe alquanto complesso. Inoltre, i dazi comporteranno inevitabilmente prezzi più alti per i consumatori e per la middle class americana, nonostante Trump abbia più volte promesso di combattere l’inflazione

Infine, il pericolo di ritorsioni da parte dei partner commerciali rischia di portare ad una guerra commerciali di dimensioni notevoli. 

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