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19/08/2025
Stati Uniti e Nord America

Sostenibilità e struttura del debito pubblico statunitense: implicazioni sistemiche e sfide future

di Emanuele Sardaro

Al momento della stesura di questo articolo, il debito pubblico lordo accumulato dal Governo federale ammonta a 36 trilioni di dollari. Un dato incontrovertibile che emerge dal rendiconto del ‘’U.S. Department of the Treasury’’ sul secondo trimestre - Q2 - dell’anno fiscale 2025. Nonostante la cifra colossale, questa spada di Damocle pendente sulla testa del Paese a stelle e strisce non ha mai destato eccessive preoccupazioni, né tantomeno cenni di rallentamento. Uno dei motivi principali di questa condizione è stato sempre dettato dalla posizione privilegiata occupata dal dollaro come valuta di riserva internazionale e di strumento per gli scambi, evitandogli certi tipi di pressione. Tuttavia, il quadro che nell’attuale periodo sta emergendo è tutt’altro che rassicurante: la ricorrente deroga al tetto del debito (“debt ceiling’’), a politiche invariate, inizia a mostrare concreti segni di insostenibilità sul lungo periodo. L’interesse medio pagato sul debito ha raggiunto quota 3,294% nel 2025, rispetto al 3,1% del 2024 e questa situazione non può più essere trascurata. Questo scenario apre numerosi interrogativi non solo in merito alla sostenibilità oggettiva del debito federale sul lungo periodo, ma anche in correlazione al trade-off tra crescita del PIL e stabilità monetaria.

Al momento della stesura di questo articolo, il debito pubblico lordo accumulato dal Governo federale ammonta a 36 trilioni di dollari. Un dato incontrovertibile che emerge dal rendiconto del ‘’U.S. Department of the Treasury’’ sul secondo trimestre – Q2 – dell’anno fiscale 2025. Nonostante la cifra colossale, questa spada di Damocle pendente sulla testa del Paese a stelle e strisce non ha mai destato eccessive preoccupazioni, né tantomeno cenni di rallentamento. Uno dei motivi principali di questa condizione è stato sempre dettato dalla posizione privilegiata occupata dal dollaro come valuta di riserva internazionale e di strumento per gli scambi, evitandogli certi tipi di pressione. Tuttavia, il quadro che nell’attuale periodo sta emergendo è tutt’altro che rassicurante: la ricorrente deroga al tetto del debito (“debt ceiling’’), a politiche invariate, inizia a mostrare concreti segni di insostenibilità sul lungo periodo. L’interesse medio pagato sul debito ha raggiunto quota 3,294% nel 2025, rispetto al 3,1% del 2024 e questa situazione non può più essere trascurata. Questo scenario apre numerosi interrogativi non solo in merito alla sostenibilità oggettiva del debito federale sul lungo periodo, ma anche in correlazione al trade-off tra crescita del PIL e stabilità monetaria.

In quanto valuta di riserva internazionale, il dollaro mantiene una posizione privilegiata che ha permesso agli Stati Uniti di non considerare il debito pubblico un problema rilevante. Difatti, quasi tutte le banche centrali del mondo lo detengono come componente importante delle loro riserve di divise estere cosa che garantisce una domanda costante di dollari, un’alta richiesta di Treasury e, infine, permette al Paese di proseguire con un deficit fiscale e commerciale sempre presente accumulando debito.

Per determinare la sostenibilità oggettiva del debito degli Stati Uniti bisogna porre l’attenzioneoltre alle spese primarie di bilancio – sulle spese per interessi.
Allo stato dell’arte, il Paese a stelle e strisce ha un tasso di interesse medio pagato sull’intero volume del debito (per un valore di 3,294%) maggiore rispetto al tasso di crescita del PIL (valore 1,6%) previsto per il 2025. Questa condizione pregiudica una buona sostenibilità del debito pubblico sul lungo periodo perché significa che l’economia non cresce abbastanza da poter ripagare e sostenere il debito che si accumula sulle spalle del Paese.

Deroga al debt ceiling

Il ‘’debt ceiling’’ è il limite (politico-legislativo) legale che il Congresso degli Stati Uniti mette a disposizione del governo federale per indebitarsi. Negli ultimi anni, questo tetto è sempre stato sottoposto a deroghe o sospensioni – questi provvedimenti non cancellano gli oneri – perché il debito pubblico è cresciuto in maniera esponenziale. Quando ciò accade viene mandato un forte segnale agli investitori, si mettono in mostra le enormi difficoltà che il governo ha nel mantenere una gestione sostenibile del proprio debito pubblico, alimentando incertezza e volatilità sui mercati finanziari.

Sostenibilità finanziaria del debito statunitense

È giocoforza far riferimento alle valutazioni delle principali agenzie di rating statunitensi (Moody’s, S&P e Fitch Ratings) sul merito creditizio del governo federale, le quali rimarcano l’incombente crescita delle preoccupazioni sul debito pubblico. In particolare, Moody’s ha declassato il rating statunitense – che di conseguenza si riflette su tutti i Treasury – da AAA ad Aa1 nel maggio 2025, citando l’aumento persistente del debito e i crescenti costi di ‘’servizio’’, ossia la spesa per interessi – al netto di variabili come la posizione di valuta di riserva e livello del PIL.

Le revisioni sono avvenute per vari motivi: a differenza degli anni passati, la domanda di titoli del Tesoro da parte della FED e di altre banche centrali estere è diminuita, causando una riduzione dei prezzi sui titoli già emessi (legge domanda-offerta applicata ai titoli) e un aumento di rendimenti richiesti dagli investitori privati sui nuovi titoli come premio per il rischio. Questo aumento dei rendimenti contribuisce direttamente a far salire la spesa per interessi.

Altri elementi che hanno contribuito a far lievitare l’onere sono: l’aumento dello stock complessivo di debito; dall’altro, i tassi di interesse praticati dalla FED – frutto di politiche monetarie restrittive – negli anni passati per contrastare l’inflazione.

Data la scadenza dei titoli di Stato americani (da 1 a 30 anni) il governo continua a sostenere costi elevati perché sta pagando gli interessi su quei titoli già emessi (indipendentemente dalla situazione odierna dei tassi).

Il primo cambio di rotta è avvenuto con il taglio del tasso di riferimento FFER (Federal Funds Effective Rate) a quota 5,33 dell’agosto 2024, dando così inizio ad una fase di distensione.

Tuttavia, la spesa per interessi resta alta e cresce ad un ritmo maggiore dell’economia stessa, rischiando di sottrarre sempre più risorse da altri settori fino a soffocarla.

L’ammontare complessivo si aggira intorno a 514 miliardi di dollari, superando persino la spesa per la difesa. Questo elemento è da tenere sotto controllo dato che, in caso di aumento dell’inflazione, potrebbe andare fuori controllo costituendo un punto di rottura per il debito: un’inflazione più alta spingerebbe la FED ad aumentare nuovamente i tassi per contenerla e facendo così salire ulteriormente la spesa per interessi (va precisato che l’effetto dei tagli si vedrà nel medio termine perché il governo paga ancora interessi sui titoli già emessi a tassi più alti).

Detentori esteri del debito pubblico statunitense

Un debito pubblico può essere detenuto sia da investitori stranieri che da investitori nazionali. Questa distinzione è cruciale perché più il debito è in mano a cittadini e investitori privati interni, meno il Paese è esposto a shock esterni. Inoltre, la banca centrale ha maggiore possibilità di salvaguardare il debito da attacchi speculativi esterni e di stabilizzare le quotazioni sui mercati – in quanto la domanda interna di titoli di Stato rimane più stabile.

Secondo un’analisi de Il Sole 24 Ore pubblicata a fine dicembre 2024, la ripartizione del debito estero statunitense (in quota percentuale sull’intero debito) è così distribuita: i principali detentori sono il Giappone (2,93%) seguito da Cina (2,10%) e Regno Unito (2,00%).

In questo quadro, l’Europa (UE + UK) detiene circa il 32% del totale posseduto da investitori esteri, su una quota complessiva di debito estero del 24%.

Si tratta di un dato da monitorare costantemente, poiché, nella dinamica di scontri commerciali o politiche internazionali, la quota detenuta potrebbe essere usata come leva di pressione e acuire crisi.

Quando osserviamo queste cifre, è importante tenere in considerazione che la quota europea è stata caratterizzata da un trend crescente, a differenza di Cina e Giappone che hanno gradualmente ridotto (come detto in precedenza) la loro esposizione a partire dal 2011 fino ad oggi. Questa traiettoria, secondo numerosi analisti, ha alla base non solo ragioni geopolitiche (il caso della Cina) ma anche una maggiore rischiosità percepita verso il debito statunitense e la volontà europea di tendere alla conciliazione e al sostegno degli equilibri commerciali.

Attacchi speculativi sul debito

Il concetto di speculazione ha alle proprie spalle una fiorente letteratura economica che affonda le proprie radici fino alla figura dell’economista John Maynard Keynes, il quale definiva la pratica come un ‘’male che non porta benessere e si limita a ricercare il profitto’’. Lo speculatore è colui che trae guadagno attraverso la vendita al ribasso – in questo caso parliamo di vendita allo scoperto, cioè la vendita di un titolo preso in prestito da intermediari con l’obiettivo di ricomprarlo a un prezzo più basso – oppure attraverso la vendita al rialzo di titoli.

Quando un’ondata speculativa prende di mira i titoli di uno Stato, c’è la possibilità di innescare una spirale negativa: la pressione al ribasso sui prezzi dei titoli si traduce in un innalzamento dei rendimenti (data la relazione inversa prezzo-rendimento) e, di conseguenza, dei tassi di interesse che il governo deve sostenere per ottenere investimenti. Questo meccanismo può appesantire il carico del debito e peggiorare le condizioni di crescita economica se non regolamentata e affrontata con i giusti mezzi.

Il mandato della Federal Reserve e la Presidenza Trump

La natura del dollaro di valuta di riserva internazionale rende molto difficile far coincidere obiettivi di politica economica interna con le necessità di commercio e scambi internazionali, lo si può vedere dal clima istituzionale in cui è inserito. In particolare, l’incertezza e la volatilità causati dal mismatch tra indirizzo politico della Casa Bianca e mandato dell’autorità monetaria sul mancato taglio dei tassi di interesse, comportano negli investitori un più alto livello di rischio percepito verso l’economia; si guardi infatti all’aumento di rendimento dei Treasury a dieci e trent’anni.

Da una parte, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, durante la conferenza stampa successiva alla riunione del FOMC del 18 giugno 2025 ha dichiarato che gli effetti sull’inflazione potrebbero essere di breve durata, riflettendo una variazione una tantum del livello dei prezzi, ma gli effetti potrebbero invece essere più persistenti. Evitare tale esito dipenderà dall’entità degli effetti dei dazi, dal tempo necessario affinché questi si riflettano pienamente sui prezzi e, in ultima analisi, dal mantenimento di aspettative di inflazione a lungo termine ben ancorate.

Sostanzialmente viene rimarcata la posizione attendista della Banca Centrale con tassi di interesse invariatiattualmente al 4,5% – nell’attesa di dati concreti sull’impatto dei dazi sull’inflazione (impatto che potrebbe essere temporaneo o di più lunga durata). La rivalutazione al ribasso delle prospettive di crescita (dovute a shock negativi dell’offerta) non rende opportuno l’allentamento monetario (taglio tassi). In aggiunta, non sono state attuate modifiche a causa delle correnti condizioni macroeconomiche: inflazione leggermente superiore al 2% e tasso di disoccupazione del 4,2%.

D’altronde, come la dottrina insegna, essendo il mercato del lavoro prossimo alla piena occupazione un allentamento monetario provocherebbe tensioni inflazionistiche.

D’altra parte, il Presidente Donald Trump ha sempre auspicato un taglio dei tassi nell’ottica di un miglioramento della produzione interna del Paese e di supporto alle scelte di politica commerciale e di efficientamento della pubblica amministrazione (per attutire le spese primarie di bilancio) adottate nel corso del proprio mandato. Un ulteriore obiettivo, di duplice natura, è la riduzione della spesa per interessi (composta dal tasso di interesse medio pagato sull’intera grandezza stock di debito) in vista del prossimo rifinanziamento del debito, nonché la riduzione del valore reale dello stesso, alleggerendo così la posizione debitoria statunitense. Quest’ultimo fine è perseguibile tramite il fenomeno inflazionistico atteso, dopo la manovra di politica economica espansiva (taglio dei tassi).

Tale strumento richiede però coordinazione tra indirizzo politico e di politica monetaria perché l’inflazione ‘’erode’’ il valore reale del debito già emesso – non quello che verrà emesso con nuovi titoli – altrimenti si rischia solo di ingrandire la spesa per interessi. 

Il quadro finanziario degli Stati Uniti può avere un impatto destabilizzante sull’intero sistema economico globale. Gli investitori hanno dato forti segnali: la fiducia vacilla, i treasury hanno registrato alti rendimenti.

La posizione di privilegio detenuta dal dollaro non è detto che possa persistere nel lungo periodo con un debito pubblico di tale portata e dinamica.

Il dollaro offre protezione temporanea ma non può compensare all’infinito questa spesa eccessiva e crescita economica debole.Senza coordinazione e tagli mirati alle spese lo spazio di manovra economico si ridurrà sempre di più andando a limitare molti settori della società d’oltre Atlantico fino a renderla inerme, con potenziali conseguenze per il mercato finanziario globale.


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