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19/02/2026
Europa

Decreto Ucraina: l’Italia tra continuità negli aiuti e ambiguità nel messaggio

di Davide Pampolini

Dopo quattro anni di decreti, Roma conferma il sostegno a Kiev anche per il 2026, ma la novità risiede nel modo in cui lo racconta. Un aggiustamento lessicale che garantisce la tenuta interna, ma rischia di trasformarsi in debolezza strategica proprio mentre l’Unione Europea è chiamata a reggere il peso del conflitto.

Dopo quattro anni di decreti, Roma conferma il sostegno a Kiev anche per il 2026, ma la novità risiede nel modo in cui lo racconta. Un aggiustamento lessicale che garantisce la tenuta interna, ma rischia di trasformarsi in debolezza strategica proprio mentre l’Unione Europea è chiamata a reggere il peso del conflitto. 

Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina del 24 febbraio 2022, l’Italia ha contribuito attivamente al sostegno delle Forze Armate di Kiev e della sua popolazione civile. Un impegno concretizzatosi nell’invio di materiali ed equipaggiamenti militari e ad uso civile, in linea con i partner dell’Unione Europea e della NATO e nel rispetto degli obblighi assunti nell’ambito delle Nazioni Unite. Questo supporto è stato reso possibile dall’approvazione di specifici decreti-legge e decreti interministeriali, inaugurati dal governo Draghi a pochi giorni dall’inizio del conflitto e successivamente mantenuti, in una linea di continuità, dal governo Meloni.

Tuttavia, il nuovo decreto-legge 201/2025, approvato dal Consiglio dei Ministri il 31 dicembre 2025 e attualmente in fase di conversione in Parlamento, segna un cambio di passo nella narrazione politica. Se la sostanza rimane invariata, il contesto in cui si inserisce il provvedimento è radicalmente mutato: con un conflitto che assume sempre più i connotati di una guerra di logoramento che entra nel suo quinto anno e un’opinione pubblica sempre più divisa, il governo sembra cercare una nuova legittimazione interna, puntando su una semantica meno “belligerante” per garantire la prosecuzione del supporto a Kiev. 

Il quadro normativo italiano

La cornice giuridica che consente a Roma di inviare armamenti a un Paese in guerra si innesta su una deroga alla legge 185/1990, che vieta l’esportazione verso Stati in condizione di conflitto armato ma consente eccezioni mediante “diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”. Su questa base, tra febbraio e marzo 2022, il governo ha autorizzato le prime cessioni di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle Autorità governative dell’Ucraina, subordinandole a un atto di indirizzo parlamentare, inaugurando un percorso che da allora viene periodicamente prorogato. Il procedimento segue un doppio binario decisionale: da un lato, il governo emana un decreto-legge di proroga dell’autorizzazione generale, seguito dalle risoluzioni delle Camere che forniscono l’indirizzo politico; dall’altro, i dettagli operativi e l’elenco specifico dei materiali sono demandati a decreti interministeriali emanati dal Ministero della Difesa, di concerto con i Ministeri degli Esteri e dell’Economia. 

Il contenuto di questi “pacchetti” rimane classificato per ragioni di sicurezza operativa, ma è sottoposto al vaglio preventivo del Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), garantendo così il necessario controllo parlamentare sulle forniture pur nel vincolo di segretezza. Tra il marzo 2022 e il dicembre 2025, l’Italia ha emanato dodici decreti interministeriali per altrettanti pacchetti di aiuti militari. Il Ministero della Difesa ha definito necessaria la secretazione delle liste per “non fornire un vantaggio tecnico alla Russia in merito a quanto presente sul campo di battaglia”, una linea di condotta confermata dall’attuale dicastero in continuità con il passato. A differenza degli altri partner europei che hanno optato per una maggiore trasparenza sui materiali inviati, l’Italia ha mantenuto un approccio più riservato, suscitando critiche per la scarsa apertura verso il Parlamento e l’opinione pubblica. 

Nonostante la riservatezza ufficiale, dall’incrocio di fonti militari ucraine e da ciò che è visibile sul campo di battaglia è possibile ricostruire parte dell’assistenza italiana: dalle batterie antimissile SAMP/T e relativi missili Aster-30 (assetto pregiato per la difesa aerea), ai veicoli blindati LINCE LMV, fino all’artiglieria pesante (Pzh 2000, M109), missili spalleggiabili STINGER e MILAN, mortai, lanciarazzi, giubbotti antiproiettile, munizionamento vario e kit sanitari. Secondo il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Luciano Portolano, il valore delle sole forniture militari bilaterali che la Difesa italiana ha fornito supera i 3 miliardi di euro, cifra che testimonia un impegno quantitativo rilevante nonostante il basso profilo mediatico. 

I numeri del sostegno nel contesto internazionale

Per comprendere il peso specifico dell’Italia è utile allargare lo sguardo. Secondo i dati del Kiel Institute e del suo Ukraine Support Tracker, 41 Paesi (tra membri NATO e non) hanno mobilitato risorse per un totale di circa 340 miliardi di euro a fine 2025. Se gli Stati Uniti rimangono il primo donatore singolo—con circa 115 miliardi—, l’Unione Europea sta assumendo un ruolo preminente nel sostegno a Kiev, specialmente a seguito della riduzione sostanziale del sostegno statunitense a fronte del riposizionamento strategico coinciso con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Mentre la Commissione Europea guida il supporto finanziario, garantendo una distribuzione equa dei costi fra gli Stati membri, il supporto militare rimane ancorato a donazioni bilaterali, con i paesi dell’Europa settentrionale e occidentale che coprono oltre il 90% degli aiuti.

In questa classifica, l’Italia si posiziona al 14° posto con circa 2,80 miliardi di euro monitorati (dato che potrebbe sottostimare le cessioni classificate), con una percentuale in rapporto al PIL (del 2021) dello 0,16%. Tuttavia, il contributo reale è superiore se si considerano i versamenti di circa 1,4 miliardi euro su 11,1 miliardi raccolti finora dallo European Peace Facility (EPF)—lo strumento extra-bilancio europeo nato per consolidare le capacità dell’UE nel prevenire i conflitti ma che viene utilizzato per finanziare le cessioni militari degli Stati membri rimborsandoli parzialmente delle forniture inviate. 

A questi si aggiungono le vendite dirette dell’industria nazionale, pari a 643 milioni di euro nel triennio 2022-2024, secondo la Relazione annuale sulle operazioni autorizzate per le esportazioni, importazioni e transiti di armamenti. Sebbene la secretazione impedisca una contabilità precisa, il quadro complessivo conferma che l’Italia mantiene un ruolo di primo piano, pur non essendo tra i primi donatori in termini assoluti come la Germania e la Gran Bretagna.

Un conflitto mutato e una risposta italiana incerta

Se la continuità normativa ha garantito all’Italia una posizione solida nel blocco euro-atlantico, lo scenario in cui si inserisce il nuovo provvedimento è radicalmente cambiato rispetto a quello degli anni passati. Il conflitto in Ucraina, senza una vera soluzione politica in vista, si è trasformato in un test di resistenza non più solo militare, ma sistemica, per l’intera architettura della sicurezza europea. Le incognite sul disimpegno di Washington e la fatica generalizzata dell’opinione pubblica impongono all’UE di colmare un vuoto di sicurezza, interrogandosi sull’utilità strategica di una resistenza ad oltranza priva di una visione politica unitaria. 

In questo contesto di transizione, l’Italia si trova di fronte a una scelta strategica cruciale: mantenere l’impegno internazionale o cedere alle pressioni di un elettorato tra i più scettici in Europa sull’invio di armi a Kiev. Il nuovo decreto riflette questa incertezza: il testo approvato di fatto proroga l’autorizzazione per tutto il 2026, ma introduce per la prima volta una specificazione sulle priorità, mettendo l’accento sugli aiuti logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici. Sebbene tale formulazione risulti apparentemente coerente con le esigenze operative di un Paese le cui infrastrutture civili ed energetiche sono costantemente sotto attacco, è nelle pieghe del dibattito parlamentare che l’ambivalenza strategica si è manifestata con forza. Durante l’esame in sede referente presso le Commissioni riunite di Esteri e Difesa, la maggioranza ha approvato il cosiddetto emendamento Zoffili 1.3, eliminando l’aggettivo “militari” dal titolo del decreto e inserendo il riferimento alla “difesa civile”. Un’operazione di maquillage lessicale che ha innescato uno scontro politico: le opposizioni denunciano il tentativo di nascondere la prosecuzione delle forniture belliche, mentre la maggioranza rivendica la natura difensiva degli aiuti. 

Al di là della battaglia terminologica, la modifica non altera la sostanza del provvedimento ma porta con sé un forte impatto simbolico e comunicativo. Sul piano interno, l’emendamento risponde a esigenze elettorali evidenti. L’Italia si distingue nel panorama europeo per la diffusa contrarietà all’invio di armi: secondo un sondaggio di dicembre 2025, il 38% della popolazione vorrebbe interrompere completamente l’aiuto militare e finanziario assumendo una posizione neutrale, contro un 26% favorevole a continuare l’invio di armi e fondi all’Ucraina e un 7% che sarebbe disposto ad inviare anche truppe italiane sul terreno. Su quest’onda, forze di governo come la Lega hanno fatto della retorica pacifista, o quantomeno dell’opposizione all’invio di materiale bellico, uno dei loro cavalli di battaglia. 

Sul piano esterno, tuttavia, il prezzo di questa ambiguità rischia di essere elevato. In un momento in cui l’UE è chiamata a colmare il vuoto lasciato dagli USA, la credibilità e l’affidabilità degli Stati membri diventano risorse strategiche fondamentali, specialmente dopo la conferma del sostegno europeo ribadita al vertice della Coalizione dei Volenterosi di Parigi di gennaio 2026, a cui ha partecipato anche l’Italia. Inoltre, il sostegno militare a Kiev rappresenta uno strumento di riposizionamento politico-industriale essenziale sia per Roma che per Bruxelles; mostrare incertezza, o peggio una divergenza tra retorica pubblica e azioni concrete può minare questa strategia.Nel contesto della crisi ucraina, l’Italia si affaccia al 2026 con un approccio segnato da una strategia dell’ambivalenza. Nonostante l’entità del supporto sembri rimanere invariata nei fatti—a causa del vincolo di segretezza non possiamo esserne certi—la narrazione politica interna cerca di spostare l’accento sulla dimensione civile degli aiuti. Questa postura, efficace nel breve periodo per tenere unita la maggioranza su uno dei temi più salienti di politica estera e silenziare i malumori dell’opinione pubblica, rischia alla lunga di indebolire il peso specifico di Roma nei tavoli decisionali europei. In un momento storico in cui l’UE è chiamata a fare un salto di qualità nella propria capacità di deterrenza, con l’Ucraina che è divenuta un laboratorio per l’innovazione bellica euroatlantica, la scelta italiana di mantenere il sostegno sottotraccia—secretando i contenuti e camuffando i termini—segnala una fragilità politica interna. Il rischio è che la risposta italiana rimanga intrappolata in un limbo: abbastanza attiva da non tradire gli alleati, ma troppo timida per guidare il cambiamento necessario alla sicurezza del continente.

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