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NotizieDefender Europe 2021: gli Stati Uniti mostrano i muscoli

Defender Europe 2021: gli Stati Uniti mostrano i muscoli

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Gli Stati Uniti hanno dato il via alla più grande esercitazione militare in Europa dai tempi della Guerra Fredda. L’enorme quantitativo di uomini coinvolti nell’esercitazione testimonia l’impegno americano nei confronti del continente europeo: gli USA sono ancora presenti in Europa e la NATO è viva e vegeta. Inoltre, l’allargamento dell’esercitazione all’Africa settentrionale segnala che lo spazio di cui dispongono Erdogan e Putin in Africa non può essere ulteriormente ampliato. 

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L’esercitazione americana in Europa

Il 15 marzo lo United States Army Europe and Africa ha annunciato l’inizio dell’esercitazione Defender Europe 2021. L’attività addestrativa, nata per testare la capacità di risposta e di interoperabilità delle forze armate americane e della NATO, costituisce l’evento addestrativo numericamente più rilevante dai tempi della Guerra Fredda. A tale esercitazione parteciperanno oltre 28.000 uomini provenienti da 26 diversi stati. I militari si addestreranno per più di tre mesi in 16 aree esercitative sparse per il continente europeo. Dopo una prima fase dedicata al trasporto delle truppe americane in Europa e alla preparazione dei materiali – già preposizionati nei grossi depositi militari statunitensi in Belgio, Germania e Italia – si procederà allo schieramento delle forze, che si concentreranno nella regione dei Balcani, del Mar Nero e del Baltico. A maggio, invece, prenderà avvio la fase esercitativa vera e propria, con numerose attività addestrative a fuoco. 

L’esercitazione comprende in realtà diversi eventi addestrativi, ognuno dei quali è mirato a testare determinate capacità delle forze partecipanti. In Estonia, Bulgaria e Romania, circa 7.000 militari prenderanno parte all’esercitazione Swift Response, un’attività che testerà la capacità di reattività delle forze NATO rispetto una minaccia improvvisa. Immediate Response coinvolgerà invece circa 5.000 militari e sarà meno “cinetica”, essendo finalizzata a testare la capacità di sostenimento della logistica oltremare delle forze partecipanti all’operazione. L’esercitazione più rilevante, quella che coinvolgerà il maggior numero di militari, sarà Saber Guardian, la quale vedrà la partecipazione di più di 13 mila uomini che si eserciteranno in operazioni di difesa aerea e antimissile a fuoco. Parallelamente, anche la NATO condurrà un’esercitazione, denominata Steadfast Defender, per testare la sua capacità di risposta all’emergere di una minaccia in Europa. Al termine di tutte le esercitazioni, verso giugno, verrà condotta anche una Command Post Exercise, ovvero un’esercitazione di posto comando. Grande novità, quest’anno Defender Europe prevede la condotta di eventi addestrativi anche in Africa: tra maggio e giugno, il Marocco accoglierà i soldati americani (circa 5 mila) che saranno coinvolti in attività addestrative a fuoco nell’ambito dell’esercitazione Africa Lion

Il nucleo centrale del corpo di spedizione americano che prende parte alle esercitazioni in Europa è il V corpo. Tale unità era stata sciolta nel 2013 e successivamente riattivata dall’Esercito americano solo nel 2020, in linea con le indicazioni impartite dalla National Defense Strategy del 2018, che prescriveva una maggiore attenzione al confronto militare convenzionale, vista l’accelerazione della competizione strategica con avversari cosiddetti peer, ovvero Russia e Cina, da preferire allo scontro non convenzionale con formazioni terroristiche paramilitari come lo Stato Islamico, scaduto a minaccia secondaria per gli Stati Uniti. L’unità non è schierata in Europa, bensì negli Stati Uniti, in Kentucky, ma dispone comunque di un Comando Operativo in Europa, in particolare in Polonia, composto da circa 200 militari statunitensi, in grado di assumere il comando del corpo americano schierato in Europa.

Le iniziative dell’Occidente in funzione anti-russa 

La riattivazione del V corpo costituisce solo l’epilogo di una serie di iniziative intraprese dagli Stati Uniti nell’ottica di un rinnovato contrasto all’azione russa dopo i fatti della Crimea del 2014. Nello stesso anno in cui la Russia ha proceduto con l’annessione del territorio ucraino, il Presidente americano Barack Obama lanciava la European Deterrence Initiative (EDI), con la quale gli Stati Uniti si impegnavano ad investire notevoli risorse economiche per aumentare la presenza americana in Europa, (oggi gli Stati Uniti dispongono di circa 66.000 uomini in Europa, la maggior parte in Italia e in Germania) allargare e potenziare gli eventi esercitativi, disporre di un maggiore numero di equipaggiamenti americani preposizionati nel Continente e modernizzare le infrastrutture critiche per il movimento e il trasporto delle truppe verso l’Europa orientale. Parallelamente alla EDI, gli Stati Uniti hanno dato il via a una seria di iniziative meno esplicite ma altrettanto efficaci, come la condotta di Freedom of Navigation Operations nel mar Nero, il trasferimento di armi ed equipaggiamenti americani ai paesi dell’Est Europa, tra cui l’Ucraina, e lo schieramento di batterie di difesa antimissile in Romania. 

La NATO si è allineata agli Stati Uniti lanciando il Readiness Action Plan (RAP), allo scopo di incrementare la capacità di deterrenza e la postura militare dell’Alleanza nei confronti della Russia. Concretamente, oltre a rinvigorire la Forza di Reazione Rapida dell’Alleanza e ad affiancarvi un’altra forza di reazione ancora più veloce, la NATO ha dislocato otto piccoli comandi alleati, chiamati Force Integration Units, in alcuni paesi dell’Europa centrale e orientale, ha stabilito due Comandi Multinazionali – un comando di corpo d’armata in Polonia e un comando di divisione in Romania –  e ha schierato nel Baltico la NATO Enhanced Forward Presence, composta da quattro task force di forze alleate operanti in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. Inoltre, nel 2019, la NATO ha inaugurato a Ulm il Joint Support and Enabling Command, una struttura alleata realizzata con lo scopo di velocizzare, coordinare e rendere sicuro il movimento delle forze alleate nel continente. 

In questo senso, l’Unione Europea si è mossa in ritardo e comunque solo dopo la Brexit, evento che ha sbloccato tutta una serie di iniziative comunitarie nel campo della Difesa. Anche se non esplicitamente diretto con la Russia, tra i progetti della PESCO figura il programma Military Mobility, guidato dai Paesi Bassi e partecipato da tutti i paesi aderenti all’iniziativa comunitaria, con l’intento di sveltire e rendere più fluido il trasporto e il movimento delle truppe in Europa, soprattutto nel senso ovest-est. L’iniziativa doveva inizialmente beneficiare di un’ingente somma di denaro, ma a seguito della crisi pandemica la Commissione Europea ha deciso di ridurre notevolmente i finanziamenti del programma, passati da più di 5 miliardi di euro a 1,5 miliardi. Gli Stati Uniti, che hanno tutto l’interesse affinché le loro truppe si possano muovere più agevolmente sulle piane dell’Europa Centrale, hanno recentemente fatto richiesta di partecipazione al programma. 

Mentre gli USA e la NATO hanno proceduto con l’implementazione di queste iniziative, Mosca ha allargato la sua impronta, non solamente militare, ad altri territori. Il rinnovato attivismo russo non si è limitato solamente all’Europa, ma si è allargato all’Africa, in particolare a quella settentrionale, con la presenza in Libia a fianco del generale Haftar, cui la Russia costituisce oggi il più valido e potente alleato, e a quella orientale, in Sudan, dove sta costruendo una nuova base navale che le permetterà di esercitare influenza sul mar Rosso. All’azione russa si è affiancata quella di un altro attore, questo in realtà rientrante, almeno teoricamente, nella categoria degli alleati, essendo membro a pieno titolo della NATO: la Turchia. 

Ankara si è fatta spazio in Africa, in particolare in Libia, anche se sulla sponda opposta a quella sostenuta dai russi, e ha tentato di farlo – riuscendo solo in parte – anche in Europa orientale, soprattutto nei Balcani. Con le sue azioni nel Mediterraneo Orientale, Ankara è giunta ai ferri corti con due alleati della NATO, vale a dire Francia e Grecia, attirandosi critiche sonore in tutti i consessi alleati. Soprattutto dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016, la Turchia si è progressivamente avvicinata alla Russia, con cui condivide l’astio verso un sistema occidentale. Turchi e russi condividono, fra l’altro, importanti interessi economici, visto che Mosca, oltre a figurare tra i primi partner commerciali di Ankara, è attualmente uno dei principali garanti della sicurezza energetica anatolica. La Turchia ha dunque trovato una spalla nella Russia, anche se temporanea, soprattutto nell’ambito della sicurezza, avendo potuto acquistare da essa il moderno sistema missilistico S-400. La risposta americana al sodalizio turco-russo non si è fatta attendere: dapprima ha escluso Ankara dal programma F-35 e ha poi emanato sanzioni economiche nei confronti della Turchia, iniziativa a cui si è successivamente accodata l’Unione Europea. 

Un messaggio a tre interlocutori

Con l’esercitazione Defender Europe Washington intende inviare un messaggio a tre interlocutori.  

Agli alleati europei, gli Stati Uniti vogliono mostrare come l’Alleanza Atlantica, lungi dall’essere “in stato di morte cerebrale”, come affermato dal presidente della Repubblica Francese, non solo è ancora fermamente intenzionata a garantire la difesa e la sicurezza del continente europeo, ma ha anche affinato le sue capacità di farlo, potendo schierare in tempi rapidissimi – grazie a nuovi comandi e nuovi fondi – un ingente numero di uomini e di mezzi sul continente. Dopo quattro turbolenti anni di presidenza Trump, durante i quali è divenuto sempre più chiaro il cambio di postura dell’apparato militare americano, ora concentrato principalmente nel teatro Indo-Pacifico, Washington impiega quantità enormi di uomini e risorse per ricordare agli europei che gli Stati Uniti sono ancora fermamente decisi a impiegare tutte le risorse a loro disposizione per difendere l’Europa (come sottolineato anche nella recente Interim National Security Strategic Guidance). Il nome dell’esercitazione d’altronde parla chiaro. Dopo la presidenza Trump, Joe Biden vuole ripristinare i rapporti con gli alleati europei, ristabilendo in essi la fiducia nelle capacità militari e nell’impegno degli USA a garantire la sicurezza dell’Europa. Peraltro, vista la finalità dell’esercitazione, ovvero la valutazione della reattività delle truppe alleate, Defender Europe potrebbe anche fungere da stimolo agli europei affinché tornino ad investire massicciamente nella mobilità militare, ora che anche gli Stati Uniti sono parte del progetto. 

Nei confronti della Russia, Washington vuole mostrare i muscoli, schierandosi in forza lì dove a Mosca fa più male, ovvero nel suo cortile di casa, l’est Europa, impiegando numerosi assetti di difesa antiaerea e antimissile davanti a Kaliningrad e a Sebastopoli. La dimostrazione di forza va oltre il continente europeo. Con Africa Lion, gli americani rendono chiaro ai russi che la loro presenza sulla sponda sud del Mediterraneo non sarà tollerata.  

Nei confronti della Turchia, il messaggio suona più come un monito: con le loro azioni, i turchi hanno provocato la NATO troppo a lungo. Attraverso la grande esercitazione in Africa settentrionale, Washington segnala ai turchi che la loro influenza in Libia, territorio dove essi già esercitano un ruolo di attori primario, non può estendersi al suo piccolo vicino, la Tunisia. Difficile immaginare che Ankara, già sotto pressione a causa del faticoso coinvolgimento nei conflitti libico e siriano e oggetto di sanzioni da parte di Washington e di Bruxelles, sia così ardita da provocare nuovamente la superpotenza mettendo i piedi fuori dalla Libia. 

Corsi Online

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