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23/01/2026
Stati Uniti e Nord America

Il Discorso di Davos e la Fine dell’Ordine Liberale: Quando il Realismo Sostituisce la Finzione

di Alberto Evangelisti

Il discorso pronunciato dal Primo Ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026 segna una cesura storica nella politica internazionale contemporanea, lanciando quella che è già stata definita la dottrina Carney. Per la prima volta, il leader di una potenza media occidentale ha esplicitamente dichiarato che l'ordine internazionale basato sulle regole è una finzione che non funziona più, e che le potenze medie devono coalizzarsi per evitare la subordinazione alle grandi potenze. L'analisi del discorso e delle sue implicazioni rivela che non ci troviamo di fronte a una transizione, ma a una rottura sistemica che ridefinirà gli equilibri geopolitici globali.

Il discorso pronunciato dal Primo Ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026 segna una cesura storica nella politica internazionale contemporanea, lanciando quella che è già stata definita la dottrina Carney. Per la prima volta, il leader di una potenza media occidentale ha esplicitamente dichiarato che l’ordine internazionale basato sulle regole è una finzione che non funziona più, e che le potenze medie devono coalizzarsi per evitare la subordinazione alle grandi potenze. L’analisi del discorso e delle sue implicazioni rivela che non ci troviamo di fronte a una transizione, ma a una rottura sistemica che ridefinirà gli equilibri geopolitici globali.

Esistono discorsi destinati a segnare svolte epocali nella storia internazionale. Quando Winston Churchill dichiarò alla Camera dei Comuni nel maggio 1940 di non avere “nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”, pose fine a ogni possibilità di accomodamento con la Germania nazista. Quando John F. Kennedy proclamò a Berlino Ovest nel giugno 1963 “Ich bin ein Berliner”, stava comunicando all’Unione Sovietica che gli Stati Uniti consideravano l’Articolo 5 della NATO un impegno sacrosanto. Il discorso pronunciato dal Primo Ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026 probabilmente appartiene a questa categoria di interventi storici, perché segna il momento in cui una potenza media occidentale ha formalmente dichiarato la morte dell’ordine liberale internazionale e ha proposto un’alternativa basata sulla coalizione delle potenze medie contro la coercizione delle grandi potenze.

Il discorso di Carney si inserisce in un momento di tensione geopolitica estrema. Ad un anno dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, con la sua retorica decisamente aggressiva e minacciosa verso gli alleati storici, gli Stati Uniti che minacciano di prendere il controllo della Groenlandia “in un modo o nell’altro” e di imporre dazi punitivi ai paesi europei che si oppongono a questa rivendicazione territoriale, il Primo Ministro canadese ha scelto di pronunciare davanti all’élite economica e politica globale quello che diversi osservatori hanno definito il discorso più consequenziale di un leader canadese dagli anni Quaranta. Il senatore Peter Boehm, ex diplomatico canadese, ha paragonato l’intervento di Carney al celebre discorso del 1947 di Louis St. Laurent, che pose le basi dell’ordine multilaterale del dopoguerra, definendo il discorso di Davos “un punto di chiusura di quel capitolo storico dopo quasi ottant’anni”.

La Diagnosi: Vivere Dentro la Menzogna

Il nucleo concettuale del discorso di Carney si fonda su una metafora potente tratta dal saggio “Il potere dei senza potere” del dissidente cecoslovacco Václav Havel del 1978. Carney ha raccontato la storia del fruttivendolo che ogni mattina espone nella vetrina del proprio negozio lo slogan “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, pur non credendovi affatto. Lo fa per evitare problemi, per segnalare conformità, per andare avanti. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone ordinarie a rituali che sanno privatamente essere falsi.

Questa metafora viene applicata da Carney all’ordine internazionale degli ultimi decenni. Il Primo Ministro canadese ha affermato esplicitamente che “sapevamo che la narrazione dell’ordine internazionale basato sulle regole fosse parzialmente falsa”, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima. Questa ammissione pubblicamente pronunciata da un leader occidentale di primo piano rappresenta una novità assoluta nel discorso diplomatico contemporaneo. Per decenni, i paesi occidentali hanno invocato l’ordine basato sulle regole come se fosse un sistema oggettivo e universale, ignorando sistematicamente le critiche provenienti dal Sud globale che denunciavano esattamente questa asimmetria.

Carney ha però aggiunto un elemento cruciale: “questa finzione era utile”. L’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici globali come rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a strutture per la risoluzione delle controversie. Quindi i paesi come il Canada hanno “esposto il cartello in vetrina”, hanno partecipato ai rituali e hanno ampiamente evitato di evidenziare i divari tra retorica e realtà. Questa ammissione di complicità consapevole distingue il discorso di Carney da semplici critiche retoriche: il Primo Ministro canadese riconosce che il Canada ha beneficiato di questo sistema asimmetrico e ha scelto deliberatamente di mantenere la finzione finché conveniente.

Il passaggio chiave del discorso è la dichiarazione che questo patto non funziona più. Carney ha affermato senza ambiguità: “Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”. Negli ultimi due decenni, una serie di crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Ma più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma: le tariffe come leva, le infrastrutture finanziarie come coercizione e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. La formulazione di Carney è inequivocabile: “Non si può vivere all’interno della menzogna del mutuo beneficio attraverso l’integrazione, quando l’integrazione stessa diventa la fonte della propria subordinazione”.

La Prescrizione: Al Tavolo o Sul Menu

Dopo aver diagnosticato la fine dell’ordine liberale, Carney ha proposto una strategia alternativa articolata su tre pilastri fondamentali. Il primo consiste nel nominare la realtà: smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato, e chiamarlo per quello che è diventato, ossia un sistema di intensificazione della rivalità tra grandi potenze dove i più potenti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come arma di coercizione. Questo richiede onestà intellettuale e coraggio politico, perché significa abbandonare la comoda finzione che aveva permesso alle potenze medie di prosperare nell’ombra dell’egemonia americana.

Il secondo pilastro è la coerenza nell’applicazione degli standard. Carney ha esplicitamente criticato l’atteggiamento delle potenze medie che denunciano l’intimidazione economica quando proviene da una direzione ma restano in silenzio quando proviene da un’altra. Questa critica è particolarmente rilevante nel contesto europeo e canadese, dove molti governi hanno denunciato le pratiche commerciali cinesi ma hanno esitato a criticare pubblicamente l’uso americano di dazi e sanzioni come strumenti di coercizione verso gli alleati. Carney ha affermato che mantenere questo doppio standard significa continuare a “tenere il cartello in vetrina”, perpetuando la finzione invece di affrontare la realtà.

Il terzo pilastro, e il più radicale, è la coalizione delle potenze medie. Carney ha dichiarato che quando le potenze medie negoziano bilateralmente con un egemone, negoziano da una posizione di debolezza, accettano quello che viene offerto e competono tra loro per essere i più accomodanti. “Questa non è sovranità”, ha affermato Carney, “è la performance della sovranità mentre si accetta la subordinazione”. La soluzione proposta è radicale: le potenze medie devono agire insieme perché “se non sei al tavolo, sei sul menu”. Questa formulazione, diventata immediatamente virale sui social media e citata da analisti di tutto il mondo, sintetizza efficacemente la posta in gioco per i paesi che non sono abbastanza potenti da imporre unilateralmente le proprie preferenze ma sono troppo significativi per essere ignorati se agiscono collettivamente.

Carney ha esplicitamente rigettato l’accusa di idealismo o multilateralismo ingenuo. Ha chiarito che non sta proponendo di fare affidamento su istituzioni multilaterali ormai inefficaci, ma di “costruire le coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono abbastanza terreno comune per agire insieme”. Questo approccio pragmatico riconosce che non esiste più un quadro universale per la cooperazione internazionale, ma che coalizioni flessibili e orientate ai risultati possono ancora fornire beni pubblici regionali e settoriali.

L’Implementazione: La Strategia Canadese come Modello

Carney non si è limitato a una diagnosi teorica, ma ha illustrato come il Canada stia già implementando questa strategia. Dal suo insediamento come Primo Ministro nel marzo 2025, il governo canadese ha siglato numerosi accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti in sei mesi, un ritmo di diversificazione diplomatica senza precedenti nella storia canadese. Tra questi accordi figura la partnership strategica globale con l’Unione Europea, che include l’adesione del Canada al SAFE, il meccanismo europeo di procurement per la difesa, segnalando un’integrazione militare transatlantica che esclude parzialmente gli Stati Uniti.

Sul fronte della difesa, Carney ha annunciato che il Canada raddoppierà la spesa militare entro la fine del decennio, ma con una novità significativa: questi investimenti saranno strutturati in modo da costruire industrie di difesa domestiche piuttosto che acquistare semplicemente armamenti americani. Questa scelta riflette la consapevolezza che la sovranità nel ventunesimo secolo richiede capacità produttive autonome in settori strategici, non solo alleanze politiche. Sul fronte economico, il governo Carney ha eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e sta accelerando investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici e nuovi corridoi commerciali.

Particolarmente significativo è l’approccio canadese verso la Cina. Il Canada ha siglato nel gennaio 2026 un accordo commerciale che in moti definiscono storico con Pechino, che sembra perfetto per generare controversie con e negli Stati Uniti. Carney ha giustificato questa scelta affermando che “in mesi recenti la Cina si è dimostrata più prevedibile degli Stati Uniti”, una dichiarazione che avrebbe stato impensabile da parte di un leader canadese solo due anni fa. Il Primo Ministro ha anche annunciato l’obiettivo di aumentare le esportazioni canadesi verso la Cina del 50 per cento entro il 2030, segnalando chiaramente l’intenzione di ridurre la dipendenza quasi totale dal mercato americano.

Questa strategia riflette quello che Carney ha definito “calibrare le nostre relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori” e “non fare più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza”. Questa formulazione segna un passaggio dal liberalismo idealistico al realismo liberale: il Canada continua a difendere valori come diritti umani, democrazia e stato di diritto, ma riconosce che questi valori possono essere serviti efficacemente solo se sostenuti da capacità materiali e coalizioni strategiche.

La Reazione Internazionale: Risonanza e Resistenza

La reazione al discorso di Carney è stata immediata e polarizzata. Sul fronte europeo, il discorso ha trovato risonanza profonda. Il Presidente francese Emmanuel Macron, intervenendo anch’egli a Davos, ha denunciato l’uso di dazi come leva per pressioni territoriali, definendolo “fondamentalmente inaccettabile, ancora di più quando vengono usati come leva contro la sovranità territoriale”, in riferimento esplicito alle minacce americane sulla Groenlandia. Macron ha anche affermato che gli europei preferiscono “il rispetto ai bulli”, segnalando un irrigidimento della postura europea verso l’amministrazione Trump.

Louise Blais, ex diplomatica canadese, ha dichiarato che il discorso di Carney “pone il Canada al centro” della coalizione emergente di potenze medie mentre affrontano un mondo in cambiamento. Il senatore Boehm ha definito il discorso “il più consequenziale di un Primo Ministro canadese in decenni”, paragonandolo esplicitamente al discorso di St. Laurent che aveva definito i parametri dell’ordine basato sulle regole. La metafora utilizzata da Boehm è significativa: se il discorso di St. Laurent del 1947 aveva aperto un capitolo storico, quello di Carney ne segna la chiusura dopo quasi ottant’anni.

Tuttavia, non tutti hanno accolto il discorso con entusiasmo. Roland Paris, ex consigliere per la politica estera del Primo Ministro Trudeau, ha espresso perplessità su cosa venga dopo, osservando che la diagnosi è chiara ma l’implementazione pratica rimane complessa. Lisa Raitt, ex ministro conservatore canadese, pur definendo il discorso “intelligente”, ha espresso preoccupazione per le conseguenze, sottolineando che gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il principale cliente del Canada e che questo cambiamento “non avverrà dall’oggi al domani”. Derek Burney, ex ambasciatore canadese a Washington, ha osservato che Trump ha “colpito una corda negli Stati Uniti” con il suo “America First” e che questa tendenza “non andrà via”, suggerendo che il mondo descritto da Carney non è temporaneo ma strutturale.

Sul fronte americano, il Rappresentante Commerciale Jamieson Greer ha definito le mosse canadesi “problematiche”, avvertendo che “nel lungo periodo non saranno contenti di aver fatto questo accordo” con la Cina. Questa reazione conferma esattamente la tesi di Carney: Washington interpreta qualsiasi tentativo di diversificazione da parte degli alleati come un tradimento che merita punizione, trasformando l’alleanza in subordinazione. Il Premier dell’Ontario Doug Ford, allineato con posizioni più tradizionalmente atlantiste, ha criticato l’accordo con la Cina come “sbilanciato” e ha avvertito che rischia di “chiudere le porte al mercato americano”, evidenziando le profonde divisioni interne al Canada su questa svolta strategica.

Valutazione Strategica: Rottura o Transizione?

La domanda cruciale sollevata dal discorso di Carney è se ci troviamo effettivamente di fronte alla fine dell’assetto internazionale instaurato post Seconda Guerra Mondiale. L’analisi delle dinamiche strutturali in corso suggerisce che la diagnosi di Carney sia sostanzialmente corretta, anche se la tempistica e le modalità della transizione rimangono incerte.

I dati empirici supportano la tesi della rottura sistemica. L’uso dei dazi come arma di coercizione politica è diventato sistematico, non occasionale: gli Stati Uniti non utilizzano più i dazi primariamente per proteggere industrie domestiche o correggere squilibri commerciali, ma esplicitamente per forzare concessioni politiche da parte degli alleati, come dimostrato dalle minacce di dazi contro paesi europei che si oppongono alle rivendicazioni sulla Groenlandia. Questo rappresenta una trasformazione qualitativa del sistema commerciale internazionale, dove le regole del WTO diventano irrilevanti quando le grandi potenze decidono di ignorarle.

La militarizzazione delle catene di approvvigionamento costituisce un altro indicatore strutturale. Sia gli Stati Uniti che la Cina stanno attivamente costruendo blocchi economici esclusivi in settori strategici come semiconduttori, batterie, terre rare e intelligenza artificiale. Le potenze medie si trovano costrette a scegliere quale blocco privilegiare, con ciascuna scelta che comporta costi economici significativi e vulnerabilità strategiche. L’accordo Canada-Cina sui veicoli elettrici e sulla canola rappresenta un tentativo di mantenere accesso a entrambi i blocchi, ma questa strategia di equilibrio diventa progressivamente più difficile man mano che le grandi potenze richiedono esclusività.

La paralisi delle istituzioni multilaterali è ormai un fatto compiuto. L’Organizzazione Mondiale del Commercio non è in grado di risolvere controversie significative tra grandi potenze, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è costantementebbloccato da veti incrociati, e persino la NATO sperimenta tensioni esistenziali quando il suo membro più potente minaccia l’integrità territoriale di un alleato europeo. Le istituzioni create per gestire l’ordine del dopoguerra continuano a esistere formalmente, ma hanno perso la capacità di vincolare il comportamento delle grandi potenze, trasformandosi nei “cartelli in vetrina” descritti da Carney.

Tuttavia, definire questo processo come la “fine” dell’ordine liberale richiede precisazioni. Quello che sta terminando non è la totalità delle strutture create nel dopoguerra, ma specificamente il monopolio americano nella definizione e nell’applicazione delle regole. Le norme fondamentali del diritto internazionale, la sovranità territoriale, l’inviolabilità delle frontiere, continuano a essere invocate proprio dalle potenze medie come il Canada per resistere alle pressioni delle grandi potenze. Il discorso di Carney non rigetta questi principi, ma propone di difenderli attraverso coalizioni orizzontali di potenze medie piuttosto che attraverso la subordinazione verticale a un egemone.

Prospettive Future: Il Mondo delle Potenze Medie

Lo scenario più probabile non è un ritorno al passato né un collasso completo nell’anarchia, ma l’emergere di quello che potrebbe essere definito un sistema internazionale a geometria variabile, dove coalizioni flessibili di potenze medie forniscono beni pubblici regionali e settoriali in assenza di un egemone globale affidabile. Questo scenario presenta sia opportunità che rischi significativi.

Sul fronte delle opportunità, potremmo assistere alla formazione di un blocco delle potenze medie che collega Canada, Australia, Giappone, Corea del Sud, e diversi paesi europei in un’architettura di sicurezza ed economica parzialmente autonoma sia dagli Stati Uniti che dalla Cina. Questo blocco controllerebbe risorse strategiche significative: il Canada è una superpotenza energetica e di minerali critici, l’Australia domina l’estrazione di terre rare, il Giappone e la Corea del Sud mantengono supremazia tecnologica in settori chiave, e l’Europa rappresenta il più grande mercato di consumo al mondo. Una coalizione di questo tipo potrebbe negoziare con le grandi potenze da una posizione di forza collettiva che nessuno di questi paesi possiede individualmente.

Sul piano commerciale, potremmo vedere la creazione di trading blocs trasversali che collegano il CPTPP del Pacifico con l’Unione Europea, creando un mercato integrato di oltre 1,5 miliardi di persone che esclude sia gli Stati Uniti che la Cina. Questa integrazione permetterebbe alle potenze medie di ridurre la loro dipendenza da entrambe le superpotenze, creando alternative credibili per esportazioni, importazioni e investimenti. Il Canada sta già lavorando in questa direzione attraverso una partnership strategica globale con l’UE e l’obiettivo di aumentare le esportazioni verso mercati alternativi.

Nel settore della difesa, quella che è stata già ribattezzata come “la dottrina Carney”, ci farà potenzialmente assistere a un riarmo coordinato delle potenze medie con focus sulla costruzione di capacità autonome. Come detto, il Canada stesso punta a raddoppiare la spesa militare, ma strutturando questi investimenti per costruire industrie domestiche piuttosto che dipendere da fornitori americani. L’Europa sta accelerando progetti di difesa comune come il SAFE. Giappone e Corea del Sud stanno espandendo le proprie capacità militari oltre i tradizionali limiti postbellici. Questa diversificazione delle capacità di difesa dovrebbe, in prospettiva, ridurre la dipendenza dall’ombrello di sicurezza americano, anche se non lo eliminerà completamente.

Tuttavia, questo scenario non è privo in assoluto di rischi significativi. Il principale è quello che Carney ha definito “il mondo delle fortezze”, ovvero un assetto internazionale in cui il protezionismo e la frammentazione economica riducano l’efficienza globale, aumentino i costi e rallentino l’innovazione. Senza un coordinamento efficace tra le potenze medie, si potrebbe assistere a una corsa al ribasso, in cui ciascun paese cerca di garantire la propria sicurezza a spese degli altri, creando un equilibrio subottimale per tutti. La sfida sarà costruire istituzioni di coordinamento abbastanza flessibili da essere efficaci ma abbastanza robuste da resistere alle pressioni delle grandi potenze.

Un secondo rischio è la sottovalutazione delle capacità coercitive delle grandi potenze. Gli Stati Uniti rimangono di gran lunga la più grande economia mondiale, mantenendo peraltro capacità militari che nessuna coalizione di potenze medie può eguagliare. Se Washington decidesse di punire severamente i tentativi di diversificazione, attraverso dazi punitivi, sanzioni finanziarie o addirittura minacce militari, molte potenze medie potrebbero trovare i costi della resistenza insostenibili. Il successo della strategia proposta da Carney dipende dalla capacità delle potenze medie di mantenere coesione di fronte a pressioni intense, e la storia suggerisce che questo è estremamente difficile.

In sostanza, il discorso di Davos pronunciato da Mark Carney, promette di segnare un momento di svolta nella politica internazionale contemporanea. Non è solo un’analisi accademica della crisi dell’ordine liberale, ma un piano d’azione, una rotta per potenze medie, in modo che possano navigare in un mondo caratterizzato dalla rivalità tra grandi potenze senza finire “sul menu”. 

Trump ha tirato la corda, forse troppo. Carney ha dettato la linea per chi non intenda sottostare al ricatto. Nel prossimo futuro vedremo se altre potenze medie avranno il coraggio di seguire questa strada. Se lo faranno, il sistema internazionale che emergerà sarà profondamente diverso da quello che abbiamo conosciuto dal 1945, ma potrebbe essere più resiliente e meno ipocrita. Se non lo faranno, scopriranno che essere sul menu è molto meno confortevole che essere al tavolo.

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