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09/01/2026
Europa, Stati Uniti e Nord America

Disimpegno americano e sicurezza europea: una lettura tra dipendenze operative e prospettive per l’UE

di Anna Calabrese

Il recente ritiro di Washington da numerose organizzazioni internazionali conferma un cambio di paradigma nella politica estera statunitense e apre un vuoto nella governance globale. Tra riduzione dell’impegno multilaterale, ritorno al selective engagement e ripensamento del rapporto con NATO ed Europa, l’UE si trova a dover ridefinire il proprio ruolo di partner e leader, le sue capacità e margini di autonomia strategica.

Il recente ritiro di Washington da numerose organizzazioni internazionali conferma un cambio di paradigma nella politica estera statunitense e apre un vuoto nella governance globale. Tra riduzione dell’impegno multilaterale, ritorno al selective engagement e ripensamento del rapporto con NATO ed Europa, l’UE si trova a dover ridefinire il proprio ruolo di partner e leader, le sue capacità e margini di autonomia strategica.

Il 7 gennaio scorso, a soli pochi giorni dall’operazione in Venezuela, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha formalizzato il ritiro degli USA da 66 organizzazioni internazionali, di cui 31 appartenenti all’orbita ONU, le cui attività e finalità sono ritenute in contrasto con gli interessi nazionali. La decisione non è tuttavia inaspettata: il Tycoon aveva emanato, il 4 febbraio 2025, l’Ordine Esecutivo 14199 “Ritiro degli Stati Uniti da alcune organizzazioni delle Nazioni Unite e cessazione dei finanziamenti a queste ultime e revisione del sostegno degli Stati Uniti a tutte le organizzazioni internazionali”, con il quale, oltre che dichiarare la sospensione alla partecipazione statunitense all’UNESCO e all’UNHCR, ha dichiarato la presa in esame di “tutte le organizzazioni intergovernative internazionali di cui gli Stati Uniti sono membri e forniscono qualsiasi tipo di finanziamento o altro supporto, nonché di tutte le convenzioni e i trattati di cui gli Stati Uniti sono parte, per determinare quali organizzazioni, convenzioni e trattati siano contrari agli interessi degli Stati Uniti”. Entro 180 giorni dalla data dell’emanazione, l’ordine prevedeva che il Segretario di Stato, in consultazione con l’Ambasciatore delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto riferire al Presidente l’esito di tale esame che, come si evince dal memorandum di inizio gennaio, ha interessato diverse decine di agenzie, commissioni e gruppi consultivi delle Nazioni Unite ed indipendenti che si occupano dei temi più svariati, dal clima alla protezione dei diritti umani, dal lavoro all’immigrazione.

Il ritiro statunitense da oltre 60 organizzazioni 

Segnando il più ampio ritiro dalla cooperazione globale nella sua storia moderna, Washington sospenderà ed interromperà i finanziamenti a realtà multilaterali chiave per la lotta al cambiamento climatico e sostenibilità (Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, Forum internazionale dell’energia, Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, Commissione per la cooperazione ambientale), per la cooperazione in materia di immigrazione, diritti umani e sviluppo (Coalizione per la libertà online, Forum globale sulla migrazione e lo sviluppo, Organizzazione internazionale per il diritto dello sviluppo, Istituto internazionale per la giustizia e lo stato di diritto) ma anche ad iniziative per l’antiterrorismo, la promozione della democrazia e la cooperazione atlantica. Di particolare rilevanza è poi la revoca alla partecipazione e al finanziamento da alcune organizzazioni ONU quali la Commissione di diritto internazionale, i vari Uffici dei Rappresentanti Speciali del Segretario Generale sulla violenza contro donne e bambini nei conflitti armati, Commissione e Fondo per la costruzione della pace. 

Queste azioni, sostenute da un substrato legale e amministrativo che legittimano tale ritiro e che sanciscono un ulteriore passo di un percorso di progressiva cristallizzazione dell’approccio statunitense al multilateralismo, sono state legittimate e giustificate agli occhi della Casa Bianca da una relativa ridondanza nella portata, malagestione, inefficienza e dispendiosità delle agende di tali organizzazioni, che secondo il Segretario di Stato Rubio entrerebbero in contrasto con quelle statunitensi, minacciando la sovranità nazionale. 

Quando gli USA non ci sono: il caso Hybrid CoE e la lotta alla minaccia ibrida 

Parte dell’ampia iniziativa di chiusura rispetto all’impegno multilaterale è il ritiro dall’European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats (Hybrid CoE), un think tank sulla sicurezza con sede a Helsinki. Ufficialmente istituito nel 2017 da Stati Uniti, Finlandia, Svezia, Regno Unito, Lettonia, Lituania, Polonia, Francia e Germania, mira ad approfondire, condividere e promuovere competenze, capacità e strategie a UE e NATO per contrastare le minacce ibride. In un contesto come quello odierno in cui le minacce sotto soglia stanno ridefinendo il panorama della sicurezza europea, incidendo sulla stabilità democratica, economica e strategica dell’intera comunità, la notizia di un disinteresse statunitense non è da sottovalutare. 

Come il Non Paper del Ministro della Difesa Crosetto sulla guerra ibrida sottolinea, le aree di vulnerabilità e dunque di imperativa azione preventiva e contenitiva a livello nazionale risiedono nello spazio cibernetico e in quello elettromagnetico. Sebbene gli sforzi europei (e nazionali) stiano raggiungendo una relativa maturità nell’ambito della difesa cyber, nonostante la necessità di incrementare la flessibilità operativa e di sviluppare approcci offensivi e deterrenti nello spazio informativo, la guerra in Ucraina ha riportato al centro della competizione tra potenze lo spazio elettromagnetico dopo anni di supremazia occidentale in questo campo. Le nuove tecnologie emergenti nonché lo sviluppo di capacità sofisticate e avanzate di Russia e Cina che fungono da moltiplicatore di forza nel disturbare e interrompere il C4ISR (Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance) e le comunicazioni strategiche, pongono l’Occidente, la NATO e l’UE di fronte all’imperativo di rivedere e colmare gap importanti per contrastare questo strumento essenziale nelle strategie ibride odierne. 

Se da un lato, infatti, le dottrine NATO in materia di contro-interdizione e supporto elettronici  risultino infatti parzialmente atrofizzate, dall’altro la maggior parte dei Paesi europei della NATO continua a dipendere dagli Stati Uniti per capacità cruciali nel dominio elettromagnetico. Questa dipendenza riguarda soprattutto la raccolta, analisi e distribuzione dei dati ELINT, la gestione centralizzata delle mission data libraries, la capacità di jamming, e in generale l’intero ciclo ISR (Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance). Il disimpegno statunitense dal Centro d’Eccellenza per il contrasto alla minaccia ibrida rafforza allora l’urgenza, per l’Unione Europea, di investire nello spazio elettromagnetico ma anche in altri settori ad alta intensità tecnologica, creando capacità integrate che permettano di colmare il gap e costruire una vera autonomia strategica senza dipendere dalle capacità statunitensi anche e soprattutto in ambito NATO. 

La National Security Strategy 2025 e il ritorno al selective engagement : quali implicazioni per l’UE? 

La scelta di Trump non va ovviamente letta come un atto isolato, bensì come parte integrante delprofondo ripensamento che sta interessando la politica estera statunitense negli ultimi anni. La National Security Strategy 2025 enfatizza infatti il ritorno ad un iper-realismo imperniato sulla difesa diretta degli interessi nazionali che guida l’azione esterna di Washington, con un’esplicita delegittimazione del multilateralismo di matrice neoliberista e svincolo dalle finalità universalistiche delle organizzazioni globali. Questa strategia, che trova la sua pragmatica espressione non solo nei discorsi e nelle dichiarazioni ma soprattutto nelle recenti azioni contro il Venezuela, l’approccio alle negoziazioni sulla pace in Ucraina e la postura nei confronti di Europa e NATO, si inserisce in una tradizione isolazionista che rifiuta gli impegni globali e privilegia un sovranismo cinico e assertivo piuttosto che un multilateralismo cooperativo. La critica aperta alle Nazioni Unite, alle piattaforme di dialogo e la rivalutazione in chiave moderna di concetti geopolitici tradizionali come la Dottrina Monroe mostrano come l’attuale leadership statunitense metta a fondamento dei propri impegni internazionali l’interesse nazionale, subordinando le direttive di politica estera alle esigenze e priorità interne e impostando una strategia di “selective engagement” che vincola ogni forma di intervento esterno alla presenza di un beneficio strategico per Washington. 

In questo senso, il caso dell’Hybrid CoE, pur simbolico rispetto ad altre strutture ed altre organizzazioni, rappresenta un campanello d’allarme importante: gli Stati Uniti iniziano a sottrarsi anche agli spazi di cooperazione militare in chiave tecnologica e cognitiva, sancendo che l’Europa non può più limitarsi a una postura adattiva. Al contrario, costruire prospettive di sicurezza capaci di reggere anche in uno scenario di assente coinvolgimento statunitense, rafforzando la propria base industriale, le proprie filiere tecnologiche e le proprie capacità integrate è fondamentale, come sottolinea il caso del dominio elettromagnetico. Ridurre vulnerabilità e dipendenze spostando l’asse verso la leadership europea di fronte al ritiro statunitense è essenziale all’autonomia strategica di Bruxelles: non un obiettivo ideologico, ma un’esigenza operativa concreta e non più procrastinabile.

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