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16/03/2026
Africa Subsahariana

Disinformazione e Peacekeeping in Africa: il Caso di MONUSCO nella Repubblica Democratica del Congo

di Biagio Bosano

L’evoluzione tecnologica ha radicalmente trasformato i paradigmi della comunicazione tra persone, offrendo opportunità inedite e, allo stesso tempo, esponendo l’ecosistema informativo a grandi vulnerabilità. Questo articolo analizza come tali spazi digitali siano divenuti terreno di interferenze strategiche da parte di attori statali e non-statali, con finalità politiche ed economiche che minacciano direttamente la Human Security.

L’evoluzione tecnologica ha radicalmente trasformato i paradigmi della comunicazione tra persone, offrendo opportunità inedite e, allo stesso tempo, esponendo l’ecosistema informativo a grandi vulnerabilità. Questo articolo analizza come tali spazi digitali siano divenuti terreno di interferenze strategiche da parte di attori statali e non-statali, con finalità politiche ed economiche che minacciano direttamente la Human Security.

In questo scenario, la proliferazione informativa si configura come un’arma a doppio taglio, particolarmente critica nel contesto degli interventi umanitari e delle missioni di pace in Africa. L’articolo esamina le difficoltà operative incontrate dalle Nazioni Unite nel continente, focalizzandosi sul caso studio della missione United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of Congo (MONUSCO). L’obiettivo è delineare i rischi e le opportunità derivanti dall’uso delle nuove tecnologie, offrendo una riflessione sulle strategie necessarie per garantire l’integrità dell’informazione in aree di crisi e proteggere l’efficacia delle operazioni di peacekeeping.


Il Contesto Congolese

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è teatro – ormai da diversi decenni – di un conflitto che ha visto fronteggiarsi nel tempo, oltre all’esercito congolese e alle forze di interposizione delle Nazioni Unite, più di 120 gruppi armati appoggiati direttamente o indirettamente da una o più potenze regionali. L’origine del conflitto viene ricondotta al 1996, quando le tensioni interne, maturate anche a seguito  del genocidio ruandese (6 aprile – 16 luglio 1994) si diffusero nel territorio dello Zaire (dal 1997 Repubblica Democratica del Congo). Le milizie Hutu usarono i campi profughi come basi per attaccare il Ruanda, spingendo quest’ultimo a invadere il Paese a sostegno della ribellione di Laurent-Désiré Kabila. L’offensiva portò in soli sette mesi al rovesciamento del dittatore Mobutu Sese Seko, ma, a seguito dell’esplicitarsi della volontà del neopresidente di staccarsi dal supporto dei partner esterni che lo avevano appoggiato nella sua offensiva verso Kinshasa, la situazione degenerò presto in una guerra regionale che coinvolse numerosi Stati africani e che devastò i territori orientali del Paese. Ancora oggi, la RDC è caratterizzata da forti tensioni interne che spesso degenerano in scontri armati; la presenza di gruppi para-militari che lottano per il controllo dei territori nonché per le preziose risorse minerarie presenti nelle regioni del Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri, hanno favorito un’endemica situazione di insicurezza. La complessità del conflitto congolese, la generalizzata e totalizzante violenza che opprime il Paese, nonché la profonda difficoltà nel ristabilire il controllo governativo sul territorio, ha causato gravi e recenti perdite anche all’Italia. Il 22 febbraio 2021, l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista vennero assassinati in un’imboscata durante una missione per conto del World Food Program (WFP) a nord di Goma. Nonostante l’impegno italiano nel chiarire le dinamiche dell’agguato, la vicenda rimane tutt’ora poco chiara. L’inchiesta si trova ancora oggi in una fase di stallo a causa del contrasto tra le condanne lampo, operate in Congo su esecutori ritenuti marginali, e il blocco del processo italiano dovuto all’immunità diplomatica dei funzionari WFP. La mancanza di una reale collaborazione internazionale e le zone d’ombra sulle falle di sicurezza impediscono ancora oggi di accertare i mandanti e il reale movente dell’agguato. 

Anche le Nazioni Unite sono un soggetto importante che ricopre un ruolo non secondario all’interno della guerra nella RDC. L’intervento diretto dell’ ONU nel conflitto congolese risale al 2000 quando venne schierata la missione di osservazione United Nations Organization Mission in Democratic Republic of Congo (MONUC) a seguito degli accordi di Lusaka. A  partire dal 1 luglio 2010, la missione MONUC venne modificata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, prendendo il nome di United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of Congo (MONUSCO), che ancora oggi risulta essere schierata, non senza difficoltà, nelle regioni interessate dal conflitto. La missione, arrivata a contare al suo apice più di 20.000 effettivi, ha ricevuto un mandato più incisivo per proteggere i civili e stabilizzare il Paese, dovendo però contrastare oggi anche le moderne strategie di disinformazione. Quest’ultima è diventata una minaccia critica, poiché alimenta l’ostilità delle comunità locali verso i caschi blu, compromettendo la loro capacità operativa e mettendo a rischio la sicurezza del personale nel delicato processo di transizione.

La Storia e il Ruolo dell’M23

Tra le 120 milizie attive nel conflitto, il Movimento 23 Marzo, conosciuto come M23, è sicuramente una delle più attive e importanti. Nata ufficialmente nel 2012, l’M23 è composta principalmente da Tutsi congolesi e ha come scopo principale dichiarato la protezione delle minoranze Tutsi residenti in Congo dalle minacce di azioni violente sistematiche ad opera di altri gruppi armati composti da Hutu, altra grande minoranza protagonista del genocidio ruandese del 1994. Dopo un iniziale ritiro verso il Ruanda, dovuto alla costante pressione subita dal gruppo armato nel 2013 ad opera di una brigata della missione MONUSCO, l’M23 ha ripreso le ostilità sul suolo congolese nel 2021 attirando su di sé l’attenzione conquistando rapidamente territorio a nord della città di Goma. Si stima che nel 2022, il gruppo armato controllasse una zona estesa circa 7.800 km².

L’M23 fa parte di un ampio numero di gruppi armati strettamente legati al Ruanda. Il governo di Kigali, infatti, ne supporterebbe direttamente le attività sia condividendo con il Movimento l’intento di proteggere le minoranze Tutsi che abitano stabilmente le regioni di confine tra il Rwanda e la RDC, che per soddisfare i propri interessi economici in questa regione, quali lo sfruttamento delle risorse minerarie e il controllo delle rotte commerciali tra i due Stati. Fonti delle Nazioni Unite sostengono che, con l’intento di creare una zona cuscinetto per proteggere i propri confini e proiettare stabilità all’esterno, tra le 3000 e le 4000 unità rwandesi operino in territorio congolese insieme all’M23.

Oltre ad essere conosciuto per le operazioni militari di successo, spesso culminanti in massacri di civili, questo gruppo armato è famoso anche per essere sotto i riflettori delle due opposte narrazioni del conflitto: una filo-governativa e l’altra Pro-M23

La Guerra d’Informazione nella RDC

La guerra d’informazione è una grandeminaccia per l’aumentodella tensione e lo sviluppo dei conflitti moderni, sia a livello locale che internazionale. In un contesto come quello congolese, possiamo notare le gravissime ripercussioni che questa ha sulla popolazione e sugli schieramenti coinvolti direttamente sul campo di battaglia. Analizzando nel dettaglio la guerra nella RDC, si nota come la manipolazione delle informazioni possa essere usata con modalità e scopi totalmente differenti come: la delegittimazione di attori direttamente coinvolti nel conflitto o il reclutamento di giovani disoccupati.

Proprio quest’ultimo fatto risulta essere determinante. Nel Nord Kivu, la combinazione esplosiva tra una disoccupazione giovanile al 70% e un’istruzione carente ha trasformato le nuove generazioni nel bersaglio ideale di una sofisticata guerra informativa. Attraverso la manipolazione delle informazioni circolanti su social come WhatsApp e Facebook, gruppi armati come l’M23 sfruttano la povertà endemica per reclutare giovani, radicalizzandoli con messaggi d’odio e false promesse di legittimazione politica. Questa deriva digitale non si limita a esacerbare le tensioni etniche preesistenti, ma produce conseguenze umanitarie devastanti: come evidenziato dall’ONU, oltre 4.000 bambini sono stati utilizzati dai gruppi armati come combattenti o avanguardie con compiti di scouting, vittime di un caos alimentato da fake news e propaganda bellica.

In questo contesto, i giornalisti congolesi hanno iniziato ad adottare una strategia assimilabile all’autocensura. Nel conflitto congolese, ogni cronaca imparziale rischia di essere bollata come tradimento, esponendo i reporter al rischio di ritorsioni fatali da parte di milizie o autorità governative. Il silenzio forzato dei media indipendenti genera un vuoto pericoloso, prontamente colmato dalla disinformazione usata come arma. Questo deterioramento non solo isola la popolazione, ma alimenta un circolo vizioso di odio e polarizzazione che rende difficile ogni tentativo di dialogo o risoluzione del conflitto.

La missione MONUSCO affronta oggi una sistematica campagna di delegittimazione che, culminata nella caduta di Goma nel gennaio 2025, ha trasformato la manipolazione delle informazioni (MDH) in una minaccia letale per il personale di pace e i civili. Questa erosione della fiducia non solo mina i negoziati e l’efficacia operativa, spingendo il governo di Kinshasa a chiederne il ritiro, ma compromette gravemente anche l’assistenza umanitaria. Come sottolineato dal World Food Program, l’assenza di una comunicazione diretta con le comunità locali lascia un vuoto informativo pericoloso, che può essere colmato da attori ostili. Il risultato è un ambiente destabilizzato dove la disinformazione rischia seriamente di diventare un ostacolo fisico alla distribuzione di cibo e degli aiuti umanitari, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa delle popolazioni colpite.

Quali Sono le Contromisure che Si Possono Adottare?

Esistono diverse contromisure che possono essere implementate per evitare che i rischi sopra citati si presentino. Le Nazioni Unite hanno introdotto nel 2024 la Policy on Information Integrity in Peacekeeping Settings per contrastare sistematicamente la disinformazione nei teatri operativi. Il nuovo approccio, da adottare durante le missioni di pace, richiede un monitoraggio costante dell’ecosistema informativo basato sul cosiddetto ABC(DE) Framework, volto a identificare attori, comportamenti inautentici e contenuti dannosi.

Le missioni di pace dell’ONU oggi devono proteggere non solo le persone, ma anche l’ecosistema informativo in cui queste sono immerse. Per questo è essenziale attrezzare ogni missione internazionale con personale multidisciplinare altamente qualificato per compiere operazioni di screening sia online che sul campo. È fondamentale impiegare questi esperti per monitorare durante tutta la durata della missione sia il web che il territorio, bloccando notizie false e incitamenti all’odio prima che causino violenza. Questo approccio mette al centro le comunità, rendendole più consapevoli con l’alfabetizzazione digitale. L’obiettivo è garantire sicurezza e privacy, assicurando che tutti ricevano informazioni affidabili senza minare la libertà di espressione o il successo della missione.In quest’ ottica, proteggere giornalisti, soggetti che riescono a mobilitare gruppi di persone attraverso la condivisione di informazioni e leader locali è vitale per un’informazione libera. Come evidenziato anche dall’UNESCO, promuovere la loro sicurezza e combattere l’impunità per i crimini commessi contro la libera circolazione dell’informazione e di chi opera per rendere più sicuro e trasparente l’ecosistema informativo sono passi fondamentali. Solo garantendo un’informazione e un dialogo trasparente e non-violento, infatti, è possibile limitare l’escalation delle violenze, soprattutto in Stati storicamente instabili come la Repubblica Democratica del Congo.

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