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15/07/2025
Europa

La disputa Bulgaria-Macedonia del Nord: identità nazionale contro integrazione europea

di Nicolas Piazza

Il veto bulgaro sull'adesione macedone all'UE rivela le tensioni irrisolte tra costruzione identitaria nazionale e processo di integrazione europea nei Balcani. La questione linguistica e storica diventa strumento di pressione politica, bloccando l'allargamento e alimentando nazionalismi.

Il veto bulgaro sull’adesione macedone all’UE rivela le tensioni irrisolte tra costruzione identitaria nazionale e processo di integrazione europea nei Balcani. La questione linguistica e storica diventa strumento di pressione politica, bloccando l’allargamento e alimentando nazionalismi.

La disputa tra Bulgaria e Macedonia del Nord rappresenta uno dei casi più emblematici di come le questioni identitarie possano influenzare profondamente i processi di integrazione europea. Quello che inizialmente sembrava un normale percorso di adesione all’Unione Europea si è trasformato in un braccio di ferro diplomatico che tocca i nervi più sensibili della costruzione nazionale balcanica.

Il paradosso della situazione attuale è evidente: la Bulgaria, primo paese a riconoscere l’indipendenza macedone nel 1991, è oggi il principale ostacolo alla sua integrazione europea. Questo capovolgimento di ruoli non è casuale, ma riflette una strategia politica che utilizza l’adesione all’UE come leva per risolvere dispute storiche e culturali mai sanate.

Il veto bulgaro come strumento di pressione

I fatti di giugno 2025 hanno portato alla luce la strumentalizzazione politica della questione identitaria nei Balcani. A inizio mese, infatti, il Partito Popolare Europeo, su spinta dei suoi membri bulgari, ha ritirato il suo sostegno all’ultimo momento a una relazione del Parlamento Europeo che valutava i progressi della Macedonia del Nord verso l’adesione all’UE, scatenando una crisi diplomatica che va ben oltre una semplice disputa bilaterale.

L’obiettivo dichiarato dell’offensiva bulgara era bloccare qualsiasi riferimento nel rapporto parlamentare all’esistenza di una “identità e lingua macedone” distinta. Come ha dichiarato il ministro degli Esteri bulgaro, “identità e lingua macedone non sono parte dei criteri per entrare nell’UE”, sostenendo che questi temi non fanno parte dei criteri di Copenaghen.

La strategia bulgara ha previsto un’azione coordinata su più fronti. Tutti i 17 eurodeputati bulgari hanno firmato una lettera ufficiale accusando Waitz, incaricato di redigere il rapporto, di essere troppo vicino al governo macedone e di non aver tenuto conto della discriminazione contro la minoranza bulgara in Macedonia del Nord. Parallelamente, il primo ministro bulgaro ha contattato direttamente la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, per chiedere il rinvio del voto.

La campagna bulgara ha ottenuto un successo parziale quando i tre maggiori gruppi politici del Parlamento Europeo hanno concordato di rimuovere i riferimenti all'”identità macedone” e alla “lingua macedone” dalla bozza del rapporto sui progressi della Macedonia del Nord. Come ha dichiarato l’europarlamentare bulgaro Andrei Kovachev, “l’identità macedone non si può costruire cancellando tutto ciò che è bulgaro”.

La questione costituzionale e l’impasse diplomatico

Il cuore della disputa risiede nella richiesta bulgara di inserire il riconoscimento della minoranza bulgara nella Costituzione macedone. Questo punto, apparentemente tecnico, nasconde in realtà una questione politica molto più profonda legata al riconoscimento dell’identità bulgara in territorio macedone.

Nel 2022, il precedente governo macedone di centro-sinistra aveva accettato di modificare la Costituzione per soddisfare questa richiesta bulgara, ma non ha avuto abbastanza voti in Parlamento per farlo. L’attuale governo conservatore di Hristijan Mickoski ha adottato una strategia diversa: è disposto a modificare la Costituzione, ma solo se prima la Bulgaria dà il via libera all’adesione.

Questa posizione ha creato un impasse diplomatico: l’UE dice che Skopje deve modificare la Costituzione per riconoscere i bulgari come minoranza, la Macedonia del Nord dice che lo farà solo se la Bulgaria le dà prima il via libera, la Bulgaria dice che non darà alcun via libera finché la Costituzione non viene cambiata.

Il premier macedone Mickoski ha cercato di giustificare questa posizione sostenendo che “l’allargamento deve basarsi sul merito, non su dispute bilaterali”, ma la sua strategia del “two-way street” ha di fatto irrigidito ulteriormente le posizioni di entrambe le parti.

L’interventismo bulgaro nella politica interna macedone

La Bulgaria ha intensificato la sua pressione politica anche attraverso il sostegno diretto a cittadini macedoni di etnia bulgara. Il caso più emblematico è quello di Ljubco Georgievski, ex presidente del Club culturale “Ivan Mihailov” a Bitola, ora bandito dalle autorità macedoni.

Tutti i partiti del Parlamento bulgaro si sono schierati ufficialmente a sostegno di Georgievski, condannato con pena sospesa per incitamento all’odio etnico. La Bulgaria ha presentato questo caso come prova della discriminazione subita dai bulgari in Macedonia del Nord, mentre Skopje lo considera un esempio di interferenza straniera nei propri affari interni.

Il presidente bulgaro Rumen Radev e il ministro degli Esteri hanno incontrato personalmente Georgievski, trasformando un caso giudiziario interno macedone in una questione diplomatica internazionale. Questa strategia di “protezione” dei bulgari in Macedonia del Nord serve a Sofia per giustificare il mantenimento del veto e per presentarsi come difensore di una minoranza oppressa.

Le conseguenze per l’integrazione europea

La disputa bulgaro-macedone ha implicazioni che vanno ben oltre i confini dei due paesi. Rappresenta infatti un precedente pericoloso per l’utilizzo dell’unanimità richiesta per l’allargamento come strumento di pressione bilaterale.

Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha tentato di mediare, visitando Skopje per congratularsi con Mickoski per i progressi compiuti e consigliando alla Bulgaria di smettere con l’ostruzionismo. Costa ha ribadito che entrambi i paesi devono rispettare i punti dell’accordo raggiunto nel luglio 2022, ma la sua mediazione non ha prodotto risultati concreti.

La credibilità dell’UE nei Balcani è a rischio. I negoziati di adesione con Albania e Macedonia del Nord sono iniziati nel 2022, dopo che la guerra in Ucraina ha spinto l’Unione a ripensare la sua strategia di allargamento. Ma il blocco macedone dimostra che l’UE può essere ostaggio delle dispute bilaterali tra i suoi membri e i paesi candidati.

Il caso macedone rischia di creare un effetto domino negativo, scoraggiando altri paesi balcanici dal perseguire l’integrazione europea e alimentando invece narrative nazionaliste e anti-europee. La percezione che l’UE sia incapace di gestire le proprie procedure di allargamento potrebbe spingere la regione verso altre sfere di influenza.

La disputa bulgaro-macedone rappresenta quindi molto più di una semplice questione bilaterale: è un test cruciale per la capacità dell’Unione Europea di mantenere la sua promessa di integrazione balcanica e di gestire le tensioni identitarie che attraversano il continente. Il rischio è che il nazionalismo linguistico e culturale prevalga sulla logica dell’integrazione europea, con conseguenze negative per la stabilità e la democrazia in tutta la regione.

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