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13/01/2026
Europa

Elezioni in Kosovo: la riconferma di Albin Kurti

di Edoardo Incani

La vittoria di Vetëvendosje rafforza la leadership del premier Kurti e apre la strada a un nuovo governo guidato dal premier uscente. I prossimi anni si annunciano come decisivi per vari dossier chiave: politica estera, rapporti con la Serbia, relazioni con gli alleati occidentali e integrazione europea.

La vittoria di Vetëvendosje rafforza la leadership del premier Kurti e apre la strada a un nuovo governo guidato dal premier uscente. I prossimi anni si annunciano come decisivi per vari dossier chiave: politica estera, rapporti con la Serbia, relazioni con gli alleati occidentali e integrazione europea.

Le elezioni politiche in Kosovo del 28 dicembre hanno visto una chiara vittoria del partito Vetëvendosje (Autodeterminazione) del Primo Ministro Albin Kurti, capo del governo dal marzo 2021. Gli elettori hanno optato per la continuità con il governo uscente, al termine di un 2025 segnato da una lunga fase di stallo politico-istituzionale: le precedenti elezioni, tenutesi a febbraio, non avevano infatti prodotto una maggioranza in grado di governare; il fallimento dei negoziati dei mesi successivi ha dunque reso necessario il ritorno alle urne.

I risultati, in particolare, mostrano che Vetëvendosje (partito di sinistra caratterizzato da tendenze nazionaliste, dal mese di ottobre diventato membro associato del Partito Socialista Europeo) ha ottenuto il 49,3% dei voti, con la possibilità di ottenere 56-57 seggi su 120 nell’Assemblea parlamentare del Kosovo rispetto ai 48 conquistati a febbraio. La maggioranza necessaria per costituire un governo è pari a 61 seggi; in questo contesto, Kurti, oltre a condurre negoziati con gli altri partiti, potrà tentare di creare una maggioranza coinvolgendo i rappresentanti delle minoranze del Kosovo, ai quali sono riservati 20 seggi (dieci di questi, in particolare, alla minoranza serba). La formazione di un nuovo governo Kurti appare quindi più agevole rispetto a febbraio, quando la configurazione parlamentare rendeva indispensabile un’intesa con un altro partito, mai effettivamente raggiunta.

Per quanto riguarda i partiti di opposizione, che tradizionalmente hanno governato in Kosovo negli anni successivi all’indipendenza fino alla fine dello scorso decennio, il Partito Democratico del Kosovo (del quale è stato esponente rilevante Hashim Thaçi, Presidente della Repubblica nel periodo 2016-2020) ha ottenuto il 20,9% (in linea con il risultato di febbraio); la Lega Democratica del Kosovo (LDK, partito fondato dal “padre della nazione” Ibrahim Rugova) si è fermata al 13,57% (contro il 18,27% di febbraio), mentre l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK, partito dell’ex Premier Ramush Haradinaj) ha ottenuto il 5,66% (contro il 7% di febbraio, anche se in unione con il partito NISMA).

Per quanto riguarda i seggi riservati alla minoranza serba, i risultati mostrano che il partito Lista Serba, sostenuto dal governo di Belgrado, si sarebbe assicurato almeno 9 dei 10 seggi in questione, mentre un seggio potrebbe andare al partito “Per la Libertà, Giustizia e Sopravvivenza” di Nenad Rašić, che dal dicembre 2022 ha ricoperto il ruolo di Ministro per le Comunità e i Ritorni sotto il governo Kurti.

Il Kosovo di Kurti nello scacchiere internazionale

Gli anni del primo Governo Kurti sono stati segnati dal tentativo, da parte di Pristina, di rafforzare la sovranità effettiva del governo sui territori del Kosovo settentrionale, a maggioranza serba, contrastando le “istituzioni parallele” gestite in autonomia dagli stessi serbi in queste aree e, più in generale, cercando di eliminare i simboli residuali della sovranità o dell’influenza di Belgrado nel Kosovo del nord.

Si può citare, in questo senso, la “crisi delle targhe” verificatasi tra il 2021 e il 2023, con il tentativo da parte dell’esecutivo di Kurti di regolamentare la validità delle targhe automobilistiche negando l’utilizzo di targhe rilasciate dalla Serbia per le città kosovare a favore, invece, di targhe rilasciate dagli uffici competenti kosovari. Ciò produsse delle tensioni nel Kosovo del nord sia nel 2021 sia nel 2022; alla fine di quell’anno si verificarono dimissioni di massa da parte dei serbi dalle istituzioni locali e dalla polizia, portando lo scontro a livello istituzionale. La diserzione delle istituzioni da parte della popolazione serba si tradusse anche nel boicottaggio delle elezioni locali che, a inizio 2023, portarono così alla vittoria di cittadini di etnia albanese nelle municipalità del nord. Il loro insediamento formale, nel maggio 2023, coincise con un’escalation della situazione, in quanto si verificarono forti scontri tra la popolazione serba e le forze della KFOR (missione NATO presente in Kosovo ai sensi della risoluzione ONU 1244/99) soprattutto nella località di Zvečan, con il risultato di oltre 90 soldati feriti.

Oltre al rafforzamento numerico della missione KFOR, una conseguenza degli scontri del maggio 2023 fu l’inasprimento dei rapporti tra le cancellerie occidentali e il Governo Kurti, accusato di aver gestito in modo imprudente e destabilizzante la situazione nel nord; ne seguì l’imposizione, da parte dell’UE, di provvedimenti sanzionatori verso Pristina, la cui rimozione è stata avviata soltanto nel dicembre 2025 grazie al raggiungimento del necessario consenso in sede europea e in seguito al pieno ristabilimento della situazione nel nord.

Il 2023 è stato segnato anche da un altro fatto significativo, l’attentato avvenuto nel mese di settembre nella località di Banjska (nel Kosovo del Nord), che vide un commando serbo attaccare una pattuglia di polizia (con l’uccisione di un poliziotto kosovaro) con conseguente scontro a fuoco ed eliminazione di tre assalitori. L’evento segnò un’ulteriore escalation, con il governo kosovaro che accusò Belgrado di avere una responsabilità negli eventi (anche alla luce della partecipazione agli scontri di Milan Radoičić, collegato alla Lista Serba).

A partire da quel momento si è verificato un sostanziale blocco del processo di normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina, che l’UE ha cercato di perseguire nel più ampio tentativo di stabilizzare dal punto di vista politico la regione balcanica (obiettivo percepito come ancora più urgente alla luce dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina avvenuta nel 2022); un tentativo che si è manifestato, più in generale, anche con la “riscoperta” del processo di allargamento (in particolare con riguardo ad Albania e Montenegro, i Paesi regionali che più realisticamente possono ambire all’ingresso nell’UE nel corso dei prossimi anni tra quelli candidati), ora presentato come un “investimento geostrategico” volto a stabilizzare anche i Balcani riducendo i rischi di instabilità e di ingerenze ostili da parte di potenze avversarie.

La normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo è stata perseguita dall’UE attraverso la mediazione effettuata dal diplomatico slovacco Miroslav Lajčák; il risultato maggiore ottenuto negli ultimi anni è stato l’accordo di Ohrid, concluso nel 2023 e che, seppur non firmato da parte della Serbia, è considerato da parte di Bruxelles come legalmente vincolante per entrambe le parti (ciò si è tradotto, per esempio, nell’inclusione delle disposizioni dell’accordo nell’ambito del quadro dei negoziati della Serbia per l’ingresso nell’UE, in particolare nel capitolo 35, formalizzata nell’aprile 2024 da parte del Comitato dei Rappresentanti Permanenti, COREPER). 

In seguito all’attentato di Banjska, tuttavia, il processo di dialogo mediato dall’UE è entrato in crisi: l’ultimo incontro al vertice Belgrado-Pristina, con la partecipazione dell’allora Alto Rappresentate UE Josep Borrell, si è tenuto senza risultati nel giugno 2024, mentre lo stesso Lajčák è diventato progressivamente oggetto delle critiche di Kurti, il quale ha accusato il rappresentante UE di avere un approccio non imparziale ai negoziati e di favorire le istanze di Belgrado. Nel giugno del 2025, l’UE ha affidato l’incarico di rappresentante speciale dell’UE per il dialogo Belgrado-Pristina a un volto nuovo, il diplomatico danese Peter Sørensen, con la speranza di dare nuovo impulso al processo negoziale.

In questo contesto, le disposizioni dell’accordo di Ohrid sono rimaste per larga parte inattuate, soprattutto se si considerano le clausole più sensibili del testo, come quella che impegna la Serbia a non ostacolare l’ingresso nel Kosovo delle organizzazioni internazionali (si può citare la posizione contraria di Belgrado al tentativo, da parte di Pristina, di fare il proprio ingresso, senza successo, nel Consiglio d’Europa nel corso del 2024) o le disposizioni che impegnano il Kosovo ad assicurare “un adeguato livello di autogoverno per la comunità serba in Kosovo” e le due parti a implementare gli accordi raggiunti negli anni precedenti nell’ambito del dialogo; il riferimento, in questo caso, è alla Associazione delle Municipalità (ASM) che, già in base agli accordi di Bruxelles del 2013-15, avrebbe dovuto essere costituita da Pristina nei comuni a maggioranza serba nel Kosovo settentrionale, assicurando un certo grado di autonomia locale, ma non ancora implementata nonostante le richieste delle diplomazie occidentali in questo senso.

Gli ultimi due anni, anzi, sono stati caratterizzati da ulteriori situazioni di tensione sul terreno, con varie frizioni tra il governo di Pristina e le capitali occidentali. Si possono citare: la chiusura progressiva, da parte del Governo Kurti, delle “istituzioni parallele” nel Kosovo del nord, attraverso manovre che le ambasciate europee e degli Stati Uniti hanno considerato come “unilaterali e non coordinate” e, in quanto tali, potenzialmente in grado di aprire nuove fasi di instabilità regionale, contro gli interessi di Washington e delle capitali europee; l’imposizione, nei primi mesi del 2024, dell’utilizzo esclusivo dell’euro come unica valuta valida per le transazioni economiche nel Kosovo del nord in luogo del dinaro serbo, iniziativa fortemente criticata dalle cancellerie occidentali alla luce delle tempistiche troppo strette di implementazione e del potenziale impatto negativo sulla vita della minoranza serba; il tentativo, nel corso del 2025, di attuare la completa apertura al traffico del simbolico ponte, abitualmente presidiato dai Carabinieri italiani, che collega le due parti di Mitrovica (Nord e Sud, a maggioranza rispettivamente serba e albanese) attraverso il fiume Ibar, iniziativa che le diplomazie occidentali hanno considerato come potenzialmente foriera di frizioni etniche.

Quali prospettive sul dossier politica estera?

Forte di un consenso elettorale e di una maggioranza in parlamento, un nuovo Governo Kurti potrebbe disporre della forza politica necessaria per proseguire sulla linea della continuità, consolidando ulteriormente la propria presa istituzionale nel Kosovo settentrionale e mantenendo un approccio fermo nei confronti della Serbia, di cui si denuncia l’approccio aggressivo verso Pristina e i tentativi di ingerirsi nella nuova Repubblica indipendente nata nel 2008 e ancora non riconosciuta da Belgrado. La prosecuzione di questo approccio, tuttavia, potrebbe generare nuove fasi di tensione con le diplomazie occidentali

I Paesi europei, infatti, spingono per la normalizzazione dei rapporti con la Serbia, con la prospettiva di stabilizzare il vicinato balcanico e favorendo il suo avvicinamento alle strutture istituzionali euro-atlantiche. I rapporti con gli Stati Uniti, poi, attraversano una fase delicata, se si considera la sospensione, annunciata il 12 settembre 2025, del “dialogo strategico” tra Washington e Pristina alla luce delle accuse al governo kosovaro di aver incrementato “instabilità e tensione”; nel mese di febbraio, inoltre, Richard Grenell, figura vicina a Donald Trump che svolse il ruolo di inviato degli Stati Uniti per la Serbia e il Kosovo nel corso del primo mandato del tycoon, ha attaccato Kurti descrivendolo come un “partner inaffidabile”, affermando che le relazioni tra USA e Kosovo non hanno mai raggiunto “un livello così basso” ed evidenziando la postura critica mantenuta verso il premier kosovaro anche da parte dell’amministrazione Biden oltre che dall’UE.

La gestione dei rapporti con gli alleati occidentali, dunque, costituirà un tema cruciale per un nuovo Governo Kurti, soprattutto alla luce della volontà espressa di perseguire l’avvicinamento all’Unione Europea. I prossimi mesi chiariranno se Kurti opterà per il mantenimento di un approccio intransigente, privilegiando l’affermazione della sovranità nel nord anche a costo di nuove tensioni diplomatiche, oppure se sceglierà una maggiore flessibilità negoziale, in cambio di incentivi concreti sul piano economico, politico e istituzionale, in particolare in relazione al percorso di integrazione europea del Kosovo.

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