Manca più di un mese alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, che si terranno martedì 5 novembre, ma la battaglia delle urne è già iniziata, e non da poco. Non si contano infatti più le cause legali attualmente in corso che riguardano quasi ogni aspetto possibile dell’amministrazione del voto di novembre. Ci sono poi le voter challenges, campagne di contestazione dei registri elettorali, che quest’anno hanno assunto dimensioni senza precedenti. Effetti collaterali di un paese nel quale la Big Lie sulle elezioni truccate del 2020 è più viva che mai.
Almeno fino alla riunione dell’Electoral College, di solito a metà gennaio, le procedure per eleggere il presidente degli Stati Uniti, come moltissimi altri aspetti della vita politica del paese, sono nelle mani degli Stati federati. L’effetto di tale decentramento amministrativo è un panorama estremamente variegato, che si presta facilmente a critiche ed accuse di strumentalizzazione politica da parte di entrambi i partiti. Ma se in passato il tema dei voting rights riguardava per lo più i temi dei diritti civili e le battaglie contro le discriminazioni razziali, negli ultimi quattro anni il linguaggio predominante è quello della cosiddetta “Big Lie” trumpiana, ovvero l’accusa di frodi elettorali che, come l’ex-presidente Trump continua a sostenere, avrebbero consegnato la vittoria a Joe Biden nel 2020. Sostenendo di difendere la regolarità delle elezioni (“election integrity”), diversi Stati a guida repubblicana hanno modificato le regole riguardanti il voto postale e il voto anticipato, oltre a rendere più fiscali i requisiti per la registrazione degli elettori, sin dai primi mesi del 2021. Arrivati ormai a ridosso delle nuove presidenziali, gli ultimi mesi hanno visto un alto numero di cause legali indette dai due partiti principali oltre che da gruppi nazionali e locali spesso riconducibili quanto meno ad un chiaro orientamento ideologico. Non può sorprendere che le battaglie legali principali si combattono negli swing states considerati più decisivi per il conteggio finale di novembre.
La Georgia, Stato vinto a sorpresa da Joe Biden nel 2020, è stata un’arena particolarmente movimentata negli ultimi quattro anni. Già a marzo 2021 il Governatore Kemp ha firmato una controversa legge sull’”integrità elettorale” che, secondo diversi gruppi, colpiva sproporzionatamente i cittadini afroamericani e, in generale, gli elettori democratici. Fra le altre cose, la legge conteneva anche un divieto ad offrire cibo e acqua a chi aspetta ai seggi elettorali, misura che è stata presa in giro nell’ultima stagione della famosa serie Curb Your Enthusiasm. Ad agosto di quest’anno il partito democratico locale ha richiesto ai giudici di bloccare una nuova regola post-elettorale, che permette agli ufficiali locali di condurre una “inchiesta soddisfacente” (“reasonable inquiry”) prima di certificare i risultati nel loro distretto. Secondo i democratici, questa regola, i cui autori sono stati lodati da Trump durante un comizio ad Atlanta, sarebbe talmente vaga da dare la possibilità ai Board locali di ritardare arbitrariamente l’ufficialità dei conteggi. In Arizona, intanto, il partito repubblicano ha denunciato la Governatrice democratica Katie Hobbs, accusato di aver ecceduto le proprie competenze in due ordini esecutivi che facilitavano la registrazione di elettori e il voto a distanza. Pur perdendo la causa a inizio settembre, i repubblicani nello Stato hanno potuto festeggiare una vittoria parziale, quando ad agosto la Corte Suprema ha confermato una regola che richiede documenti addizionali (un passaporto o certificato di nascita) per la registrazione al voto, solitamente possibile semplicemente con il numero di Social Security o una patente di guida. In Nord Carolina, infine, il partito repubblicano ha fatto causa all’ufficio elettorale dello Stato per una presunta fallace procedura di aggiornamento degli elenchi elettorali, che secondo il G.O.P. conterrebbero grandi quantità di stranieri (“noncitizens”) per i quali votare nelle presidenziali è vietato.
Questi esempi rappresentano un campione estremamente piccolo delle moltissime cause in corso in tutto il paese. Ma per quanto il numero di cause legali sia ben più significativo rispetto ai precedenti cicli elettorali, l’elemento di maggiore novità di quest’anno è costituito dalle cosiddette “voter challenges”, ovvero la possibilità di contestare la presenza di una persona nei registri elettorali. Anche in questo caso le regole variano Stato per Stato, ma nella maggior parte dei casi qualunque cittadino regolarmente iscritto nei registri può indire una contestazione, spesso con un onere della prova decisamente limitato. E per quanto la grande maggioranza delle challenges si rivelino infondate, in molti Stati una pratica aperta può impedire a un elettore di ricevere una scheda per posta, o lo può costringere ad esibire documenti addizionali al seggio. Stando ai gruppi che coordinano una buona parte delle contestazioni, si tratta di una pratica di buona amministrazione, aiutando gli ufficiali ed il personale elettorale a mantenere aggiornati i registri. Secondo i loro critici, si tratta invece per lo più di disinformazione, volta a creare confusione ed incoraggiare un clima di sfiducia verso il processo elettorale, in un contesto già molto difficile per chi lavora ai seggi. Molti dei gruppi che organizzano le contestazioni non nascondono il loro stampo conservatore. Cleta Mitchell, presidente del Public Interest Legal Foundation e fondatrice dell’Election Integrity Network, è un’ex-avvocata di Donald Trump, partecipante, fra l’altro, alla tristemente famosa telefonata nella quale il tycoon spingeva il Segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger a “trovare 11,780 voti”. C’è poi True the Vote, organizzazione di più lunga data, che nel 2022 ha co-prodotto un documentario, ritirato dalla circolazione appena comparsi i primi articoli di fact-checking, che propugnava la teoria del complotto sulle elezioni del 2020. Per il momento, le campagne di contestazione hanno avuto almeno un effetto desiderato, ovvero inondare alcuni uffici elettorali di lavoro addizionale: il New York Times ha riportato che in Georgia, stato vinto nel 2020 per meno di 12,000 voti, un gruppo formato da circa una dozzina di individui ha indetto oltre 100,000 contestazioni di elettori.
Il volume delle contese intorno al voto di novembre, tra cause legali “dall’alto” e campagne “dal basso” non promette nulla di buono per i giorni successivi a quella che, secondo tutti i sondaggi, sarà un’elezione estremamente incerta. Quello che paradossalmente appare invece quasi sicuro è che i cavilli legali e burocratici su cui si giocano le partite pre-elettorali saranno ininfluenti sul risultato finale. Anche perché i dati mostrano che la frode elettorale, crimine federale che porterebbe a gravi pene a fronte di benefici quasi inesistenti per chi lo commette, sia rarissima negli Stati Uniti. Secondo alcuni, però, il vero pericolo è il clima di sfiducia verso il processo elettorale alimentato dalle campagne per “ripulire” i registri. A differenza del 2020, quando i tentativi di Donald Trump di rifiutare l’esito delle urne furono in verità piuttosto maldestri, oggi c’è chi ritiene che le miriadi di contestazioni e cause in corso potrebbero fornire un apparato ben più sofisticato per mettere in dubbio eventuali risultati sgraditi. Da parte loro, i Democratici hanno organizzato un PAC (Political Action Committee) con lo scopo di affrontare le dispute legali post-elettorali, con un budget iniziale di 10 milioni e guidato da Jim Messina, già manager della campagna elettorale di Obama nel 2012. Le armi si stanno affilando, per uno scontro che pochi auspicano e che nessuno, fino a un decennio fa, avrebbe creduto possibile.

