Nel panorama globale, in cui le divisioni ideologiche e le identità regionali sono sempre più prominenti, lo storico dibattito politico in Turchia sull’occidentalizzazione offre significativi spunti di riflessione. Negli ultimi decenni, la Turchia ha affrontato una profonda trasformazione nei suoi rapporti con l’Occidente, un percorso iniziato con le riforme di Kemal Atatürk negli anni ’20 e messo in discussione dalla vittoria di Recep Tayyip Erdoğan, attraverso il suo partito AKP. L’esperienza turca tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo illustra il delicato equilibrio, spesso stravolto e ricostruito, tra valori tradizionali e influenze moderne, e le tensioni tra laicità, nazionalismo e identità islamica. Mentre l’Europa affrontava le sfide per definire la propria identità e la portata della propria influenza, la mancata adesione della Turchia all’UE e il rinnegamento del progetto di occidentalizzazione da parte dell’élite turca riflettono un microcosmo di queste più ampie questioni internazionali.
Mentre in Europa occidentale si svolgevano i profondi cambiamenti istituzionali nel corso degli anni ’90 che culminarono con i trattati di Amsterdam e Nizza, anche in Turchia si svolgeva un vivace dibattito sulla sua gestione politica, sociale ed economica. Poiché per tutti gli anni ’80 il modello neoliberale adottato dalle élite turche è stato afflitto da problemi incessanti sia a livello economico che politico, le questioni relative alla sopravvivenza e alla continuità del regime “secolarista” che prevedeva una spinta modernizzatrice “di stampo occidentale” al potere dagli anni ’20 con Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna, erano al centro del dibattito politico. Nei decenni precedenti, i sostenitori delle politiche kemaliste e di occidentalizzazione avevano difeso il loro programma in parte sostenendo che si trattava di un percorso verso l’adesione definitiva alla Comunità Europea e, contemporaneamente, sostenendo che l’adesione è un prerequisito per l’occidentalizzazione. I politici turchi hanno spesso voluto differenziare l’ambizione della Turchia dalle loro controparti mediorientali di entrare nella CEE, lanciando un appello: “Il nostro Paese è ‘europeo’, i nostri vicini no“. Si può concludere che in Turchia la realistica possibilità di entrare nell’UE fu cruciale per la legittimità del processo kemalista di occidentalizzazione portato avanti dall’élite politica e militare anche con mezzi non democratici nei decenni precedenti. Il problema del progetto kemalista può essere rintracciato anche alla fusione di diverse prospettive sotto il nome superficiale di “occidentalizzazione”. Se alcuni liberali turchi possedevano una visione democratica e pluralista, essenzialmente coerente con i capisaldi del pensiero occidentale, altri kemalisti mantenevano una visione più radicata nelle tradizioni autoritarie e nazionaliste della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, che in quelle liberali della seconda metà del XX secolo. Le differenze nelle concezioni sono ben visibili se si analizzano i tre golpe avvenuti nel 1960, 1971 e nel 1980: in tutti e tre i casi, l’esercito si è presentato come custode dell’ordine e della laicità. L’ispirazione poco democratica degli interventi militari sottolinea la visione legata alle tradizioni di fine Ottocento e inizio Novecento.
Le concezioni discordanti dell’Occidente si riflettono anche nel diverso rapporto con il progetto di integrazione europea e con l’Alleanza Atlantica. L’adesione della Turchia alla NATO non è influenzata da preoccupazioni interne riguardanti lo stato della democrazia turca o i diritti delle minoranze, e funzionava senza problemi proprio perché soddisfava le richieste strategiche sia del blocco occidentale durante la Guerra Fredda sia dell’élite kemalista. D’altra parte, il rapporto della Turchia con la CE/UE è fortemente influenzato da questioni interne che minerebbero i principi fondamentali delle istituzioni europee. Invece dell’occidentalizzazione, l’adesione all’Unione Europea richiede un certo grado di europeizzazione, un concetto che può essere definito da Radaelli come: “un processo di costruzione, diffusione e istituzionalizzazione di regole formali e informali, procedure, paradigmi politici, stili, modi di fare, credenze e norme condivise che vengono prima definite e consolidate nel processo decisionale dell’UE e poi incorporate nella logica dei discorsi nazionali, delle identità, delle strutture politiche e delle politiche pubbliche.” Nel caso delle relazioni CE/UE-Turchia, l’europeizzazione può essere intesa come una forza in grado di modificare le istituzioni e le politiche turche in una direzione che garantisca la convergenza con gli standard europei. I criteri di Copenaghen rappresentano la formalizzazione del processo di europeizzazione richiesto dall’UE per accedere alle sue istituzioni: attraverso il raggiungimento di parametri politici, sociali ed economici, i Paesi candidati devono costruire quelle procedure che garantiranno la loro agevole inclusione nel sistema europeo. La frustrazione mostrata dalla società turca nello sviluppare un legame più stretto con le istituzioni dell’Europa occidentale può essere attribuita anche all’incapacità della Turchia di stabilire i punti fondamentali per un’ulteriore europeizzazione, la richiesta centrale del processo di integrazione dell’UE.
L’insoddisfazione della società turca è stata anche la causa della delegittimazione del progetto di occidentalizzazione sostenuto dall’élite kemalista, che aveva posto la fonte della sua autorità nella creazione di legami più forti con l’Unione Europea nonostante un quadro economico deludente. La crescente tensione tra gli obiettivi non raggiunti dell’élite occidentale e l’identità islamica-turca si espresse politicamente con l’aumento del consenso ai partiti islamisti. Il movimento politico islamista sosteneva che la Turchia dovesse sviluppare il proprio capitale umano ed economico proteggendo i propri valori islamici fondamentali senza sottomettersi alle politiche occidentali, e fu la causa dell’instabilità politica conclusasi con gli interventi militari del 1971 e del 1980. L’islamismo politico mise in discussione il nucleo dei principi kemalisti: puntando alla costruzione di un “ordine nazionale islamico“, si voleva legare ulteriormente l’identità e il futuro della Turchia al mondo musulmano, piuttosto che all’Occidente.
Il susseguirsi di partiti di stampo islamista procedette attraverso una modalità di “trial and error”, fino a che il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP), fondato nell’agosto 2001 dal sindaco di Istanbul, Recep Tayyip Erdoğan, riuscì ad imporsi come il partito di punta per la politica turca nel corso degli anni 2000. Alle sue origini, l’AKP si definiva un partito democratico conservatore, che voleva assomigliare ai partiti democratici cristiani dell’Europa occidentale, e non un partito islamico. Ai suoi albori, l’AKP era interessato a proiettare un’immagine ammorbidita nei suoi riferimenti alla religione e a consentire una più ampia espressione dei diritti civili e politici individuali, dipingendosi come meno patriottico e islamista e più favorevole al commercio e all’UE. I suoi fondatori erano anche disposti a lavorare con l’élite laica, non rappresentando quindi una sfida per i corpi militari kemalisti. Forte dei suoi principi solidi e popolari, il partito di Erdoğan divenne il centro assoluto della vita politica turca: con il 34% dei voti, l’AKP sconfisse il partito laico, che ottenne il 19% dei voti, e vinse le elezioni del novembre 2002, formando il nuovo governo con Erdoğan come primo ministro. La reinterpretazione dell’ideologia islamista portò per la prima volta a una vittoria stabile di un partito islamista, ridefinendo politicamente la società turca per gli anni a venire. Tuttavia, la vera preoccupazione fu rappresentata dall’autenticità della retorica dell’AKP e dalla negazione delle sue tendenze islamiste. Se la svolta autoritaria di Erdoğan è palese soprattutto nell’ultimo decennio, le sue tracce sono latenti durante il suo primo mandato mentre promuoveva le riforme di armonizzazione dell’UE e il pluralismo politico democratico. Le implicazioni della presa di potere dell’AKP hanno effetti di vasta portata nelle relazioni della Turchia con l’Unione europea: nei primi anni 2000, il governo Erdoğan ha portato a riforme notevoli e all’obiettivo condiviso di accelerare il processo di ammissione della Turchia all’UE, migliorando in generale le relazioni tra l’UE e la Turchia, ma con l’emergere di problemi di fondo e di una crescente sfiducia da entrambe le parti, sono state gettate le basi per relazioni sempre più complicate negli anni successivi. A seguito dell’implementazione di misure influenzate dall’UE di democratizzazione e di riduzione del ruolo politico dell’esercito, la presa dei militari sulla politica è stata progressivamente allentata. Le riforme, tuttavia, ebbero anche come effetto la riduzione del tradizionale ruolo di “guardiano dello Stato laico” che l’esercito aveva sempre rivendicato: la lotta della Turchia contro il progetto di occidentalizzazione sostenuto dalle élite kemaliste è stata dunque superata a favore del movimento islamico, aprendo uno squarcio difficile da colmare.
La traiettoria dell’evoluzione politica della Turchia, in particolare i suoi sforzi per conciliare i valori islamici con l’occidentalizzazione e l’europeizzazione, rimane un potente caso di studio nell’attuale contesto internazionale. L’ascesa del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) e il suo complesso rapporto con le forze laiche e islamiste all’interno della Turchia rispecchiano la più ampia sfida globale di bilanciare tradizione e modernità. Mentre l’Europa continua a ridefinire i propri confini e valori, lo sviluppo della politica turca, specialmente dopo il golpe del 2016, sottolinea l’importanza di comprendere e affrontare le forze culturali e ideologiche profonde che danno forma alle politiche nazionali. In un mondo sempre più interconnesso, l’esperienza della Turchia serve a ricordare che l’integrazione di diverse identità politiche e culturali non è solo una sfida interna, ma anche un fattore critico nel plasmare le relazioni internazionali e la stabilità globale.

