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01/12/2025
Europa

Oltre l’esercito professionale: il nuovo modello francese di servizio militare volontario

di Anna Calabrese

La guerra in Ucraina ha riportato al centro della politica europea la questione della mobilitazione dei cittadini e la capacità degli Stati di prepararsi a scenari di conflitto ad alta intensità. In questo quadro la Francia si distingue come uno dei Paesi più attivi nel ripensare il ruolo del servizio nazionale: con il nuovo piano proposto da Macron il 27 novembre, Parigi ambisce non solo a rafforzare la cultura della difesa e la coesione repubblicana, ma anche a rispondere alle esigenze operative di un esercito sotto pressione. Un modello ibrido che si colloca tra le strategie di mass-mobilization della Polonia e il ritorno cauto discusso in Germania e Italia, evidenziando come la rinascita del servizio militare in Europa sia tutt’altro che uniforme, ma risulti plasmata da storia, minaccia percepita e consenso sociale.

La guerra in Ucraina ha riportato al centro della politica europea la questione della mobilitazione dei cittadini e la capacità degli Stati di prepararsi a scenari di conflitto ad alta intensità. In questo quadro la Francia si distingue come uno dei Paesi più attivi nel ripensare il ruolo del servizio nazionale: con il nuovo piano proposto da Macron il 27 novembre, Parigi ambisce non solo a rafforzare la cultura della difesa e la coesione repubblicana, ma anche a rispondere alle esigenze operative di un esercito sotto pressione. Un modello ibrido che si colloca tra le strategie di mass-mobilization della Polonia e il ritorno cauto discusso in Germania e Italia, evidenziando come la rinascita del servizio militare in Europa sia tutt’altro che uniforme, ma risulti plasmata da storia, minaccia percepita e consenso sociale.

Durante la sua visita del 27 novembre alla base militare di Varces-Allières-et-Risset, non lontano da Grenoble,  Emmanuel Macron ha svelato i dettagli del nuovo piano di servizio militare nazionale volontario di cui si parlava ormai da giorni in Francia e non solo. La decisione di trasformare il servizio militare d’Oltralpe non è tuttavia nuova per i francesi: è da tempo infatti che il Presidente sottolinea la necessità di rafforzare i ranghi delle forze armate e introdurre un nuovo quadro per servire la nazione in autunno, come annunciato durante il discorso rivolto alle forze armate alla vigilia del 14 luglio ai giardini dell’Hôtel de Brienne. In un inedito momento e contesto storico di ostilità e rischio di conflitto, tra la minaccia russa e l’instabilità in Medio Oriente,  le autorità francesi rinnovano la necessità di posizionarsi in prima linea per la difesa europea e il sostegno all’Ucraina. L’attivismo francese verso una “mobilitazione” della società e coesione cittadina attorno al rafforzamento della base difensiva nazionale, con un aumento della spesa destinata alla difesa raddoppiato nel 2027, non è esente da critiche e malumori, soprattutto in un periodo di instabilità politica. Sebbene l’annuncio abbia prodotto poche reazioni finora, Louis Boyard, esponente de La France Insoumise, ha criticato la mancanza di visione, a suo parere, dei reali bisogni dei giovani come scuola, lavoro e precarietà.  Ha poi suscitato scalpore la provocazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito francese Fabien Mandon, che al Congresso dei sindaci di Francia lo scorso 18 novembre ha affermato che se il Paese “vacilla perché non è pronto ad accettare di perdere i propri figli (…) allora siamo a rischio”.

La Francia come laboratorio del nuovo servizio nazionale: il piano di Macron

Secondo quanto presentato da Macron durante il suo discorso, il nuovo servizio nazionale sarà rivolto su base volontaria ai giovani uomini e donne francesi di 18 e 19 anni che avranno espresso la loro volontà durante la Giornata della Difesa e della Cittadinanza, che diventerà di fatto una vera e propria Giornata della Mobilitazione. Peculiarità tutta francese, la “Journée défense et citoyenneté (JDC)” si tiene ogni anno allo scopo di sensibilizzare giovani tra i 16 e i 25 anni e di valutare il loro livello di conoscenza della lingua francese con test specifici, obbligatori per iscriversi a esami di stato e concorsi. La svolta verso una “cultura della difesa” che l’autorità francese sta cercando di promuovere era già manifesta quando quest’anno la Giornata subì una radicale trasformazione, con l’introduzione di alcuni rituali “marziali” tra la cerimonia dell’alzabandiera, il tiro sportivo laser e pasto condiviso sotto forma di razione militare, in linea con i codici del mondo militare e con la necessità di rimettere al centro della cittadinanza la difesa. Secondo quanto riferito in caso di crisi estrema, e quindi con il delinearsi di un’escalation o di un conflitto, il Parlamento si riserverebbe però la possibilità di autorizzare l’impiego, a questo punto obbligatorio, di coloro le cui competenze sono state individuate nel corso della giornata. Le domande potranno essere presentate a partire da metà gennaio 2026 e i giovani selezionati riceveranno lo status militare e una paga minima di 800 euro al mese per la prestazione del servizio “interamente” militare che durerà 10 mesi, suddivisi in un mese di formazione generale e nove mesi di assegnazione a un’unità specifica unicamente all’interno del territorio nazionale. Dal 2027, poi, si potrà servire anche nelle divisioni della Gendarmerie e vigili del fuoco sempre sotto l’egida del Capo di Stato Maggiore (CEMA) che deciderà l’entità delle unità da destinare. Questo modello avrebbe l’obiettivo parallelo di rafforzare le capacità partendo da 3mila unità nell’estate 2026 e aumentando progressivamente fino a raggiungere i 10mila entro il 2030 e i 50mila entro il 2035, e diffondere e rafforzare lo “spirito di resistenza” e coesione della Nazione attorno alle minacce comuni. Il piano, che include anche la costruzione e l’adattamento di infrastrutture, verrà finanziato aggiornando la legge sulla programmazione militare per il 2026-2030 che prevede uno scostamento aggiuntivo di due miliardi di euro per il servizio nazionale. 

Dalla sospensione del 1997 al nuovo servizio militare volontario: la storia del servizio militare francese

Istituita nel 1798 sulla scia della Rivoluzione Francese e dell’ideale del cittadino-soldato, la leva obbligatoria fu introdotta con la legge “Jourdan-Delbrel” e ripristinata nel 1818 dopo una parziale abolizione durante la Restaurazione. Ai tempi, due principi determinavano la presa alle armi: il sorteggio e il sistema di sostituzione, che permetteva alle famiglie nobili di pagare un sostituto. Sotto la Terza Repubblica nel 1889 emerse il concetto di “universalità” moderna, con cui si abolì l’istituto della sostituzione e del sorteggio e il coinvolgimento di tutti gli strati della popolazione. Dal 1965 , la coscrizione obbligatoria subì diverse trasformazioni, fino alla sospensione definitiva nel 1997 dopo che il Libro Bianco sulla Difesa del 1994 sancì la professionalizzazione delle forze armate, tendenza già in corso in Europa e consolidatasi con la fine della Guerra Fredda che portò gli effettivi a ridursi di circa il 40%. Questo processo, unito ad un alto grado di specializzazione, ha condotto anche a una distorsione della struttura dei gradi, con un’accentuazione dello squilibrio tra ufficiali e personale di truppa in cui i primi diminuiscono oggi molto meno rispetto ai secondi. A partire da allora, esistono diversi programmi di impegno e servizio sotto il Ministero delle Forze Armate tra cui il servizio militare volontario (SMV), un programma di integrazione professionale supervisionato da formatori dell’esercito per un periodo di 11 mesi con una componente militare di 6 settimane. 

La legge del ‘97 “sospende” il servizio militare, che “può essere ripristinato in qualsiasi momento per legge quando le condizioni della difesa nazionale lo richiedono”. Il ripristino del servizio militare obbligatorio fu promessa elettorale di Macron durante la sua campagna nel 2017. Esso però non vide mai la luce se non nella sua forma edulcorata di Servizio Nazionale Universale (SNU) per i giovani francesi, dopo che una relazione della commissione di difesa dell’Assemblée Nationale presentò una relazione in cui si esprimeva sostegno all’espansione di programmi di servizio esistenti. L’SNU assunse allora dal 2019 una forma ibrida, combinando elementi del servizio civile e dell’ex servizio militare e strutturato in due fasi, di cui una obbligatoria con una missione di interesse generale presso associazioni o amministrazioni, e una facoltativa che può essere svolta in un ambito attinente alla difesa e alla sicurezza. Il programma rimase perlopiù sperimentale senza mai raggiungere una forma diffusa e nel 2023 una relazione del Senato nonché una valutazione della Corte dei Conti ne hanno sottolineato le difficoltà di implementazione e le criticità. In questo contesto, un comunicato del 19 settembre scorso del Primo Ministro ha annunciato la soppressione formale del SNU per il 1° gennaio 2026, parallelamente alla prevista creazione di un servizio militare volontario nazionale. Il nuovo progetto francese annunciato da Macron a Varces si situerebbe allora in un continuum tra la necessità di promuovere coesione sociale attorno ai valori repubblicani come auspicato dal SNU e di rinforzare gli effettivi militari in un periodo di rischio di conflitto armato e minaccia diffusa.  

Modelli europei a confronto

Sebbene dopo la Guerra Fredda e a partire dagli anni ‘90 molti Stati abolirono la coscrizione (la Francia nel 2001, la Spagna nel 2002, l’Italia nel 2005 e la Polonia nel 2008) sancendo il netto passaggio ad un sistema professionale e specializzato, il ritorno della guerra alle porte dell’Europa ha riacceso un dibattito concreto circa il ritorno del servizio militare. Mentre alcune realtà del Nord ed est Europa non hanno mai interrotto il servizio militare (Austria, Bielorussia,Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Moldavia, Norvegia e Svizzera), altri paesi l’hanno reintrodotto ma con modalità differenti, con Lettonia, Svezia e Lituania che si distinguono con un servizio obbligatorio e altri che hanno promosso formule ibride che convive con forze professionali permanenti e riserve. Mappa dell’attuale stato dei servizi militari in Europa ad oggi. Fonte: Maxime Launay, Le retour du service militaire en Europe – De la suppression des conscriptions après la fin de la guerre froide à leur rétablissement relatif depuis 2022, Étude 128, IRSEM, novembre 2025 https://www.irsem.fr/

In particolare, la via di un servizio militare volontario è stata esplorata in prima istanza dalla Polonia nel 2022 facendo eco all’invasione russa dell’Ucraina, ribaltando la decisione del 2008 di sospenderlo, dopo anni di alti tassi di evitamento. Anche in Germania il dibattito è vivo, con la discussione di un progetto di legge in seno al Bundestag per la creazione, nel 2026, di un servizio militare volontario basato sulla selezione a partire dalla registrazione dei giovani, destinato ad aumentare la riserva con l’obiettivo di raggiungere i 460mila unità nel 2035, di cui 260mila soldati ordinari e 200 riservisti. Se il modello di Varsavia suggerisce un ritorno, seppur in chiave contemporanea, ad una mobilitazione più classica, diffusa e su larga scala con circa 30mila persone (di cui il 20% donne) che sono entrati a far parte della riserva, l’approccio di Berlino riflette un modello intermedio dettato al contempo dalla necessità di approfondire e ampliare il dispositivo e dalla consapevolezza che, dopo l’esperienza consolidata dell’esercito professionale, un ritorno a forme classiche di mobilitazione sarebbe insostenibile, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e politico. 

L’Italia tra ambizioni e prudenza politica

Proprio il giorno del discorso di Macron sul nuovo servizio militare, il Ministro della Difesa Crosetto incontrava l’omologa francese Catherine Vautrin. Da Parigi il Ministro ha dichiarato la volontà di proporre al Consiglio dei ministri e in Parlamento, una bozza di disegno di legge per una “leva su base volontaria che promuova un riflessione sul numero delle forze armate e sulla riserva per poter rispondere alle situazioni di crisi in linea con il dibattito in Francia e Germania. Come già sottolineato dall’allora Capo di Stato Maggiore Cavo Dragone durante un’audizione informale delle commissioni Difesa e esteri di Camera e Senato, le 160mila unità del modello professionale italiano non basterebbe e sarebbero necessarie ulteriori 10mila unità, che Crosetto auspica di poter assicurare con il nuovo modello. Il dibattito italiano è però complesso soprattutto in ragione di una certa distanza, se non riluttanza, dell’opinione pubblica sul tema. Nel quadro di un’indagine sulla difesa europea promossa a inizio anno, l’eurobarometro ha registrato interessanti dati circa “la creazione di un servizio militare obbligatorio di 12 mesi per la difesa europea”: l’Italia è il paese meno prono ad una simile prospettiva con circa il 63% di risposte negative contro il solo 32% dei tedeschi, che sembrano essere i più favorevoli. 

Fonte: Baromètre De L’opinion Publique Européenne : « Quelle défense pour l’Europe ? », https://legrandcontinent.eu/.  

La relazione con la guerra in Ucraina e la percezione della minaccia data dalla distanza geografica con la Russia è in parte ragione degli alti tassi di opposizione in Italia e in Spagna. Solo ⅓ degli Italiani infatti sostiene  il loro paese sarà direttamente coinvolto in un conflitto e nei prossimi 5 anni e solo il 16% si dichiara pronto a difendere il paese. Questa postura diffidente ha impatto anche sui dibattiti sulla spesa pubblica: sebbene in Italia esista un generale sentimento di sostegno alla causa Ucraina, la maggioranza della popolazione è tendenzialmente contro l’invio di truppe e l’aumento della spesa per la difesa (il 17% contro il 70% dei polacchi). 

Comparare i modelli al momento implementati o in via di definizione in Europa consente di comprendere quanto il ritorno del servizio militare in Europa sia, al di là del dibattito mediatico, un fenomeno tutt’altro che uniforme sebbene muova da consapevolezze e imperativi di sicurezza simili. Contesti storici, realtà sociali e opinione pubblica si aggiungono alle priorità geopolitiche ridisegnando le diverse formule, da modello di mobilitazione che si ibrida a quello professionale e specializzato come in Polonia ad una proposta di compromesso flessibile e pragmatica come in Germania. Il piano francese si inserisce allora nel solco tracciato da questi due approcci, con una soluzione che tiene insieme la promozione di una cultura della difesa e di mobilitazione cittadina in chiave repubblicana e le necessità operative di rinvigorire l’esercito francese alla prova degli imperativi geopolitico-strategici. La formula di Roma rimane invece ancora fumosa e poco definita: ciò che è chiaro è che un dibattito pragmatico ed efficace sulla reintroduzione del servizio nazionale volontario in Italia non potrà sottrarsi a valutazioni di sostenibilità sociale e politica. A differenza della Francia, infatti, l’Italia non dispone di un contesto né di un tessuto civico ampiamente preparato a una rinnovata cultura della difesa: qualsiasi progetto in questa direzione dovrà quindi misurarsi con un’opinione pubblica tendenzialmente scettica e con la necessità di costruire, prima ancora di mobilitare, consenso, motivazione e senso di appartenenza nazionale.

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