La prima visita dell’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Kaja Kallas nei Balcani occidentali ad inizio aprile è stata ben più di un incontro formale secondo i canoni del linguaggio diplomatico europeo. Il tour della regione rappresenta una scelta simbolica e trasmette un messaggio chiaro: i Balcani occidentali vanno coinvolti nell’agenda di difesa e sicurezza in evoluzione.
Il rinnovato interesse nei confronti di una regione che oggi sembra presentare nuovi scenari di instabilità è stata anche confermata dal Consiglio Affari Esteri dell’Unione tenutosi lo scorso 14 aprile e durante il quale si è affermato che la stabilità dei Balcani Occidentali è essenziale per un’UE sicura e resiliente. Durante questa occasione il Consiglio ha inoltre discusso circa la situazione in Bosnia-Erzegovina e in Serbia, due teatri la cui forte precarietà rappresenta una minaccia agli obiettivi strategici comunitari.
Da sempre territorio extra UE che ha ricoperto un ruolo fondamentale nel mantenimento della pace continentale, oggi la regione balcanica è ancora afflitta da tensioni irrisolte, influenze esterne e un processo di integrazione nel tessuto europeo zoppicante. La sua posizione strategica a cavallo tra Occidente e Oriente, le crescenti e subdole ambizioni di Russia e Cina accompagnate dall’incremento di tendenze autoritarie, minacce allo stato di diritto e forte corruzione delle istituzioni democratiche necessitano un approccio più pragmatico, assertivo e concreto da parte dell’UE, che non lasci fuori i Balcani occidentali dal suo ombrello di sicurezza.
Instabilità e pressioni esterne: prevenire il rischio di una nuova crisi nei Balcani
Da mesi ormai le rinnovate e irrisolte tensioni della regione constribuiscono a rafforzare la metafora di una “polveriera” pronta a esplodere. In Serbia non accennano ad arrestarsi le proteste studentesche contro la corruzione del governo di Vucic. Gli appelli alle autorità europee vogliono esercitare pressione sul governo serbo e condannare la svolta autoritaria che con corruzione, arresti, aggressioni e repressione delle libertà di associazione ed espressione minacciano i valori democratici di un Paese che ambisce all’integrazione europea pur presentando carenze e criticità da colmare con riforme e misure che non accennano a progredire. Le tensioni tra Belgrado e Pristina poi, esacerbate negli ultimi anni da episodi di violenza come l’attacco Banjska del 2023 contro forze di polizia kosovare da parte di militanti serbi, è oggi più di allora un delicato gioco di equilibri. L’inviato statunitense per le missioni speciali in politica estera Richard Grenell, noto per le sue posizioni filo-serbe, ricoprì il ruolo di consigliere e incaricato speciale per le relazioni Serbia-Kosovo durante la scorsa presidenza Trump, ottenendo riconoscimenti da parte serba per “aver contribuito alla pace e stabilità regionale” e “rafforzato le relazioni USA-Serbia”. Grenell avrebbe anche minato i rapporti con governo kosovaro di Albin Kurti, criticandolo apertamente per l’indebolimento della posizione nazionale del Kosovo con l’escalation di violenza nel nord e per aver incrinato le relazioni con gli Stati Uniti. Si evince allora la probabilità che nella normalizzazione delle relazioni Belgrado-Pristina, Washington si sbilanci verso la prima, aumentando la pressione politica sul Kosovo e riducendo la presenza di truppe KFOR.
Ulteriore fronte di tensione è poi quello bosniaco. Nonostante il mandato di arresto nei confronti del presidente della Repubblica Srpska Dodik per aver emanato leggi che sospendevano le sentenze della Corte Costituzionale e sfidato le decisioni dell’Alto Rappresentante delle Nazioni Unite, il presidente dell’entità serba ha viaggiato indisturbato tra Serbia, Russia e Israele. A causa delle peculiarità della struttura governativa bosniaca, composta dalle due entità (Repubblica Srpska a maggioranza serba e Federazione di Bosnia Erzegovina), il mandato non è esegubilie poiché richiede la cooperazione delle forze di polizia dell’entità serba, che negli ultimi tempi è protagonista di una deriva nazionalista, con promesse di secessione e indipendenza che acuiscono la più grande crisi politica dopo la fine della guerra.
Il coinvolgimento dei Balcani occidentali nella difesa europea: un’opportunità strategica per l’UE
La scelta dei tre Paesi visitati dell’Alto rappresentante UE non è casuale: se la Bosnia rappresenta uno degli scenari da stabilizzare con urgenza per prevenire implicazioni più ampie, Albania e Montenegro sono invece attualmente baluardi dell’allargamento verso l’UE e, come la commissaria per l’allargamento Kos afferma, è auspicabile che aderiscano all’Unione tra il 2026 e il 2027. Proseguire e salvaguardare gli sforzi della politica di allargamento nella regione da elementi di instabilità e ambizioni di potenze esterne è allora una priorità dell’UE, con una strategia che non può più fondarsi su un approccio tentennante e tipicamente europeo “sit and wait”. La chiave per un allargamento ai Balcani realmente sicuro risiede invece nel coinvolgimento significativo nell’agenda di difesa e sicurezza europea. Già nel 2024 l’Unione aveva siglato partnenariati strategici per la sicurezza e difesa con l’Albania e Macedonia del Nord, che consentono la gestione condivisa di sfide transnazionali ma soprattutto una collaborzione tra i partner e l’Agenzia Europea per la Difesa (EDA). Questa possibilità ha rilevanza soprattutto alla luce del recente Piano Rearm EU per il riarmo europeo e del Libro Bianco per la prontezza della difesa europea entro il 2030, che sottolineano la necessità di rafforzare o colmare gap come la protezione delle frontiere ad Est, la mobilità militare, il supporto all’Ucraina e lo sviluppo di capacità industrali per le quali la regione balcanica può essere inclusa sebbene non sia espressamente centrale nel documento.
Le opportunità geografiche e la necessità di sottrarre la regione alle mire di Cina e Russia rendono il contributo della regione alla sicurezza europea urgente e realistico. Un maggiore coinvogimento nelle missioni per il mantenimento della pace europee, il sostegno all’Ucraina e la gestione congiunta delle frontiere oltre che il supporto logistico tramite progetti finanziati dall’UE come il Corridoio Ferroviario VII con Bulgaria e Macedonia, progetto di punta del Global Gateway dell’UE, potrebbero dunque risultare cruciali. La regione è poi interessante per la disposizione di un’infrastruttura di difesa obsoleta ma potenzialmente modernizzabile e allineabile alla strategia europea. La Serbia in particolare è dotata di una relativamente solida industria militare che ha nel corso del tempo capitalizzato le esportazioni di armi verso paesi non-UE, in primis USA, Azerbaijian, Uganda e Emirati Arabi con accuse di destinazioni più sospette come la giunta militare in Myammar. La normalizzazione dei rapporti con la Serbia e la ripresa di un processo di allargamento assertivo in tutta la regione è allora cruciale per convogliare gli sforzi e le potenzialità della regione verso gli obiettivi UE, allineando politiche e priorità ripensando e riplasmando necessariamente le dinamiche di allargamento finora risultate poco efficaci lungo le logiche della strategia di difesa comune.

