L’esplosione della nuova guerra in Medio Oriente, iniziata lo scorso 28 febbraio, ha suscitato reazioni differenti nell’Europa centrale. Gli Stati della regione non esprimono una posizione condivisa; le loro reazioni riflettono un’eterogeneità strategica, talvolta utilizzata in modo strumentale, che può diventare potenzialmente un problema per Bruxelles.
Sabato 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno avviato un intervento militare atto ad eliminare il programma nucleare dell’Iran. Il conflitto scatenato ha già manifestato le prime conseguenze globali, su tutti l’aumento dei prezzi sugli idrocarburi. L’Europa centrale, pur non avendo voce in capitolo, è anch’essa investita dalla situazione. In questo contesto, a farsi sentire maggiormente sono stati i Paesi del c.d. Gruppo di Visegrád, ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.
L’impatto della nuova guerra in Medio Oriente si manifesterà principalmente in tre dimensioni. Primo, il teatro del conflitto russo-ucraino è destinato a cambiare. Da un lato, Mosca perde un alleato importante poiché la Repubblica Islamica supporta l’aggressione russa tramite la fornitura dei droni Shahed nonché uno snodo strategico nell’aggiramento delle sanzioni occidentali. Dall’altro lato, la risposta iraniana mira ad esaurire gli intercettori occidentali deviando così la fornitura di missili da Kyiv.
Secondo, la risposta iraniana prende di mira i Paesi del Golfo che rappresentano una zona franca per l’elusione da parte delle aziende occidentali. A conferma di ciò, un recente articolo del giornale tedesco “Bild” ha svelato una rete attiva in Germania che alimentava un mercato clandestino di componenti elettroniche. Questo è solo l’ultimo di una serie di episodi che rivelano un commercio oscuro che vale miliardi e che prende in giro l’unità dell’Occidente. L’azione di contrasto intrapresa da Berlino contro queste pratiche, insieme all’attuale contingenza internazionale, è destinata ad avere un impatto sull’Europa centrale, considerando il ruolo economicamente dominante della Germania nella regione.
Infine, la crisi mediorientale arriva in un momento critico per la regione anche a livello domestico. Ad aprile, Ungheria e Bulgaria andranno ad elezioni e gli esiti, specialmente della prima, avranno delle ripercussioni cruciali negli equilibri centroeuropei influenzando direttamente il sostegno europeo all’Ucraina. La gestione delle implicazioni di sicurezza militare ed energetica saranno temi vagliati dalle opinioni pubbliche locali.
Comprendere le reazioni del Gruppo è cruciale perché la regione rappresenta uno snodo politico e strategico per il sostegno europeo all’Ucraina e per la sicurezza energetica europea.
Repubblica Ceca e Slovacchia
In questo contesto di crescente instabilità, le reazioni dei Paesi dell’Europa centrale rivelano l’eterogeneità strategica e degli interessi che condizionano il Gruppo. Sul fronte ceco, la posizione di Praga appare segnata dalla diversità politica tra governo e Presidente della Repubblica però tendente verso il supporto delle ragioni di Washington e Tel Aviv. Il Primo Ministro (PM), Andrej Babiš, ha espresso esplicitamente che il programma nucleare iraniano e il supporto ai terroristi è una minaccia per l’Europa. Lo sguardo del capo dello Stato ceco, Petr Pavel, è stato più vasto in quanto ha sottolineato le ricadute del conflitto in termini di radicalizzazione delle comunità musulmane presenti nel Paese e in Europa. Il monito del Presidente della Repubblica segue la richiesta di maggiori investimenti in sicurezza, nervo scoperto dei rapporti tra Praga e l’Alleanza Atlantica e politicamente polarizzante.
Di contro, Bratislava è fortemente critica dell’operato israelo-statunitense temendo le ricadute globali dello scontro e le contromisure di Teheran. Il PM slovacco, Robert Fico, ha lamentato la disintegrazione dell’ordine globale e la debolezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, il bersaglio delle critiche slovacche non è Washington ma l’Unione europea. Quest’ultima viene accusata di essere debole davanti alle crisi internazionali nonché di foraggiare le guerre come quella in Ucraina in cui i grandi Paesi guadagnano a scapito di quelli più piccoli. Tale critica è anche una presa di distanza dalla crescente volontà di Regno Unito, Francia e Germania di permettere agli USA di sfruttare le loro basi per sostenere lo sforzo bellico. Tale postura conferma la tendenza slovacca all’ambiguità: pur lamentando, legittimamente, l’erosione dell’ordine internazionale, Bratislava evita di criticare chi contribuisce direttamente a minarlo. Di contro, indirizza le proprie critiche verso il suo rappresentante oggi più visibile, l’Ue.
Polonia
Per quanto riguarda la Polonia, il caso è più articolato. Il Paese, difatti, è l’unico Paese dell’Ue, assieme alla Germania, ad aver avuto anticipazioni sulle operazioni militari con l’Iran. La leadership polacca non è stata coinvolta o consultata a riguardo ma, ciononostante, si è detta favorevole all’operazione militare. Il ministro degli Esteri polacco, Radosław Sikorski, ha sottolineato che Teheran sia la causa principale dell’instabilità nel Medio Oriente e sponsor del terrorismo in Europa. Inoltre, alla luce delle informazioni giunte con anticipo, già dal 19 febbraio la Polonia ha invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran, citando esplicitamente il rischio di una possibile escalation. Questo le ha permesso di avere maggior tempo per organizzare la sicurezza dei cittadini nella regione.
Il fatto di essere stato l’unico Paese, assieme alla Germania, ad aver ricevuto informazioni in anticipo sulla mossa in Medio Oriente non è un fatto secondario. Difatti, Varsavia è tra i Paesi dell’Europa centrale più attivi nella regione in quanto dispiega 700 soldati in Libano e Iraq. Di per sé, la presenza militare oltretutto modesta non giustifica totalmente questo vantaggio informativo. È quindi plausibile ipotizzare che ciò sia il risultato della cooperazione tra i servizi di intelligence di due Paesi fortemente affini sulle questioni di sicurezza, ipotesi rafforzata dalle parole di Sławomir Cenckiewicz, direttore del National Security Bureau polacco.
Ungheria
Infine, per quanto riguarda Budapest, la questione mediorientale è diventata un elemento in più nella campagna elettorale in corso. Il leader ungherese, Viktor Orbán, ha sfruttato la situazione per portare avanti le sue istanze contro l’Ucraina e l’immigrazione clandestina. L’obiettivo è quello di presentarsi come il garante della sicurezza ungherese come parte di una strategia elettorale atta a recuperare un largo svantaggio contro il suo attuale sfidante, Péter Magyar.
I due capri espiatori si legano efficacemente al conflitto mediorientale. Da un lato, Kyiv è accusata di bloccare il flusso del gas russo dall’oleodotto Druzhba per tenere in ostaggio l’economia magiara. In tal senso, la crisi energetica derivante da un blocco prolungato dello stretto di Hormuz aggrava la frammentazione energetica dell’Europa centrale, situazione già critica dal conflitto in Ucraina e dai bombardamenti di Kyiv sulle infrastrutture energetiche russe. Se ciò accadesse, l’Ungheria, come gli altri Paesi del Gruppo, sarebbero investiti dal caro energia e dall’aumento dell’inflazione. Dall’altro lato, Budapest ha alzato il livello di sicurezza anti-terroristica giustificandolo con la presenza di un’ondata migratoria incontrollata dal Medio Oriente e la recrudescenza del terrorismo in Europa occidentale.
Dunque?
In definitiva, la crisi mediorientale non rappresenta soltanto un nuovo fronte di instabilità globale, ma anche un test per la coesione strategica dell’Europa centrale. Le diverse reazioni dei Paesi ivi considerati mostrano come la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran rischi di amplificare le fratture politiche già esistenti nella regione con possibili ripercussioni a livello europeo. L’indebolimento della coesione europea centrale può rappresentare un problema per Bruxelles in quanto le decisioni di politica estera sono prese all’unanimità. Le possibili lunghe discussioni per trovare il giusto compromesso possono ridurre l’efficacia di rendere l’Unione reattiva e geopoliticamente rilevante.

