Polonia, Ungheria e Bulgaria hanno preso parte alla cinquantaseiesima edizione del Forum di Davos confrontandosi su questioni di sicurezza internazionale. Kyiv e Varsavia cercano di consolidare la resistenza contro la Russia. Invece, Budapest e Sofia entrano nella Board of Peace di Gaza. Ogni attore gioca la sua partita ma i quattro volgono lo sguardo ad est mentre l’attenzione della sicurezza internazionale si sposta a nord.
Tra il 19 e il 23 gennaio 2026 si è svolto il vertice del World Economic Forum (WEF) di Davos nel quale leader da tutto il mondo si sono confrontati su cinque “sfide globali”: cooperazione, crescita, capitale umano, innovazione e ambiente. L’edizione verrà principalmente ricordata per l’arringa di 72 minuti del Presidente USA, Donald Trump, contro gli europei sulla questione groenlandese. Esso è il culmine delle tensioni delle precedenti settimane che hanno offuscato il rapporto euroatlantico e spostato l’attenzione internazionale verso l’Artico. La successiva distensione dei toni ha calmato le acque ma, in ogni caso, è evidente che sia iniziata una fase nuova e turbolenta dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.
L’edizione del 2026 del WEF ha visto protagonisti della diplomazia internazionale anche i Paesi dell’Europa centrorientale. Hanno preso parte al Forum la Polonia, rappresentata dal Presidente della Repubblica Karol Nawrocki e dal Ministro degli Esteri Radosław Sikorski; l’Ungheria, rappresentata dal Primo Ministro (PM) Viktor Orbán; e la Bulgaria, la cui delegazione è stata guidata dal PM uscente Rosen Zhelyazkov. Sebbene abbiano partecipato a Davos per motivi differenti tra loro, i quattro Paesi non sono stati marginali ma hanno rappresentato l’eterogeneità e la profondità strategica della regione sui dossier internazionali.
Polonia: tra promozione e resistenza alla minaccia russa
Dal punto di vista polacco, Davos 2026 ha fatto emergere il suo attivismo internazionale. In primo luogo, il Paese, attraverso attori privati, ha lanciato il Leaders Forum powered by Poland, un programma di cinque giorni che affianca i panel ufficiali di Davos il cui scopo è promuovere le attività dei grandi gruppi pubblici e privati (Autopay, Żabka Group, Orlen e altri) presso le economie dei Paesi del G20 e quelle europee. L’iniziativa rappresenta l’ultimo segnale dello sviluppo della diplomazia economica del Paese, che rivendica un ruolo più incisivo nel mercato internazionale e punta al rafforzamento della brandizzazione della Polonia.
Sulle questioni di politica internazionale, la Polonia ha mostrato moderazione nell’affrontare le tensioni all’interno della NATO. Nawrocki si è confrontato con l’omologo finlandese, Alexander Stubb, e il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, sulla questione della difesa europea nel panel “Can Europe defend itself?” del 21 gennaio. Il Presidente polacco ha mostrato vicinanza alle istanze di Trump per quanto riguarda il fatto che i partner europei debbano investire di più in difesa, ricordato l’importanza degli USA in Europa e nel Fianco Orientale e invitato alla moderazione sulla questione della Groenlandia. L’accondiscendenza del Presidente polacco verso quello statunitense segnala la tradizionale fedeltà atlantista di Varsavia. Invece, sulla Groenlandia, Nawrocki predica appeasement sconfessando la postura estera del PM polacco, Donald Tusk, il quale ha condannato duramente l’iniziativa trumpiana nell’Artico.
Nella stessa giornata, il Presidente polacco ha incontrato Trump di persona. Pur non entrando nel dettaglio, i contenuti dell’incontro sono stati il G20 di Miami in cui la Polonia parteciperà per la prima volta, la possibile partecipazione del Paese alla Board of Peace di Gaza e la conferma della presenza militare USA sul territorio polacco. La non immediata adesione della Polonia al Board non va letto solo come frutto della coesistenza tra governo e presidenza di segno politico opposto. Questa lettura potrebbe glissare erroneamente il fatto come una vittoria della linea di politica estera filoeuropeista di Tusk contro quella sovranista di Nawrocki. Piuttosto, lo status di osservatore rappresenta un compromesso accettabile, che colloca Varsavia tra atlantismo ed europeismo rimanendo credibile tanto agli occhi di Bruxelles quanto di Washington.
Dall’altra parte, nel panel del 22 gennaio “All Geopolitics is local”, Sikorski ha discusso brevemente delle questioni commerciali UE-Cina affermando che il confronto sia necessario senza cadere nei ricatti commerciali di Pechino. Il Ministro degli Esteri, invece, si è speso maggiormente sulla difesa strenua delle istanze di Kyiv affermando, ai margini del vertice, che sia necessario fare pressione sull’aggressore invece che sull’aggredito per garantire una pace che sia giusta, pena “piantare i semi per la prossima guerra”. Il messaggio è stato portato avanti con coerenza durante lo Ukrainian Breakfast Discussion, un evento multilaterale organizzato dal filantropo ucraino Victor Pinchuk, e al panel del Leaders Forum sulla cooperazione economica confrontandosi con l’omologo ucraino, Andrij Sybiha. Varsavia e Kyiv si rivedranno questo fine settimana con l’incontro tra Nawrocki e l’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky.
Ungheria e Bulgaria: influenzare il Medio Oriente e promuovere la pace
Su tutt’altro fronte, Budapest e Sofia si sono impegnate durante il Forum di Davos sulla questione mediorientale. I due Paesi sono gli unici Stati membri dell’Unione europea (Ue) ad aver aderito al Board of Peace, il forum multilaterale istituito da Trump per la ricostruzione di Gaza. In realtà, l’obiettivo di lungo periodo del Board è quello di essere canale alternativo alla diplomazia delle Nazioni Unite con lo scopo di promuovere la pace.
La partecipazione dell’Ungheria rappresenta il prosieguo dell’asse diplomatico tra Orbán e Trump maturato fin dal ritorno del secondo alla Casa Bianca. Il loro legame transazionale risulta strumentale: Budapest ottiene esenzioni nell’ambito delle sanzioni e un alleato che la sottrae all’isolamento europeo sul conflitto in Ucraina, mentre Washington vede in Orbán un fattore capace di indebolire lo sviluppo dell’autonomia strategica europea e di ostacolare l’adozione di decisioni, politiche posizioni non allineate ai propri desiderata in sede Ue. Infine, entrambi i Paesi sono accomunati dal sostegno delle ragioni di Israele sul non riconoscimento dello Stato palestinese.
Per Sofia, invece, la partecipazione al Board of Peace non è il riflesso di un intesa con l’attuale amministrazione degli Stati Uniti ma l’impegno di una media-piccola potenza europea ai confini del Medio Oriente — dunque maggiormente esposta ai rischi provenienti dalla regione — nonché principale partner Ue della Turchia. A differenza dell’Ungheria, la Bulgaria è allineata alla posizione europea della creazione di due popoli e due Stati ma non ha mai condannato esplicitamente gli abusi di Tel Aviv contro i palestinesi.
Tale posizione di equilibrio ha permesso al Paese di essere visto da israeliani e palestinesi come un interlocutore credibile specialmente grazie all’operato del diplomatico Nikolay Mladenov che ha rivestito il ruolo di coordinatore speciale dell’ONU nel processo di pace in Medio Oriente tra il 2015 e il 2020. L’esperienza di Mladenov è stata apprezzata da Trump il quale lo ha nominato capo della Board of Peace per Gaza. Tale evento rappresenta un momento di visibilità per la Bulgaria ma, al contempo, un elemento di controversia poiché l’adesione di al Board non è mai stata discussa e approvata dal Parlamento di Sofia nonché proveniente da un governo dimissionario che, teoricamente, dovrebbe occuparsi degli affari correnti. Perciò, i critici vedono l’iniziativa come un allontanamento della Bulgaria dall’Ue e dallo stato di diritto.
Un bilancio
A Davos, Bulgaria, Polonia e Ungheria hanno dimostrato che l’Europa centrorientale è capace di portare avanti istanze specifiche e di muoversi, seppur in modo differenziato, sulle principali linee di frattura dell’ordine internazionale. La regione si presenta come uno spazio di mediazione politica rivelando tanto la sua eterogeneità quanto la sua crescente centralità nei dibattiti sulla sicurezza europea e transatlantica. Ciononostante, molti attori della regione europea centrorientale sono rimasti perlopiù silenti davanti agli eventi che stanno caratterizzando l’inizio del 2026. Tenendo conto di come è iniziato l’anno, l’inazione non può essere una soluzione sostenibile nel lungo periodo.

