Il confronto tra Russia e spazio euro-atlantico si sviluppa sempre più nella zona grigia, tra strumenti multidominio e pressioni sottosoglia. In questo contesto, l’Unione Europea è chiamata a rafforzare la propria capacità di deterrenza: la sfida è comprendere se stia evolvendo verso una risposta strategica integrata o se continui a reagire in modo frammentato
Contributo parte del Geopolitical Brief n°54, scaricalo qui!
2025: La normalizzazione della guerra ibrida in Europa
In un contesto di cristallizzazione del fronte ucraino, il fenomeno degli attacchi ibridi si afferma come uno strumento centrale per ottenere vantaggi strategici. Nonostante i dati confermino una riduzione quantitativa nel continente europeo, tali operazioni si sono ormai consolidate come componente strutturale del confronto, confermandone il ruolo sempre più rilevante. In tal senso, le campagne di sabotaggio russe in Europa assumono una funzione cruciale non solo nella produzione di instabilità, ma anche nel logoramento della resilienza delle democrazie liberali attraverso una pressione costante e multiforme. Le modalità operative hanno inoltre subito un’evoluzione significativa, passando dalla semplice disinformazione e attacchi informatici a sabotaggi fisici e omicidi politici.
Danneggiamenti ai cavi in fibra ottica nel Mar Baltico, attacchi cibernetici alle telecomunicazioni, incursioni di droni nello spazio aereo europeo e presenza della flotta ombra russa nel Mediterraneo rappresentano alcuni esempi di questa strategia sistemica. L’obiettivo non è più essere il semplice spionaggio, bensì la volontà di dimostrare la capacità di attaccare infrastrutture vitali. Parallelamente, l’evoluzione dell’intelligenza artificiale ha permesso campagne di disinformazione in grado di inquinare il dibattito pubblico, alimentare polarizzazioni sociali e minare la fiducia nelle istituzioni.
Il principale elemento di criticità degli attacchi ibridi risiede nella loro natura sotto-soglia.La guerra ibrida opera, infatti, in una zona grigia, in uno spazio indefinito tra la pace effettiva e la guerra non dichiarata. Tali azioni sfruttano la difficoltà di attribuzione e la complessità nel qualificare giuridicamente un atto di sabotaggio digitale costringendo i Paesi occidentali a processi di decisionali spesso lenti e articolati ogni qualvolta si verifichi un evento ostile. Ne emerge un paradosso strategico: una risposta troppo debole rischia di confermare l’impunità dell’aggressore, mentre una reazione eccessiva può innescare dinamiche di escalation militare non desiderate.
La guerra ibrida come strategia sistemica russa
La guerra ibrida rappresenta per la Federazione Russa uno strumento strutturale della sua politica di sicurezza, consolidatosi ben prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina del febbraio 2022. L’ibridazione si configura come un dispositivo volto a esercitare pressioni costanti sul piano politico, psicologico e infrastrutturale, evitando al contempo un’escalation militare diretta.
In questa prospettiva, la strategia ibrida russa si fonda sulla combinazione di coercizione militare, manipolazione dell’informazione e operazioni di influenza politica, integrate in una logica di lungo periodo. L’obiettivo non è il collasso immediato degli stati bersaglio, bensì la produzione di effetti cumulativi capaci di erodere progressivamente la stabilità interna. Sabotaggi mirati – in particolare contro reti energetiche ed infrastrutture logistiche – attività di intelligence, disinformazione e interferenze politiche contribuiscono a costringere i governi a rafforzare i propri sistemi di resilienza, sostenendo al contempo costi crescenti in termini di sicurezza e protezione.
Chiarire il significato di “guerra ibrida” diventa quindi essenziale per comprendere la portata di queste dinamiche. Il non-paper del Ministero della Difesa Italiano definisce la guerra ibrida come l’impiego coordinato e simultaneo di strumenti militari e non militari – politici, economici, informativi, cibernetici e psicologici – finalizzati a sfruttare le vulnerabilità dell’avversario mantenendosi al di sotto della soglia del conflitto armato convenzionale. La guerra ibrida diventa così un mezzo per condizionare il comportamento degli avversari senza oltrepassare soglie che attiverebbero meccanismi di deterrenza collettiva. In questo quadro teorico si inserisce anche il dibattito sulla cosiddetta “dottrina Gerasimov”, che interpreta la crescente integrazione tra dimensione militare e non militare come elemento distintivo della competizione contemporanea. Ne deriva una forma di conflitto non lineare, nella quale diventa sempre più difficile distinguere tra pace e conflitto, tra attori statali e non statali e tra azioni offensive e difensive, con il rischio di una condizione di “Total Chaos Warfare”.
Complessivamente, la guerra ibrida russa non si configura come un paradigma isolato, ma come espressione di una cultura strategica orientata alla competizione sottosoglia e alla gestione dell’ambiguità, nella quale gradualità, difficoltà di attribuzione e integrazione di strumenti militari costituiscono elementi strutturali dell’azione strategica russa.
Il fattore statunitense e il trasferimento degli oneri di sicurezza
La National Security Strategy (NSS) statunitense del 2025 ridefinisce le priorità strategiche di Washington, sancendo un progressivo ridimensionamento del teatro europeo e introducendo una logica sempre più esplicita di responsabilizzazione degli alleati europei nella gestione della deterrenza e sicurezza collettiva.
Questa impostazione strategica si inserisce in un contesto più ampio di ridefinizione del rapporto transatlantico, in cui l’impegno statunitense viene sempre più interpretato secondo una logica di burden-sharing e di valutazione costi-benefici. Ne deriva una progressiva europeizzazione della deterrenza NATO, con l’obiettivo di trasferire agli alleati una quota crescente degli oneri legati alla sicurezza del continente. In questa prospettiva, Washington sembra orientata verso una riduzione del proprio coinvolgimento diretto nella gestione della deterrenza – in particolare sul fianco orientale – delineando una scadenza indicativa al 2027.
In tale contesto, numerosi studiosi sottolineano la necessità per l’Europa di sviluppare capacità autonome di deterrenza, resilienza e risposta. Il progressivo disimpegno statunitense non si limita infatti a ridurre l’ombrello di sicurezza, ma agisce come un moltiplicatore delle fragilità europee, portando in superficie dipendenze operative e asimmetrie capacitive per lungo tempo compensate dalla presenza statunitense, sia sul piano militare sia su quello organizzativo e decisionale. La tenuta della deterrenza e la gestione delle minacce sottosoglia dipendono sempre più dalla capacità degli stati europei di coordinare strumenti militari, resilienza infrastrutturale e processi decisionali in modo integrato.
Le risposte europee tra strumenti e fratture interne
Sotto questa pressione, l’Unione Europa ha avviato una serie di iniziative volte a rafforzare la propria capacità di risposta. Il dibattito sull’autonomia strategica, il rafforzamento della cooperazione in materia di difesa e il lancio di strumenti come RearmEU rappresentano tentativi concreti di adattamento a un contesto in cui la leadership statunitense non è più onnipresente. Tuttavia, tali iniziative continuano a scontrarsi con persistenti fratture politiche e organizzative tra gli Stati Membri, che ne limitano la traduzione– in particolare nel dominio informativo – in una postura realmente coerente ed efficace.
L’architettura di sicurezza europea ha conosciuto un’evoluzione significativa nell’ultimo triennio, passando da una fase di semplice osservazione a una di codifica normativa e operativa più strutturata. Il fulcro di questa strategia risiede nel recente consolidamento del cosiddetto “Hybrid Toolbox“, un quadro d’azione contenente oltre 200 misure civili e militari identificate che possono essere mobilitate quando uno Stato membro si trova ad affrontare una campagna ibrida. Inoltre, l’UE aveva già creato la piattaforma EUvsDisinfo, volta a sfatare le fake news, a cui è stata integrata una strategia più ampia di contrasto alla manipolazione dell’informazione e all’interferenza esterna (FIMI), segnando il passaggio da una semplice attività di debunking a una vera e propria analisi proattiva dei vettori di influenza ostile, supportata dai Centri di Analisi e Condivisione delle Informazioni (ISACs).
Parallelamente, la protezione fisica delle infrastrutture critiche ha assunto un ruolo sempre più centrale, traducendosi nello sviluppo di progetti tecnologici d’avanguardia volti a rafforzare la sicurezza dei confini e delle reti energetiche. Tra questi, il “Muro Anti-Drone” Europeo e l’Eastern Flank Watch, un sistema di monitoraggio costante che tenta di armonizzare la sorveglianza di frontiera con la protezione delle reti energetiche e digitali. Rilevante anche l’attuazione della Strategia di Sicurezza Marittima dell’UE aggiornata del 2023, che riconosce esplicitamente la protezione dei cavi sottomarini e delle pipeline come un interesse vitale che richiede una sorveglianza costante e una capacità di risposta rapida. Queste misure si aggiungono alle sanzioni, che dal 2019 fanno parte della risposta europea agli attacchi cibernetici e alla propaganda filorussa. Le sanzioni includono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio per le persone, e il divieto di fornire fondi o risorse economiche per le entità.
La frammentazione europea emerge con i suoi limiti strutturali profondamente radicati nelle diverse culture strategiche degli Stati membri. In particolare, si evidenzia una persistente asimmetria nella percezione della minaccia: mentre i paesi della frontiera orientale interpretano le operazioni ibride russe come una sfida esistenziale immediata, altre capitali – e in particolare i paesi dell’Europa meridionale – tendono a ricondurle a problematiche di natura prevalentemente securitaria, economica o commerciale. Questa divergenza contribuisce a rallentare l’adozione di misure coercitive più incisive e a indebolire la coerenza dell’azione europea. Tale frattura non è soltanto politica, ma anche organizzativa e procedurale. La difficoltà nel raggiungere un’attribuzione politica univoca delle azioni ostili impedisce all’Unione Europea di trasformare la propria architettura di risposta in uno strumento realmente efficiente, lasciando ampie zone d’ombra operative in cui gli attori avversari possono continuare ad agire con costi politici e strategici contenuti.
Questo limite assume una rilevanza ancora maggiore alla luce del progressivo trasferimento degli oneri di sicurezza dagli Stati Uniti agli alleati europei. In un contesto in cui l’ombrello strategico americano appare sempre più selettivo e condizionato, l’incapacità europea di operare come soggetto unitario nella zona grigia rischia di tradursi in una vulnerabilità strutturale. La risposta europea alla guerra ibrida russa rappresenta quindi un banco di prova cruciale: non solo per la sicurezza del continente, ma per la credibilità stessa dell’Unione Europea come attore strategico in un contesto di competizione permanente sotto soglia.

