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25/02/2026
Europa

L’Europa nucleare sarà a guida francese?

di Alexandra Elena Vechiu

Di fronte al progressivo disimpegno statunitense, l’Europa, a lungo paladina della non proliferazione, valuta una maggiore integrazione nucleare a trazione francese. La Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha confermato il riposizionamento strategico di molti Stati dell’Unione, tra cui Svezia, Lettonia e Polonia, ed evidenziato come l’energia stia diventando uno strumento di potere. Tuttavia, le richieste per una deterrenza integrata nel quadro della NATO potrebbero limitare le proiezioni di Parigi.

Di fronte al progressivo disimpegno statunitense, l’Europa, a lungo paladina della non proliferazione, valuta una maggiore integrazione nucleare a trazione francese. La Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha confermato il riposizionamento strategico di molti Stati dell’Unione, tra cui Svezia, Lettonia e Polonia, ed evidenziato come l’energia stia diventando uno strumento di potere. Tuttavia, le richieste per una deterrenza integrata nel quadro della NATO potrebbero limitare le proiezioni di Parigi.

La difesa del Vecchio Continente non è più delegabile e il rafforzamento dell’autonomia strategica europea rappresenta ormai una priorità delle agende politiche dell’Unione europea. Alla luce dell’incremento dei conflitti globali e delle incertezze sulle garanzie di sicurezza transatlantica, il dibattito comune si sta inclinando progressivamente verso la deterrenza nucleare e, inevitabilmente, una ridefinizione delle dipendenze. In questo contesto, il Regno Unito e la Francia rappresentano le uniche potenze nucleari europee ma, all’interno dell’Ue, è Parigi a detenere il primato industriale del nucleare e mostrare da tempo una propensione verso l’estensione del proprio ombrello difensivo. Se da un lato il nucleare civile equivale alla spina dorsale dell’autonomia energetica, dall’altro, il deterrente rappresenta il retaggio di ambizioni di leadership, difesa domestica e tutela degli interessi strategici. La rinnovata retorica nucleare si intreccia così con le prerogative francesi e con il nuovo disegno europeo delle relazioni transatlantiche.

Deterrenza à la française: obiettivi di lungo termine e vocazione europea

Contestualmente all’enfasi posta dai partner europei sul nucleare e sulla “sovranità continentale”, la recente Programmation pluriannuelle de l’énergie (PPE 3) delinea la roadmap energetica della Francia fino al 2035. Improntata all’indipendenza delle forniture e al taglio delle importazioni fossili, il piano ambisce ad aumentare la produzione nucleare dagli attuali 360-400 TWh ai 420 TWh entro il 2035 ed istituzionalizzare l’atomo come pilastro stabile della sicurezza nazionale. Il sostegno statale ai piccoli reattori modulari (SMR) fino a 300 Mw, la costruzione di sei nuovi reattori EPR-2 e l’estensione dell’attività di quelli esistenti per altri 60 anni cristallizzano una visione lungimirante. La discontinuità rispetto alla precedente programmazione (PPE 2), che prevedeva la chiusura di quattordici impianti, segnala il ruolo crescente e irrinunciabile del nucleare, e crea un polo di gravità industriale.

Il paradigma francese, infatti, si fonda sulla solidità e complementarietà della filiera produttiva, guidata prettamente dall’intervento pubblico e dal “semi monopolio” di pochi attori dominanti (primo tra tutti Electricité de France, EDF) che orientano il mercato con investimenti di lungo periodo nel know-how e nelle nuove assunzioni (stimate attorno alle 100.000 unità). La pianificazione pubblica non è una risposta contingente alla crescente crisi energetica europea, bensì il perno di una più ampia strategia domestica.

Tuttavia, occorre sottolineare come tale impostazione sia esposta alle dinamiche politiche: la stessa PPE 3 è stata approvata tramite decreto e non previa legge parlamentare. Un escamotage che, oltre ad essere oggetto di disputa dell’ala conservatrice, relega la vita delle strategie essenziali al mutamento dell’equilibrio politico e, in questo caso, vincola la proiezione nucleare alle prossime elezioni presidenziali. Sebbene l’atomo rientri nei programmi politici dagli anni ‘50, è stato Emmanuel Macron a rilanciarne ulteriormente la centralità, fino a renderlo imprescindibile dal futuro nazionale ed europeo. In vista del 2027, l’eventuale vittoria del Rassemblement National ridimensionerebbe la vocazione europea del nucleare, così come l’ipotesi del nuclear sharing.

Per quanto legata alle variabili politiche, la dottrina transalpina preserva però concetti cardine, come il rifiuto della politica di “No First Use”, con la garanzia di una reazione immediata, e il principio di permanenza che definisce la continuità della deterrenza e della pattuglia (tramite sottomarini nucleari, missili balistici e componenti aeree strategiche, FAS), anche in tempi di pace. È proprio la capacità operativa permanente a rendere la Francia un attore ineludibile nei partenariati strategici europei.

In questo contesto, si inserisce la Northwood Declaration che rinsalda il coordinamento con il Regno Unito sulle politiche nucleari e constata “l’assenza di minacce imminenti agli interessi vitali dei due Paesi”. Il bilaterale supera le divergenze nelle rispettive dottrine nucleari e rappresenta un punto di svolta nelle relazioni tra Londra e Parigi, considerando l’allineamento storico della prima con Washington e l’integrazione del suo arsenale nel comando militare dell’Alleanza atlantica. Al contrario, l’Eliseo ha sempre rivendicato l’autonomia delle proprie forze nucleari, alienandole dalla NATO e preservandone il carattere nazionale. Nel secondo mandato di Macron sono stati ricorrenti gli appelli per sostituirsi alla protezione statunitense ed estendere l’ombrello difensivo francese agli alleati, a lungo diffidenti. Tuttavia, oggi non è l’orientamento europeo degli interessi vitali francesi ad essere cambiato, quanto lo scetticismo dei leader europei con la seconda amministrazione Trump. In questo spazio politico, la prima ad essersi avvicinata alla Francia è stata la Svezia, mentre gli altri Paesi hanno mostrato un interesse crescente verso un deterrente europeo “in seno alla NATO”: una formula che posticipa la questione dell’autonomia strategica e riflette una contraddizione interna.

Conferenza di Monaco: turning point o occasione mancata?

La Conferenza sulla sicurezza di Monaco si è inserita in un contesto di evidenti tensioni nelle relazioni transatlantiche, nonostante le rassicurazioni del Segretario di Stato americano Rubio sul “destino intrecciato tra USA ed Europa”. Sul versante europeo, il Cancelliere tedesco Merz ha sottolineato l’inizio di “un’era delle grandi potenze e la fine dell’ordine internazionale finora noto”, rivelando l’avvio del dialogo nucleare con Macron. Tuttavia, queste dichiarazioni sembrano sterili visto il mancato sostegno della CDU e della maggioranza dei ministri federali, poco fiduciosi nella force de frappe e proiettati verso il rafforzamento del pilastro europeo della NATO, senza sostituirvisi.

Parallelamente, l’approccio del presidente francese a Monaco si è calibrato sulla ridefinizione della dottrina nazionale per rispondere alle domande europee: per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, l’adattamento nucleare non avrebbe un’origine interna. L’atteso discorso di Macron, previsto per marzo, potrebbe quindi influenzare il ripensamento in chiave nucleare dell’architettura di sicurezza europea e della reazione all’aggressività russa. Sull’onda francese, anche la Lettonia sta avanzando ipotesi nucleari per contenere la minaccia orientale: la premier, Siliņa, e il Ministro degli esteri, Braže, insistono sull’integrazione tra deterrenza nucleare e capacità convenzionali. Mentre il caso più netto è rappresentato dalla Polonia: già firmataria con la Francia, nel maggio 2025, del Trattato di Nancy per mutua assistenza, cooperazione industriale-militare e protezione nucleare, oggi starebbe valutando lo sviluppo di un proprio programma nucleare per circoscrivere “l’imperialismo russo, secondo il presidente Nawrocki. Questi segnali denotano come gli Stati dell’Europa orientale percepiscano l’inefficienza delle risposte convenzionali alla sicurezza transatlantica e considerino alternative deterrenti nazionali ed europee, pur nei limiti della capacità francese di guidare effettivamente il percorso nucleare del continente.

Tuttavia, a stupire è l’intensificarsi di consultazioni nucleari tra Parigi e Stoccolma: un unicum per il Paese scandinavo che si ritrova a fare i conti con l’evoluzione della sicurezza regionale, a partire dal dossier groenlandese. Il riorientamento sulla deterrenza è stato giustificato dal primo ministro Kristersson come una necessaria risposta dell’esposizione svedese alle mine statunitensi e alle minacce russe ed ibride. “Finché i Paesi pericolosi sono in possesso di armi nucleari, anche le democrazie dovrebbero avervi accesso” ha replicato il premier, aggiungendo che la protezione del fianco nord dell’Alleanza è imprescindibile da una credibile garanzia nucleare, rappresentata oggi dalla Francia. Il dialogo è ancora in una fase preliminare e non prevede il dispiegamento di armi e basi nucleari sul suolo svedese, anche se il corollario politico e giornalistico del Paese constata l’urgenza dell’affrancamento dagli USA e la combinazione delle tecnologie atomiche e delle industrie svedesi della difesa. Tra le ipotesi di cooperazione vi sono missioni di supporto alle operazioni nucleari, convergenza di agende strategiche, presenza di caccia francesi in loco e creazioni di infrastrutture di comando e di allarme rapido. L’apertura pubblica non intende rinunciare allo status di Paese non nucleare né al rispetto del Trattato sulla non proliferazione (TNP), ma lascia spazi aperti circa il ruolo francese nella protezione settentrionale.

Quanto al fronte meridionale, sebbene il dibattito nucleare sia tornato in auge anche in Spagna, il primo ministro Sanchez rifiuta l’idea di un “riarmo nucleare”, che potrebbe accelerare la corsa alle armi piuttosto che scoraggiare l’azione di Putin. Una posizione articolata proviene dall’Italia, che al momento non manifesta la propria disponibilità a collocarsi sotto la protezione nucleare francese e predilige una postura atlantista. Il Documento Programmatico Pluriannuale (DPP) 2025-2027 menziona l’impegno nel rafforzare le capacità subacquee e di contrasto alle minacce nucleari, mentre di recente il governo Meloni ha confermato la proposta di dotare la Marina Militare di una portaerei a propulsione nucleare. In tal senso, le diverse impostazioni nazionali stanno producendo traiettorie parallele: mentre il Nord Europa valuta l’ombrello difensivo francese, il Sud Europa si distingue per prudenza nucleare.

Le implicazioni europee

Gli sviluppi recenti evidenziano come anche i Paesi tradizionalmente contrari alla proliferazione stiano includendo la deterrenza condivisa nelle proprie strategie di sicurezza, legandole però a iniziative bilaterali. La stessa Conferenza di Monaco ha visto il susseguirsi di potenziali partenariati, con Stoccolma che avvia dialoghi preliminari, Varsavia proiettata su programmi autonomi, Berlino verso il nuclear sharing, ma all’interno della cornice atlantica, e Riga verso l’adattamento convenzionale-nucleare. Tuttavia, oltre queste linee operative, l’incontro tra leader si è limitato a rituali diplomatici e retoriche comuni senza fornire risposte concrete.I sostenitori europei della dissuasion partagée vedrebbero solo un cambio di dipendenza: da quella di Washington a Parigi. Questo perché il nucleare necessita di un sistema di controllo e di comando fortemente accentrato e sotto il controllo esclusivo di un decisore. L’ipotesi paventata di “nucleare condiviso europeo” risulta quindi irrealistico perché implicherebbe la frammentazione tipica del sistema decisionale dell’Ue. Attualmente, l’unica a disporre di maggiore credibilità e potere in tal senso resta la Francia. Evenienza improbabile anche la proposta tedesca di integrare l’arsenale transalpino con quello della NATO per rafforzare la difesa continentale: le testate francesi (290) non garantirebbero la stessa sicurezza offerta dalle statunitensi (5177). Questa decisione, se realmente presa in considerazione da Macron, finirebbe per limitare le ambizioni francesi e vincolare nuovamente l’Europa entro i legami transatlantici. La controparte inglese, invece, per quanto si sia riavvicinata al continente, non nasconde l’intenzione di affermare la propria leadership in Europa, anticipando in tal modo il prossimo conflitto di interessi intra europeo. L’impegno per un’autonomia strategica europea continua a essere ribadito oltremisura, ma non viene affiancato da una linea comune per raggiungerla: l’Europa si muove in modo asimmetrico con una regolare eterogeneità. E il percorso verso la dissuasione continentale non può prescindere dal superamento degli egoismi nazionali e dalla lucidità strategica.

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