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24/03/2025
Europa, Medio Oriente e Nord Africa

Sanzioni europee: un possibile strumento di influenza nella transizione politica in Siria?

di Lorenzo Avesani

Le sanzioni hanno rappresentato per l’Unione Europea un mezzo per compensare l’assenza di una posizione comune sulla guerra civile siriana. La caduta di Bashar al-Assad e la complessa transizione politica in Siria hanno rafforzato il ruolo delle sanzioni come strumento di diplomazia, consentendo a Bruxelles di avere più voce in capitolo rispetto al passato.

Le sanzioni hanno rappresentato per l’Unione Europea un mezzo per compensare l’assenza di una posizione comune sulla guerra civile siriana. La caduta di Bashar al-Assad e la complessa transizione politica in Siria hanno rafforzato il ruolo delle sanzioni come strumento di diplomazia, consentendo a Bruxelles di avere più voce in capitolo rispetto al passato.

Il 24 febbraio 2025, il Consiglio europeo ha sospeso una serie di misure restrittive (sanzioni) nei confronti della Siria in considerazione delle recenti trasformazioni politiche interne iniziate con la fine del regime di Bashar al-Assad avvenuto l’8 dicembre 2024. L’allentamento ha riguardato principalmente il settore energetico e dei trasporti che hanno visto la rimozione dall’elenco delle entità soggette a congelamento dei capitali e delle risorse economiche di cinque entità: Industrial Bank, Popular Credit Bank, Saving Bank, Agricultural Cooperative Bank e Syrian Arab Airlines. Ancora vigenti, invece, rimangono le sanzioni nei confronti delle industrie militari, chimiche e le restrizioni nei confronti dell’uso della tecnologia dual use come il GPS e l’IA.

Tale iniziativa rappresenta solamente il primo passo di un riavvicinamento graduale tra l’UE e Damasco interrotti a causa del sanguinoso conflitto civile che ha colpito il Paese mediorientale. Infatti, il successivo 17 marzo, Bruxelles ha ospitato la nona edizione della “Conferenza sul supporto della Siria”, l’iniziativa nata nel 2017 per mobilitare la comunità internazionale a favore di una soluzione politica alla questione siriana. La Conferenza, la prima dalla fine del regime di al-Assad, ha riunito i delegati europei, i rappresentanti del governo di transizione siriano ed altri attori regionali ed internazionali. Il risultato è stato lo stanziamento da parte dell’UE di quasi 2,5 miliardi di euro nel biennio 2025-2026 mentre l’aiuto complessivo è di 5,8 miliardi per aiutare il processo di transizione della Siria, la ripresa socio-economica del paese e continuare il supporto umanitario alla popolazione.

Un surrogato di politica estera europea?

La guerra civile siriana è stato un evento estremamente complesso che ha coinvolto attori locali, proxy, potenze regionali e globali. Per quanto riguarda la posizione dell’UE, la questione mise a nudo le divisioni tra gli Stati Membri. Difatti, dopo un’iniziale condanna unanime alle repressioni attuate dal regime a marzo 2011, mancò un consenso condiviso sulla questione limitandosi ad un framework generale, la EU Strategy for Syria del 2017. La Strategia, basata sulla Risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non fu in grado di smuovere le diverse posizioni tra gli Stati Membri divise tra sostegno e critica alla politica del nessun dialogo con al-Assad. 

In tale scenario, le sanzioni sono state un denominatore comune che plasmò una qualche forma di azione europea comune. All’epoca dei fatti, le misure restrittive alla Siria furono innovative sul tema della politica delle sanzioni europee. Innanzitutto, è rilevante la rapidità con cui queste sono entrate in azione. In passato, infatti, l’operazione avrebbe richiesto anni per identificare i soggetti e le società responsabili delle violazioni. Invece, in quel caso il primo pacchetto venne ufficializzato il 9 maggio 2011 ossia a poco meno di due mesi dai primi scontri in Siria. In secondo luogo, Sebbene queste certamente non contribuirono a far cambiare atteggiamento ad al-Assad, le sanzioni ridussero significativamente le entrate dello Stato dal commercio internazionale. In particolar modo, fu il settore petrolifero ad essere colpito, ambito che fino a quel momento fu raramente considerato poiché risorsa strategica per l’economia dell’UE. Prima del divieto, in particolare nel 2010, il 90% delle esportazioni di petrolio della Siria era destinato all’UE. Tuttavia, le sanzioni bloccarono l’esportazione di 150 mila barili al giorno verso il mercato dell’Unione, pari a circa 5 miliardi di dollari all’anno. L’aggravarsi della situazione in Siria ha spinto Bruxelles a confermare ed estendere le misure restrittive includendo metalli preziosi, reperti archeologici illegalmente prelevati nel Paese, il settore bancario e dei trasporti.

Fig.1

Fig. 2

Comparazione delle destinazioni dell’export siriano nel 2006 (Fig. 1) e nel 2016 (Fig. 2). Fonte: Syrian National Bureau in Suliman & Khwanda, 2020

Le sanzioni ebbero conseguenze significative su due livelli. A livello interno, il regime subì un indebolimento economico, poiché le restrizioni erosero la rete di privilegi e lealtà legata al partito di governo, il Ba’ath. Durante la guerra civile, alcune organizzazioni della società civile siriana vicine al governo furono costrette a interrompere le proprie attività di propaganda pro-Assad per mancanza di fondi, mentre altre si trasformarono in gruppi armati, sostenendo i diversi attori in campo. A livello internazionale, la Siria adottò la strategia del cosiddetto Looking East come risposta alle sanzioni imposte non solo dall’UE e dagli Stati Uniti, ma anche dalla Turchia e dalla Lega Araba. Tuttavia, questa mossa portò Damasco a rafforzare la sua dipendenza militare ed economica da Iran e Russia.

Le misure restrittive adottate dall’UE – così come le sanzioni internazionali in generale – si rivelarono efficaci nel colpire l’industria militare siriana e nel lanciare un chiaro segnale di condanna alla spirale di violenza nel Paese, spingendo altri attori internazionali a seguirne l’esempio. Tuttavia, il caso sollevò un dilemma umanitario legato all’impatto delle sanzioni sulla popolazione locale. Gli attori sanzionati riuscirono infatti a sviluppare reti clandestine di contrabbando, approvvigionandosi di beni soggetti a restrizioni attraverso Paesi confinanti come l’Iran e il Libano. Questi prodotti, importati illegalmente, venivano poi venduti a prezzi esorbitanti, rendendoli inaccessibili alla maggior parte della popolazione. La capacità del regime di eludere le sanzioni gli permise di sopravvivere, scaricando il peso economico delle restrizioni sulle fasce sociali più vulnerabili.

La Siria di Ahmed Al-Sharaa: un atteggiamento wait and see?

Il cambio di regime avvenuto a dicembre 2024 ha aperto un nuovo capitolo nei rapporti tra Bruxelles e Damasco. Le prime mosse dell’attuale presidente e leader della milizia Hay’at Tahrir al-Sham, Ahmed al-Sharaa, hanno spinto le cancellerie europee ad un primo avvicinamento sia per sfruttare il momento storico data dalla fine del regime di al-Assad rilanciando i principi chiave della già citata Risoluzione 2254 sia per contenere l’influenza di Teheran e Mosca nel Paese. La decisione del Consiglio dell’UE presa lo scorso 24 febbraio di sospendere parte delle sanzioni nei settori dei trasporti ed energetici ha come scopo quello di favorire la ripresa economica di Damasco come volano per la stabilità interna. Le misure, in vigore fino al 1° giugno 2025, sono graduali e condizionate dall’evoluzione di una situazione ancora molto delicata come dimostrato dai massacri avvenuti nella regione costiera della Siria a danno della comunità alawita. Bruxelles ha condannato duramente l’accaduto ricordando come la garanzia di una transizione politica pacifica sia conditio sine qua non per la sospensione di altre sanzioni. 

Infine, rispetto alla frammentazione del passato, i Ventisette possono avere maggior voce in capitolo poiché uniti nel sostegno al governo di transizione siriano. Le ultime iniziative dell’UE suggeriscono che la rimozione delle misure restrittive sia effettivamente una condizionalità per Damasco, quindi una leva negoziale rilevante. Tuttavia, affinché le sanzioni siano efficaci, Bruxelles deve impegnarsi a definire parametri espliciti per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e l’attuazione dei processi di giustizia transitoria, necessari per continuare a revocare le sanzioni.

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