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11/11/2024
Interviste, Russia e Spazio Post-sovietico

Il futuro dell’Ucraina, l’evoluzione del conflitto russo-ucraino e le prospettive di pace: intervista all’Amb. Zazo – Prima parte

di Redazione Geopolitica.info

Lo scorso 15 ottobre 2024, Geopolitica.info ha incontrato l’Ambasciatore Pier Francesco Zazo, già Ambasciatore a Kyiv dal gennaio 2021 al luglio 2024 con un’ampia esperienza maturata in diversi incarichi all’estero, tra i quali in Corea del Sud, Svezia, Australia e Federazione Russa, cui aggiungere una precedente esperienza in Ucraina sviluppatasi nei primi anni Duemila. L’intervista si è tenuta a margine di un incontro organizzato dal Centro studi e dal Dottorato di Studi politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Sapienza Università di Roma ed è stata animata da Bruna Tintori, Riccardo Missaglia, Sveva Cristina Pontiroli, Davide Sotgia e Lorenzo Rossi, con il coordinamento di Lorenzo Riggi.

Lo scorso 15 ottobre 2024, Geopolitica.info ha incontrato l’Ambasciatore Pier Francesco Zazo, già Ambasciatore a Kyiv dal gennaio 2021 al luglio 2024 con un’ampia esperienza maturata in diversi incarichi all’estero, tra i quali in Corea del Sud, Svezia, Australia e Federazione Russa, cui aggiungere una precedente esperienza in Ucraina sviluppatasi nei primi anni Duemila. L’intervista si è tenuta a margine di un incontro organizzato dal Centro studi e dal Dottorato di Studi politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Sapienza Università di Roma ed è stata animata da Bruna Tintori, Riccardo Missaglia, Sveva Cristina Pontiroli, Davide Sotgia e Lorenzo Rossi, con il coordinamento di Lorenzo Riggi. 

Nelle settimane precedenti all’invasione, da più parti sono venuti report circa la possibilità concreta che le truppe russe ammassate al confine potessero effettivamente entrare in territorio ucraino, come si è preparata l’ambasciata in quel periodo e quali sono stati i rapporti con il governo di Kyiv? Riteneva che l’Ucraina sarebbe stata in grado di tenere all’urto iniziale? 

Nelle settimane precedenti al conflitto si aveva una chiara percezione di ciò che stava succedendo oltre il confine, dove si stavano ammassando le truppe russe, ed io stesso, già un mese prima dell’inizio della guerra, avevo la terribile sensazione che, malgrado gli sforzi diplomatici in corso, la situazione non potesse che scivolare verso uno scontro. 

In quelle settimane avevamo avuto molte riunioni del gruppo degli Ambasciatori del G7, un forum molto influente a Kiev. Durante le riunioni i colleghi americani ed inglesi condividevano informative sempre più allarmanti sul movimento delle truppe russe e sull’intenzione del Governo di Mosca di preparare un’invasione. Con il passare dei giorni la gravità della situazione divenne sempre più evidente. 

Dopo il discorso pronunciato da Putin nel luglio 2012, ho assunto un atteggiamento pessimistico. Putin affermava che i russi e gli ucraini fossero un unico popolo, negando la legittimità di uno Stato ucraino indipendente. I canali televisivi statali russi portavano avanti una sistematica campagna di disinformazione volta a screditare il Governo di Kiev, definendolo nazista e russofobo ma, nonostante ciò, non ci aspettavamo un’invasione su larga scala o un attacco diretto sulla capitale. 

L’impressione condivisa tra le principali capitali europee era che le forze russe schierate (circa 180.000 uomini) fossero (come poi è stato effettivamente) insufficienti per un’operazione di tale portata. Piuttosto, si pensava ad azioni più limitate nel Donbass, lungo le coste del Mar Nero e nell’area di Odessa con l’obiettivo di conquistare le regioni russofone contese dal 2014, togliendo così l’accesso al mare all’Ucraina. 

Il principale errore del Cremlino, ingannato dalla cortina fumogena della sua stessa disinformazione, è stato quello di illudersi che le popolazioni russofone dell’Ucraina meridionale ed orientale fossero anche russofile e che, quindi, avrebbero accolto benevolmente le forze di occupazione. 

La sottovalutazione delle capacità militari ucraine e, soprattutto, la volontà di resistere del popolo ucraino e del Governo di Kiev, su cui ha sicuramente influito negativamente l’atteggiamento paternalista da sempre mantenuto dalla Russia nei confronti degli ucraini chiamati non a caso “piccoli russi”, sono i principali fattori che hanno portato al fallimento militare iniziale del Cremlino. 

Soprattutto, la Russia di Putin non ha riconosciuto i profondi cambiamenti avvenuti nella società ucraina nell’ultimo decennio, sottostimandone le capacità. Proprio per questo, sebbene non potessimo prevedere che l’esercito ucraino avrebbe potuto resistere all’invasore, avevamo la sensazione che lo stesso avrebbe combattuto con determinazione per difendere la libertà. Eravamo convinti che, anche qualora i russi fossero riusciti ad entrare a Kiev e nelle altre città principali, l’Ucraina sarebbe diventata il teatro di una guerra partigiana diffusa che avrebbe reso impossibile governare il Paese. 

Circa un mese prima dell’inizio del conflitto gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia ed il Giappone spostarono le rispettive Ambasciate a Leopoli, preparandosi poi a trasferirle in Polonia, mentre noi e gli alleati europei decidemmo di rimanere nella capitale, gesto che fu molto apprezzato da Zelensky. Il Presidente ucraino era invece molto irritato dalla scelta anglo-americana poiché, da un lato si rifiutava ancora di credere all’ipotesi di un’imminente aggressione russa, e dall’altro voleva assolutamente evitare di allarmare l’opinione pubblica. In quelle settimane egli cercava di stemperare la gravità della situazione temendo che ciò potesse destabilizzare il Paese, soprattutto sul piano economico. Per Zelensky vi è il concreto rischio che in futuro i suoi avversari politici gli addosseranno la responsabilità per aver minimizzato il rischio e di non aver preparato adeguatamente il Paese a fronteggiare l’invasione russa. 

Mentre la crisi stava maturando, l’Ambasciata italiana iniziò a predisporre i piani per una possibile evacuazione dei circa duemila connazionali. Con il sostegno dell’Unità di Crisi della Farnesina organizzammo dei sopralluoghi a Kiev, Kharkiv ed Odessa con l’obiettivo di definire procedure, percorsi e punti di raccolta utili in caso di attacco. Nelle due settimane precedenti l’invasione, l’Ambasciata inviò due lettere ai connazionali invitandoli a lasciare immediatamente il Paese. Purtroppo, il 90% dei connazionali non seguì la raccomandazione, per cui nei giorni dopo l’invasione ci trovammo in una situazione molto difficile dovendo organizzare la loro evacuazione in condizioni assolutamente emergenziali. Siamo arrivati ad ospitare fino a 250 persone, tra cui sedici neonati, nella Residenza a Kiev al fine di garantirne la sicurezza per poi organizzare la loro evacuazione.

I rapporti dell’Italia con il Governo di Kiev erano ottimi anche prima della guerra grazie al forte sentimento naturale di amicizia e di attrazione tra i due popoli, ma venivamo percepiti un po’ troppo vicini alla Russia, soprattutto sul piano dei legami economici, e pertanto particolarmente esposti alla pericolosa attività di disinformazione. Dopo l’invasione, le nostre relazioni bilaterali sono diventate eccellenti dato che il nostro Paese si è immediatamente schierato al fianco di Kiev, dando il suo pieno sostegno all’Ucraina a trecentosessanta gradi ed accogliendo generosamente oltre 170.000 rifugiati

Sin dall’inizio del conflitto, l’Italia ha mantenuto una posizione molto chiara rispetto al sostegno all’Ucraina. Tuttavia, gli aiuti militari forniti a Kyiv sono stati percepiti come limitati, se confrontati con altri Paesi europei. A suo avviso, questo potrebbe avere delle ripercussioni nelle relazioni bilaterali tra Roma e Kyiv, limitando le possibilità di sviluppo della cooperazione bilaterale nel periodo post-bellico?

Per quella che è stata la mia esperienza, non ho mai avuto la percezione che il Governo ucraino ritenesse inadeguato il supporto militare italiano. Tale aiuto, che, come noto, è materia secretata, è stato comunque superiore a quanto divulgato dai mezzi di informazione. Gli ucraini sanno bene che stiamo facendo tutto il possibile dato che l’Italia spende solo l’1,4% del PIL per la difesa, ben sotto la soglia del 2% richiesto dalla NATO. 

Durante tutte le visite politiche a Kiev a cui ho partecipato, tra le quali quelle dell’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, le due visite del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e quella del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, la controparte ucraina ha sempre espresso grande apprezzamento per il nostro contributo, in particolare per la fornitura dei nostri due sistemi SAMP-T, cruciali per il rafforzamento delle difese aeree ucraine. Inoltre, il Governo di Kiev conosce bene le eccellenze tecnologiche ed il know how italiano nel settore della difesa. Di conseguenza puntano molto sull’auspicata creazione di joint ventures che consentono la creazione e lo sviluppo di un’industria della difesa locale competitiva con forti capacità di deterrenza militare e, laddove possibile, dislocate sul territorio ucraino sebbene questa opzione sia ancora molto pericolosa. 

L’Italia, come gli altri alleati occidentali, ha firmato un accordo bilaterale con Kiev nel settore della sicurezza. Durante la fase negoziale gli Ucraini avevano inizialmente chiesto che nel testo fossero specificati il valore e le tipologie delle forniture militari date in passato nonché di quelle promesse per il futuro, come fatto dagli altri Paesi. Tuttavia, non hanno insistito per non mettere in difficoltà il nostro Governo in quanto sono consapevoli che sul tema delicato degli aiuti militari all’Ucraina vi è un acceso dibattito tra le forze politiche e nell’opinione pubblica italiana. Analogamente, gli Ucraini si sono mostrati comprensivi nei confronti della cautela mostrata dal Governo italiano che non ha fornito la sua autorizzazione all’utilizzo delle nostre armi nel territorio russo. Per loro non è un punto essenziale nelle relazioni con il nostro Paese in quanto ci ritengono fondamentali soprattutto in altri settori, ad esempio come un alleato fondamentale per facilitare la loro auspicata rapida integrazione nell’Unione Europea. Siamo stati infatti il primo grande Paese europeo a voler riconoscere loro lo status di Paese candidato, inoltre riconoscono al Governo italiano il merito di essere stati cruciali nel superare le reticenze dell’Ungheria di Orbán ed a togliere il suo minacciato veto all’avvio dei negoziati di adesione di Kiev all’UE nonché ad autorizzare l’erogazione della Ukraine Facility, il fondo da 50 miliardi di euro per rafforzare la stabilità macroeconomica del Paese. Ci sono, inoltre, grati per come stiamo gestendo la Presidenza del G7 che ha messo al centro dell’attenzione il conflitto russo-ucraino. Siamo infatti riusciti a conseguire un importante accordo su un prestito di 50 miliardi di dollari a valere sui profitti degli interessi generati dai fondi russi congelati.

Gli Ucraini auspicano che l’Italia possa svolgere un ruolo fondamentale nella ricostruzione del Paese, argomento che sarà al centro della prossima Ukraine Recovery Conference che si terrà proprio nel nostro Paese nel 2025. 

Quale sarà la capacità di adattamento dell’Ue ad un possibile, già approcciato, allargamento all’Ucraina, e quali saranno i costi politici ed economici data l’accresciuta disunità e disomogeneità dell’Unione? 

Inoltre, quale ruolo potrebbe avere l’Italia in questo processo di transizione e nella gestione della ricostruzione del Paese, considerando che esso dipende ormai dal sostegno internazionale per la propria stabilità macroeconomica?

Lo scoppio del conflitto ha indubbiamente portato ad una forte accelerazione del processo di avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea, impensabile se non ci fosse stata la guerra. 

Questa accelerazione è dovuta anche al riconoscimento, da parte degli Stati europei, che l’Ucraina sta combattendo una dura battaglia non solo per la sua sopravvivenza, ma anche per l’affermazione dei valori di libertà, pluralismo e democrazia, dando inoltre un contributo importante per il mantenimento della stabilità e sicurezza del nostro continente.

Quest’ultimo è un elemento spesso trascurato nella visione dell’UE, che non può essere limitato solo agli aspetti economici, e che, invece, dovrebbe includere anche la sfera dei principi politici e dei valori che sono fondamentali per il futuro sviluppo dell’Unione. Al governo ucraino va poi riconosciuto il merito di aver proseguito sulla strada delle riforme strutturali richieste dai Partner europei nonostante il conflitto in essere. 

L’Italia è stato il primo Paese a riconoscere le ambizioni europee dell’Ucraina, che ci è molto grata per il supporto ricevuto. Possiamo dunque essere ottimisti sul futuro dei rapporti bilaterali. In particolare, l’ex presidente del Consiglio Draghi è stato particolarmente efficace nel confrontarsi con il Presidente francese Macron ed il cancelliere tedesco Scholz durante la loro visita congiunta a Kiev nel giugno 2022. In tale occasione egli svolse un’azione di convincimento decisiva sui suoi colleghi affinché fosse presa una decisione positiva per riconoscere all’Ucraina lo status di Paese candidato all’UE. 


Va rimarcato che, pur avendo ormai ricevuto il via libera all’avvio formale dei negoziati di adesione, l’Ucraina non è ancora pronta per aderire all’UE, poiché deve proseguire sulla strada delle riforme, soprattutto per quanto attiene al rafforzamento dello stato di diritto e della lotta alla corruzione. Ciò è, del resto, nello stesso interesse dell’Ucraina poiché altrimenti sarà impossibile attrarre gli investimenti necessari per la ricostruzione del Paese. Si tratta di un processo che richiederà inevitabilmente tempi lunghi poiché il Paese eredita secoli di autoritarismo, dove il potere giudiziario è sempre stato subordinato a quello esecutivo. L’Ucraina sta comunque, lentamente, migliorando sotto molti aspetti con una società civile molto più dinamica ed una progressiva riduzione del ruolo degli oligarchi. Un problema non trascurabile del futuro allargamento dell’UE all’Ucraina è dato dalle sue dimensioni: infatti, si tratterebbe del più grande Paese dell’Unione Europea, una sfida non facile da gestire, ma al contempo una grande opportunità. 

Prima di arrivare però all’allargamento, credo che sarà necessario rivedere i Trattati dell’UE al fine di superare il principio dell’unanimità che concede un diritto di veto ai singoli Stati membri, con il rischio di paralizzare continuamente le decisioni di maggiore rilievo. Per fare un esempio, nel corso del conflitto, l’Ungheria di Orbán ha sistematicamente posto il suo veto alle decisioni politiche e proposte di aiuti finanziari e militari a favore di Kiev, fino a quando non ha ottenuto in cambio lo sblocco dei fondi comunitari congelati a lei spettanti. Si tratta di una situazione insostenibile nel lungo periodo. 

Analizzando le conseguenze di un eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, bisogna tener conto di molti fattori, fra cui il suo PIL pro capite che, essendo molto più basso rispetto alla media dei Paesi europei, consentirebbe a Kiev di essere beneficiaria di ingenti fondi comunitari. L’Ucraina ha un enorme potenziale nel settore agricolo. Questo elemento potrebbe creare dei problemi di concorrenza soprattutto nei rapporti con i Paesi dell’Europa Orientale, in primis la Polonia i cui agricoltori si sono recentemente opposti all’importazione di grano ucraino in virtù dei prezzi ridotti negoziati da Kiev.  

Credo comunque che su un piano generale, l’eventuale futuro ingresso dell’Ucraina nell’UE comporterà soprattutto benefici. L’Ucraina, come anzidetto, sta combattendo per l’affermazione dei valori europei di libertà e democrazia e darà dunque nuova linfa vitale ed entusiasmo ad un’Unione Europea che dovrà essere rafforzata soprattutto nella sua dimensione politica. Inoltre, Kiev ha significative capacità militari poiché è l’unico Paese al mondo in grado di padroneggiare simultaneamente decine di sistemi d’arma diversi dei Paesi della NATO e dell’ex blocco sovietico. L’Ucraina sarebbe quindi in grado di dare un contributo importante al rafforzamento delle capacità di sicurezza e difesa dell’Europa. 

Parliamo di un Paese che possiede una forza lavoro con un ottimo livello di istruzione, con un grande potenziale nel settore agricolo grazie all’abbondanza delle fertili terre nere, in possesso di molti minerali rari, con un know-how importante nei settori industriale, minerario e metallurgico oltre ad un settore digitale in rapido sviluppo. Infine, l’Ucraina potrebbe portare grossi benefici nel settore energetico grazie alle sue centrali nucleari, alle riserve idriche, e alle riserve di gas, che la posizionano al terzo posto in Europa dopo Norvegia e Gran Bretagna, nonché con grosse potenzialità per lo sviluppo delle energie rinnovabili
L’Italia può svolgere un ruolo importante nella futura ricostruzione del Paese: i rapporti bilaterali sono eccellenti, e nel 2025 il nostro Paese ospiterà la conferenza internazionale sulla ricostruzione ucraina. Già oggi l’Italia detiene il terzo interscambio con Kiev tra i Paesi dell’UE, dopo Polonia e Germania, con le nostre esportazioni basate principalmente sui macchinari ed i prodotti tipici del made in Italy. Italia e Ucraina hanno economie pienamente complementari con ottime opportunità di sviluppare una collaborazione bilaterale nei settori agroindustriale, delle infrastrutture, della logistica, dell’industria della difesa, delle energie rinnovabili, dello spazio e della sanità.


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