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16/04/2026
Stati Uniti e Nord America

Federal Reserve e regime change: il caso Kevin Warsh

di Daniele De Benedictis

La barzelletta di Mario Draghi è emblematica della percezione che l’opinione pubblica ha della figura del banchiere centrale. La storiella gioca sul fatto che qualità intrinseca e necessaria per ricoprire tale ruolo sia (spoiler) l’assenza di cuore. Nella realtà dei fatti l’esercizio della professione di Banchiere Centrale è spesso considerata un’arte invece che il piatto attenersi a schemi codificati. È bene ricordare come, di frequente, i banchieri centrali facciano politica monetaria mediante discorsi pubblici, la cui efficacia nel guidare le aspettative è tanto più alta quanto più gli stessi sono autorevoli. Non è di buon auspicio, quindi, l’incertezza che avvolge la nomina del futuro governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh, l’uomo che a luglio individuò nel “regime change” la risposta alla gestione di Powell della Banca Centrale statunitense.

La barzelletta di Mario Draghi è emblematica della percezione che l’opinione pubblica ha della figura del banchiere centrale. La storiella gioca sul fatto che qualità intrinseca e necessaria per ricoprire tale ruolo sia (spoiler) l’assenza di cuore. Nella realtà dei fatti l’esercizio della professione di Banchiere Centrale è spesso considerata un’arte invece che il piatto attenersi a schemi codificati. È bene ricordare come, di frequente, i banchieri centrali facciano politica monetaria mediante discorsi pubblici, la cui efficacia nel guidare le aspettative è tanto più alta quanto più gli stessi sono autorevoli. Non è di buon auspicio, quindi, l’incertezza che avvolge la nomina del futuro governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh, l’uomo che a luglio individuò nel “regime change” la risposta alla gestione di Powell della Banca Centrale statunitense.

In un momento di continue tensioni a livello globale, la nomina del nuovo Presidente della Fed, Kevin Warsh, si è costantemente complicata. La scelta imposta da Trump è certamente volta alla discontinuità con la precedente gestione della Banca Centrale statunitense. Si capirà in che termini verrà raggiunto il nuovo equilibrio tra l’Amministrazione e l’istituzione per antonomasia indipendente e aliena da ingerenze politiche, anche se, tale ultimo assunto, è in questo momento storico messo fortemente in discussione. Ad oggi, secondo un’impostazione data-dependent, il taglio dei tassi d’interesse, che farebbe contento il Presidente degli Stati Uniti, è da escludersi, ma Warsh sembra essere stato scelto proprio per questo motivo: ha delle convinzioni e le persegue, prescindendo da dati e statistiche. 

Il “mezzo falco” Kevin Warsh

Il 30 gennaio, sul social Truth, compare un post di Trump che annuncia la nomina di Kevin Warsh quale prossimo Governatore della Federal Reserve. Tale nomina rappresenta tra le scelte più significative in capo all’Amministrazione, per l’importanza del ruolo e l’impatto che avrà – lato sensu – sull’economia statunitense. Powell, attuale presidente della Fed, terminerà il proprio mandato a maggio e gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da uno scontro istituzionale a cui non si era mai assistito in precedenza. Il picco di conflittualità è stato raggiunto a gennaio, quando è stata resa pubblica la notizia dell’apertura di un’indagine da parte del Dipartimento di Giustizia sul Presidente della Fed riguardo alle spese sostenute dalla Banca Centrale per le ristrutturazioni in corso. 

Classe 1970, Kevin Maxwell Warsh ha prevalso su altri possibili candidati, tra cui Kevin Hassett, direttore del National Economic Council. Warsh ha un solido curriculum universitario (laurea alla Stanford University e Juris Doctor alla Harvard Law School) ma, a differenza di molti economisti, non ha optato per una carriera accademica, scegliendo la via della borsa. Dopo aver lavorato lungamente per Morgan Stanley, diventandone Vicepresidente e Direttore esecutivo, nel 2002 entra alla Casa Bianca come assistente speciale per la politica economica. Nel 2006, a soli 35 anni, il presidente George W. Bush lo sceglie per ricoprire un ruolo vacante nel board della Fed. In virtù dei rapporti intrattenuti con il mondo di Wall Street, nel 2008 Ben Bernanke, l’allora Presidente della Fed,  gli assegnò un ruolo di primo piano nella strategia di gestione della crisi finanziaria.  Warsh è legato a livello personale a Trump, essendo sposato con la figlia di Ronald Lauder, amico stretto e grande finanziatore del Presidente. 

Il profilo di Warsh è difficilmente ascrivibile a categorie predeterminate, per questo viene descritto come un “mezzo falco. Guardando alla sua storia, nel 2011 lasciò il board della Fed, non condividendo il secondo round di quantitative easing. Viene indicato come un personaggio che all’interno del board è sempre stato a bordocampo a sottolineare il proprio dissenso e, una volta fuori dall’istituzione, ha continuato – fino ad oggi – a criticarne strutturalmente l’operato. A partire dal secondo mandato presidenziale di Trump, Warsh ha cambiato notevolmente atteggiamento. Accanto alla visione da lui sempre sostenuta per cui il bilancio della Fed dovesse essere ridotto, ha ribadito più volte che i tassi di interesse (Federal Funds Rate) andassero abbassati ulteriormente, allineandosi alla visione trumpiana della gestione della politica monetaria. Secondo Catherine Rampell del New York Times, però, più che una visione non convenzionale in materia di politica monetaria, sembra che Warsh sia più restrittivo (cioè favorevole ad alzare i tassi di interesse e rallentare l’economia) quando alla Casa Bianca c’è un Presidente democratico e più permissivo (cioè favorevole a tassi bassi e a un’economia “calda”) rispetto a quando governa un Repubblicano, con cui è politicamente più allineato.  L’economista premio Nobel Paul Krugman descrive l’atteggiamento di Warsh con il concetto di weathervane economics, indicando, senza mezzi termini, un approccio economico che cambia direzione a seconda del “vento” politico. 

Robert Armstrong, analista del Financial Times, lo paragona al cane che ha appena acchiappato la macchina (dopo averla rincorsa lungamente ndr). Dopo un lungo periodo trascorso all’esterno dell’istituzione, criticandone aspramente l’operato, sarà chiamato ad assumersi la responsabilità delle decisioni prese. È ben noto che le posizioni assunte in “fase di candidatura” cambino notevolmente rispetto a quando le conseguenze delle proprie scelte determinino in maniera diretta l’andamento dell’economia americana. Forse è proprio l’essenza politica di Warsh che lo aiuterà a portare a termine, se la nomina verrà confermata dal Senato, l’arduo compito di districarsi dalle pressioni che riceverà da Trump – che avendolo nominato, prevede di avere una forte influenza su di lui- circa il taglio dei tassi, avendo già minacciato (scherzando, forse) di citarlo in giudizio se non si fosse sbrigato ad abbassarli

L’indipendenza della Fed e il caso Powell

Nonostante sia stato lo stesso Donald Trump a nominare l’attuale Presidente della Fed, Jerome Powell, poi confermato durante l’Amministrazione Biden, le relazioni tra i due nel corso dell’ultimo anno si sono, per utilizzare un eufemismo, acuite. Il picco è stato toccato lo scorso gennaio, suscitando forti reazioni anche nel mondo repubblicano, quando il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine nei confronti di Powell. Nel corso del tempo quest’ultimo aveva mantenuto un comportamento remissivo nei confronti delle angherie di Trump, smorzando gli attacchi e non entrando in conflitto diretto con il Presidente degli USA. Bene, quel periodo è ora finito. Dopo la formalizzazione dell’apertura dell’inchiesta per presunte irregolarità nel progetto di ristrutturazione della sede centrale della Fed, Powell, mediante un video sul canale social della Banca Centrale, ha affermato esplicitamente che il presidente Trump sta cercando di accentrare i poteri, cancellando l’indipendenza dell’istituzione che governa la politica monetaria e il sistema bancario statunitense. Il punto centrale è uno: l’utilizzo politico del Dipartimento di Giustizia per fare pressione sui soggetti non allineati, pressione il cui scopo ultimo è sempre il taglio dei tassi di interesse.

Sulla pretestuosità dell’indagine non sembrano esserci dubbi. Una conferma arriva dal giudice federale James Boasberg, che, bloccando i mandati emessi dal Dipartimento di Giustizia, afferma esplicitamente come il caso sia stato creato con il principale intento di mettere pressione a Powell affinché si pieghi alle volontà di Trump o si dimetta, aprendo la strada al processo di nomina del suo successore. Sulla decisione si è espressa Jeanine Pirro, US Attorney per il District of Columbia, manifestando la volontà di appellare la decisione, definendo Boasberg un “giudice attivista”.   Il modus operandi adottato dal DOJ ricalca il caso che durante l’estate aveva avuto come protagonista la governatrice Cook.  

L’elemento di novità rispetto al passato è la reazione di parte del mondo repubblicano all’indagine nei confronti di Powell, causando non poche preoccupazioni all’Amministrazione. Il dissenso circa l’apertura dell’indagine si è diffuso anche tra coloro che hanno fortemente criticato l’operato del Presidente della Banca Centrale e che fino a qualche tempo fa ne chiedevano le dimissioni, anticipatamente rispetto alla scadenza naturale del mandato. Il senatore repubblicano Kevin Cramer, che ha ribadito il suo pessimo giudizio su Powell, inclusa la fuorviante testimonianza davanti al Congresso circa i lavori di rinnovamento della Fed, ha anche affermato che: “If we were to do an indictment on everybody that’s elusive in front of Congress, we’d have to build a couple new penitentiaries”. 

L’ostacolo più grande è rappresentato dal senatore repubblicano del North Dakota Thom Tillis, che ha affermato che non procederà a votare a favore del successore di Powell fino a che non si risolverà la questione giudiziaria in corso. L’organo competente per la ratifica della nomina del Presidente della Fed è la Banking Committee del Senato, attualmente composta da 24 senatori, 13 Repubblicani e 11 Democratici. Ove Tillis votasse contro la ratifica, considerati i voti contrari dei Democratici, si assisterebbe a una situazione di stallo. Anche l’eventuale tentativo di bypassare la Commissione, portando la questione direttamente al Senato, sarebbe vano per i Repubblicani, poiché per ratificare la nomina avrebbero bisogno di 60 senatori e secondo lo stesso Tillis: it wouldn’t get 51”. 

È quindi il repubblicano Thom Tillis il baluardo a difesa della Fed, la cui perdita di indipendenza, secondo lo stesso senatore, potrebbe produrre conseguenze economiche disastrose. Tillis sta conducendo la trattativa con l’Amministrazione da una posizione negoziale di forza. Considerato che non tenterà di essere rieletto, non ha alcun interesse in un endorsment del Presidente e del suo appoggio politico in vista delle elezioni di midterm di novembre. L’ultimo tentativo di mediazione sembra essere avvenuto in un incontro a porte chiuse con i senatori repubblicani. Nella riunione privata il segretario del tesoro Scott Bessent ha proposto che potesse essere la Banking Committee stessa a condurre l’indagine nei confronti di Powell invece che il Dipartimento di Giustizia. Tale proposta consentirebbe a Trump di avere la sua indagine sui costi della ristrutturazione della Fed e a Powell di non essere sottoposto a un’indagine avente carattere penale per la testimonianza fatta davanti al Congresso la scorsa estate. Tillis non ha commentato la proposta, ma fonti interne alla Commissione si direbbero molto stupite nel caso in cui il senatore repubblicano accettasse. Venerdì 13 febbraio, Tillis ha però commentato la decisione di Boasberg, dicendo come essa sia la conferma di quanto l’indagine penale sia “debole e frivola”, “It is nothing more than a failed attack on Fed independence”. Volendo sbilanciarsi in un’analisi, la nomina di Warsh non è a rischio, ma si sbloccherà solo quando il presidente Trump chiamerà il DOJ chiedendogli personalmente di fare un passo indietro sull’indagine nei confronti di Powell. Per quanto riguarda la futura postura di Warsh, in quanto “bestia politica”, assumerà vesti istituzionali di convenienza. Asseconderà Trump, ma lo farà ben consapevole che a novembre si svolgeranno le elezioni di midterm. Non potrà, quindi, rendersi indigesto all’altra famiglia politica, i Democratici. Lo scoppio della guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz impongono uno stand-by sulla decisione – già di difficile fattura – circa eventuali tagli dei tassi d’interesse. Le conseguenze inflattive dell’aumento del prezzo di petrolio e gas sono attualmente incalcolabili e, secondo il FedWatch Tool di CME Group, i mercati attribuiscono attualmente una probabilità di oltre il 70% al mantenimento dei tassi di interesse invariati da parte della banca centrale fino a fine anno. Mediare tra le ingerenze della politica e la stabilità del sistema economico statunitense sarà un compito molto complesso e ci si aspetta che per attraversare il mare in tempesta, ove ne venisse confermata la nomina, Warsh non dovrà in alcun modo perdere il profilo istituzionale che tutti si aspettano da un banchiere centrale, dal cuore duro o meno.