Con la scadenza del New START, scompare l’ultimo accordo ancora in vigore del regime vincolante di controllo degli armamenti nucleari tra Washington e Mosca. In un momento di alta tensione internazionale, di riarmo e di ridefinizione delle alleanze, la riduzione del rischio nucleare non è più un obiettivo scontato.
Il New Strategic Arms Reduction Treaty (New START) è stato firmato l’8 aprile 2010 a Praga dagli Stati Uniti e dalla Russia ed è entrato in vigore il 5 febbraio dell’anno dopo. Esso sostituiva il Trattato START 1, scaduto il 5 aprile 2009, e il Strategic Offensive Reductions Treaty (SORT) del 2002, terminato nel 2012. Il trattato si inseriva nel quadro della limitazione alla proliferazione nucleare iniziata negli anni ’70, ovvero nel momento di massima proliferazione mai raggiunto nella storia. Il trattato fissava dei limiti alle armi strategiche che Stati Uniti e Russia erano tenuti a raggiungere entro il 5 febbraio 2018, obbligandoli poi a rispettarli fino alla scadenza del trattato. Il 5 febbraio 2026 il trattato è scaduto e non è stato rinnovato né ne è stato siglato uno nuovo. Era l’ultimo trattato bilaterale rimasto a disciplinare gli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti, che detengono il 90% delle armi nucleari mondiali. La fine del New START lascia incognite enormi sul futuro della proliferazione nucleare delle due potenze e non solo.
Che cosa prevedeva il trattato
Il New START costituiva il principale strumento giuridicamente vincolante di controllo degli armamenti nucleari strategici a raggio intercontinentale ancora operativo. Esso si inseriva nella tradizione bilaterale di arms control avviata durante la Guerra fredda, con l’obiettivo di ridurre i rischi di instabilità strategica derivanti da proliferazione nucleare incontrollata e dalla non condivisione di informazioni riguardo agli arsenali nucleari. Il trattato disciplinava puntualmente le dimensioni massime delle forze nucleari strategiche offensive delle due parti, introducendo limiti quantitativi verificabili sui principali vettori e sulle testate nucleari dispiegate.
Il framework temporale in cui è stato firmato era un momento di sostanziale cooperazione fra Stati Uniti e Russia, con l’Amministrazione Obama concentrata sul coinvolgimento del governo russo nel perseguimento di obiettivi di politica estera di interesse comune. Più in generale, l’Amministrazione Obama promosse il cosiddetto “reset”, volto a migliorare le relazioni con la Russia che erano particolarmente tese dopo la guerra tra Mosca e la Georgia del 2008.
Entrando nello specifico, il New START stabiliva un tetto massimo al numero di missili balistici intercontinentali e missili balistici lanciati da sottomarini dispiegati, nonché ai bombardieri pesanti equipaggiati per armamenti nucleari, fissando tale limite a 700 sistemi complessivi. A questo si affiancava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate, conteggiate sui vettori balistici e sui bombardieri pesanti operativamente schierati; in quest’ultimo caso, ciascun bombardiere veniva contabilizzato come una singola testata, indipendentemente dalla sua effettiva capacità di carico. Tale scelta riconosceva il ruolo relativamente meno destabilizzante dei bombardieri rispetto ai missili balistici, in ragione di tempi di impiego più lunghi e della loro maggiore vulnerabilità.
L’ambito di applicazione del New START riguardava l’intero arsenale nucleare strategico a raggio intercontinentale sia di Washington che di Mosca, includendo tutte le testate in grado di colpire il territorio della controparte in tempi molto ridotti. Tra questi rientravano anche i sistemi di nuova generazione sviluppati da Mosca, come il veicolo planante ipersonico Avangard e il missile balistico intercontinentale pesante Sarmat, se equipaggiati con testate nucleari strategiche. L’obiettivo del trattato è assorbirne l’impatto strategico-qualitativo attraverso limiti quantitativi che impediscono un’espansione incontrollata dell’arsenale. Un elemento centrale del trattato era la flessibilità concessa a ciascuna parte nella determinazione della propria struttura di forze. Stati Uniti e Russia mantenevano piena autonomia nel decidere la composizione e la distribuzione dei propri vettori nucleari strategici, pur nel rispetto dei limiti generici imposti dal trattato.
A rafforzare la credibilità del trattato vi era poi un esplicito sistema di verifica e trasparenza, che rappresentava un pilastro fondamentale per la credibilità e il funzionamento dello stesso. Il New START prevedeva ispezioni in loco, un sistema di informazioni telemetriche tramite il quale le parti si scambiavano informazioni annuali su lanci di missili balistici intercontinentali (ICBM) e missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM), notifiche di veicoli di consegna e lanciatori strategici, l’istituzione di una banca dati condivisa costantemente aggiornata e la creazione della Bilateral Consultative Commission, che si riuniva due volte all’anno e che serve a risolvere eventuali controversie interpretative.
L’attuale contesto internazionale, segnato anche dall’erosione della stabilità strategica e da una crescente competizione tra grandi potenze, è difficilmente gestibile e prevedibile senza un sistema giuridico vincolante sul tema della proliferazione nucleare.
Perché regolamentare la proliferazione nucleare è importante
Nel 2023, il Dipartimento di Stato statunitense affermava che il New START “rafforza la sicurezza nazionale degli Stati Uniti imponendo limiti verificabili a tutte le armi nucleari a raggio intercontinentale dispiegate dalla Russia”. Il New START era il sesto accordo bilaterale sul controllo degli armamenti strategici e come i precedenti cercava di fornire prevedibilità e stabilità nell’evoluzione degli arsenali, inoltre, esso era considerato un passo fondamentale per l’attuazione dell’Articolo VI del Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons (NPT).
L’importanza del Trattato di non proliferazione nucleare e del sistema di salvaguardia ad esso associato, risiede innanzitutto nella sua capacità di affrontare una contraddizione strutturale dell’era nucleare: la diffusione della tecnologia atomica a fini civili in un contesto in cui la stessa tecnologia può essere rapidamente riconvertita a usi militari. Fin dagli anni ‘70, il regime di non proliferazione ha tentato di limitare questa doppia valenza con l’uso di vincoli normativi, controlli e incentivi politici, di modo che la proliferazione risultasse svantaggioso per gli Stati. Il successo del TNP non si misura soltanto nel contenimento della proliferazione orizzontale, ma anche nella creazione di una norma condivisa secondo cui l’energia nucleare civile deve essere accompagnata da trasparenza, verificabilità e accettazione di vincoli internazionali. Il sistema di salvaguardia dell’AIEA ha poi svolto in questo senso un ruolo cruciale, offrendo agli Stati non dotati di armi nucleari la possibilità di dimostrare la natura pacifica delle proprie attività. Ciò conferma che la non proliferazione è innanzitutto una questione politica e di sicurezza, più che tecnica: la presenza di uranio o di impianti nucleari non è di per sé pericolosa, mentre l’assenza di vincoli e di controlli condivisi aumenta i rischi strategici.
Questa logica trova un chiaro parallelismo nel contesto del New START, come evidenziato nell’analisi dell’ex amministratore della National Nuclear Security Administration, Frank Klotz. Dal punto di vista militare un regime di controllo degli armamenti offre vantaggi concreti, perché riduce i livelli di incertezza sulle capacità effettive e sulla struttura dell’arsenale nemico e permette una consequenziale pianificazione più razionale delle proprie forze. Avere certezze sulle capacità nemiche permette infatti di evitare spese eccessive per l’intelligence o per il ridislocamento delle risorse. Pur riconoscendo asimmetrie fattuali come la superiorità russa nelle armi non strategiche o lo sviluppo di nuovi sistemi non coperti dal trattato, Klotz evidenzia che l’unico accordo verificabile esistente resta fondamentale per la gestione del rischio strategico.
Secondo il Doomsday Clock mancano 85 secondi a mezzanotte
Con la decisione degli Stati Uniti nel 2019 di ritirarsi dal Intermediate-Range Nuclear Force Treaty, il New START era l’unico accordo ancora in vigore. La Russia aveva dato segnali di apertura per l’avvio di negoziati per un nuovo accordo a settembre 2025, ma l’Amministrazione Trump non ha ancora risposto formalmente. Sebbene non ci siano indicatori che Russia o Stati Uniti abbiano intenzione di avviare un programma di rinnovata proliferazione nucleare, la fine dell’ultimo accordo sul controllo degli armamenti arriva in un momento di alta tensione internazionale. La Cina e la Russia stanno infatti espandendo i loro arsenali strategici, con Pechino che ha modernizzato ed espanso il suo arsenale più velocemente di qualsiasi altra potenza nucleare e il Presidente russo Vladimir Putin ha minacciato più volte la possibilità dell’uso del nucleare nella guerra in Ucraina. Inoltre, come sottolineato dal Bulletin of the Atomic Scientists, il ritmo di smantellamento delle testate nucleari ha subito un rallentamento significativo negli ultimi anni: mentre negli anni ’90 gli Stati Uniti smantellavano in media più di 1.000 testate nucleari all’anno, nel 2023 ne hanno smantellate solo 69, segnando il numero più basso dagli anni ’90 e nel 2025, Russia, Cina, Stati Uniti e altri grandi Paesi sono diventati sempre più aggressivi, antagonisti e nazionalisti. In più, è evidente che meno trasparenza sull’uso militare dell’energia atomica porterà a incertezza, potenziale escalation del riarmo e a un minor numero di comunicazioni tra Russia e Stati Uniti. Dall’altra parte, la fine del regime di controllo degli armamenti così come era stato architettato negli anni ’70, non segna automaticamente l’inizio di una nuova corsa al riarmo, né esclude che si possa creare un regime nuovo di limitazione alla proliferazione, sia orizzontale che verticale. Inoltre, attualmente, l’uso delle armi atomiche è fortemente influenzato dalla no-first-use policy, che assicura in linea teorica che le maggiori potenze atomiche si impegnano a non fare ricorso per primi al nucleare.
Il meccanismo che sta alla base della proliferazione nucleare è di azione-reazione, in cui una parte decide di mobilitarsi come risposta alle precedenti mosse dell’altra, aumentando di fatto la possibilità di escalation. Storicamente, il controllo degli armamenti è stato lo strumento per gestire questa competizione strategica, configurandosi come una sorta di patto tra le parti: pur continuando a competere e a ricercare un vantaggio strategico, esse accettano i limiti. Però, come ricordato dall’ex funzionario del Dipartimento di Stato americano Tom Countryman, gli accordi di controllo degli armamenti non sono una concessione unilaterale, ma una componente essenziale della sicurezza nazionale statunitense, perché offrono benefici concreti in termini di trasparenza, prevedibilità e riduzione del rischio. Per questo, la fine del New START potrebbe non essere la conclusione definitiva del controllo degli armamenti, ma una possibile fase di transizione. Rose Gottemoeller, capo della delegazione del New START, ha descritto questi momenti come potenziali finestre di opportunità, sottolineando come un eventuale nuovo accordo dovrebbe riflettere la specificità dell’attuale fase politica e strategica, anche perché il controllo degli armamenti procede storicamente in modo “spasmodico”, per cicli e ondate e dipende fortemente dalla situazione in essere. Le ripetute aperture di Trump verso un accordo di “denuclearizzazione” con Russia e Cina suggeriscono che, nonostante il deterioramento del contesto strategico, esista ancora spazio per approcci innovativi al controllo degli armamenti.
Anche qualora emergesse un nuovo regime di controllo degli armamenti, però, la riduzione del rischio nucleare non coinciderebbe necessariamente con una maggiore stabilità del sistema internazionale. D’altronde, il concetto di stabilità strategica è piuttosto dibattuto e soggetto a diverse variabili. Come sostiene il politologo americano Vipin Narang: “l’implicazione della stabilità strategica nucleare è il cosiddetto paradosso stabilità-instabilità. Vale a dire, una condizione di “stabilità strategica” a livello nucleare strategico disincentiva l’escalation a quel livello, e rigorosamente a quel livello, per paura di un suicidio reciproco. Ma apre spazio all’instabilità fino a quel livello, inclusa la guerra convenzionale o persino l’uso nucleare limitato”, essa non coincide necessariamente con una maggiore sicurezza internazionale, ma può creare incentivi a forme di competizione e conflitto al di sotto della soglia nucleare.

