Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
22/04/2025
Vaticano

Geopolitica Vaticana: l’eredità di Francesco nello spaccamento d’Occidente

di Francesco Petrucciano

Francesco I è stata persona complessa, molto contestata, estremamente capace. Qualcuno lo ha definito “scismatico”, associandolo nientemeno che agli ispiratori degli scismi veri (Enrico VIII e Lutero e successori). Ma non bisogna confondere cause e conseguenze e nessuna scissione della Chiesa, almeno in senso formale, ha visto la luce negli ultimi dodici anni. La divisione che la Chiesa Cattolica (quindi universale) ha subito in questo periodo va definita con un termine diverso, e molto evocato da Francesco stesso: riforma. Riforma tentata e riforma consumata, con relative consistentissime resistenze. Il rapporto sociale periferia-centro è fondamentale per comprendere la tentata progressione riformista, insieme a quello base-gerarchia. In questo senso, Francesco è stato da molti letto come un altro Giovanni XXIII. Vedremo come la cosa sia esatta “a metà”.

Francesco I è stata una persona complessa, molto contestata, estremamente capace. Qualcuno lo ha definito “scismatico”, associandolo nientemeno che agli ispiratori degli scismi veri (Enrico VIII e Lutero e successori). Ma non bisogna confondere cause e conseguenze e nessuna scissione della Chiesa, almeno in senso formale, ha visto la luce negli ultimi dodici anni. La divisione che la Chiesa Cattolica (quindi universale) ha subito in questo periodo va definita con un termine diverso, e  molto evocato da Francesco stesso: riforma. Riforma tentata e riforma consumata, con relative consistentissime resistenze. Il rapporto sociale periferia-centro è fondamentale per comprendere la tentata progressione riformista, insieme a quello base-gerarchia. In questo senso, Francesco è stato da molti letto come un altro Giovanni XXIII. Vedremo come la cosa sia esatta “a metà”.

Come Giovanni XXIII, Francesco non nasce dal nulla. E’, come tutti, un prodotto di un ambiente che lo ha generato e preparato. Appoggio al capitalismo inclusivo, particolari scelte finanziarie, il cambiamento rispetto al passato nelle relazioni con Mosca hanno significati specifici.

Le riforme francescane, oltre a determinare conseguenze interne alla Chiesa, sono a loro volta un prodotto della frammentazione dell’Occidente, che sta maturando conseguenze sempre più significative in senso politico e culturale nel corso dell’ultimo anno. La visita di re Carlo in Italia “estesa” in Vaticano, finalizzata a celebrare il suo aninversario di matrimonio (sorrido mentre scrivo) e quella di poco successiva, anche essa “estesa”, del vicepresidente Vance, sono rifllesso di questa spaccatura occidentale. Dove è intesa a situarsi la Santa Sede in questo contesto

DA BENEDETTO A FRANCESCO

Il papato del predecessore di Francesco, Benedetto XVI, non era gradito ad alcuni ambienti negli Stati Uniti. La visione conservatrice (in senso teologico) di Ratzinger aveva spinto alti esponenti del Partito Democratico (H. Clinton ed altri) ad esprimersi in alcune conversazioni rieservate, poi in vario modo rese note, per auspicare una rinnovmento in Vaticano in senso riformista – ovvero promuovendo un cambio al vertice -. Perchè? La questione è, inter alia, elettorale. 

La Chiesa Cattolica ha una dimensione politica, una finanziaria, un’altra sociale. Le prime due vivono in funzione della seconda, viste la natura e la funzione della Chiesa. Questa sarebbe chiamata ad essere ovunque la stessa, ad applicare la stessa legge e aproporre la stessa interpretazione delle sue fonti attraverso una gerarchia unica. La realtà è profondamente diversa: se la teologia non cambia con la geografia, le basi della Chiesa (i suoi fedeli) vivono in contesti culturali e politici non omogenei e questo provoca forti conseguenze sulle scelte di appartenenza politica. Basti pensare a quanto la visione del fenomeno migratorio e la conversione di cattolici ad altre confessioni cristiane abbia un valore tanto religioso quanto politico.

ODDICENTE, OCCIDENTI: AMERICHE

Nelle Americhe, ad esempio, la religione è elemento profondamente politico sin quando inizió la colonizzazione europea. In questo contesto, la tradizionale lettura di un Nord continentale a maggioranza protestante ed un Sud latino e inteso come squisitamtente cattolico non è piú vera.

Innanzitutto, nel Sud Paesi come il Brasile hannno subìto l’azione, molto efficace e di matrice statunitense, delle Comunità protestanti più ambiziose: gli evangelici hanno prodotto conversioni di masse considerevoli a forme di fede e culto piú idonee a fiancheggiare gli Stati Uniti nei contesti della politica internazionale: un prodotto di quest’ azione si chiama Jair Bolsonaro.

Negli  Stati Uniti è avvenuto l’opposto: oltre al grande cambimento di base elettorale dovuto alle migrazioni, si sono generati spaccamenti interni alle comunità cattoliche. Il conservatorismo ratzingeriano accettava la sopravvivenza di una Chiesa di pochi, realmente fedeli alla Parola, sebbene in numero assolutamente ridotto: era il predominare del rigore della forma teologica sulle dinamiche evolutive di carattere storico, considerate un elemento meramente materiale e potenzialmente deviante. Era il pensiero del “picolo resto” di Walter Vogels.

Ratzinger difendeva quindi l’ortodossia nel tormentato periodo del tentativo “Dem” di approccio all’Islam (ricordiamo il discorso di Obama ad Al Azhar), in occasione dei sommovimenti in Africa settentrionale (le cosiddette primavere arabe – ricordiamoci del discorso di Ratisbona) puntando piuttosto alla molto piú affine Chiesa Ortodossa: questo avrebbe significato in senso geopolitico finire a Mosca e terminare in senso religioso l’incubo anglosassone della fusione euroasiatica germano-russa.

Rapide manovre finanziarie si sarebbero presto incaricate di scongiurare il problema. A febbraio 2013, dopo aver confessato che la sua autorità terminava alla porta del suo studio, Benedetto XVI viene probabilmentmentre anche a conoscenza del fatto che l’Istituto per le Opere di Religione viene escluso dal circuito Swift. Intende in quesl momento che l’età avanza e pronuncia di rinunciare al suo ministerium.

Con Francesco la cosa si legge al contrario. Indipendentemente dalle sue ragioni teologiche e religiose, forse nemmeno contrarie in se ad un certo accoglimento del divenire storico nella dotrina (si parla di un esponente dell’estrema sinistra gesuitica), questi ha puntato all’aggregazione delle masse degli “alternativi”: diseredati, minoranze, e quanto devía del modello occidentale, ovvero il Sud globale dal quale egli stesso derivava. E lo fa in senso politico.

Francesco fu appoggiato in conclave anche dal voto dei Cardinali americani, i quali prospettavano in lui il primo rappresentante in cattedra del Nuovo Continente. L’idea era quella di trasformare la trazione cattolica rendendola maggiormente affine ad una visione riformista. Il che è successo, ma verso una direzione estrema, dunque terzomondista. In particolare questo è avvenuto in un senso molto conciliante col fenomeno migratorio, del diritto al ricercare una vita migliore. Francesco non avrebbe potuto essere piú distinto dal suo precedessore, che invece sottolineava come fra i diritti esistesse quello a non migrare, a non abbandonare le proprie radici. 

Gli Stati Uniti hanno quindi spinto nell’elezione di un Papa distinto da Josif Ratzinger per poter usare la leva sociale ottenendo il risultato di cui sopra. Si cercava di abbattere il modello ratzingeriano di conservazione di una Chiesa di minore dimensione ma ancorata alla teologia e si è finito con l’ottenere un risultato sì gradito in America, ma ad ambienti vicini al Partito Democratico.    

Francesco I ha infatti stabilito, in questo suo periodo di governo molto riformatore, contatti fruttuosi con il Forum Economico Internazionale (WEF), inviando un messaggio al suo Presidente Essecutivo K. Schwab, e con diverse miultinazionali del farmaco e della finanza, sempre nell’ottica di difendere la visione – a lui molto cara – del “capitalismo inlcusivo”.

Jorge Mario Bergoglio aveva consapevolezza del fatto che invece i conservatori statunitensi non lo volessero affatto. E non ne faceva mistero dal 2021, come è facile verificare anche da fonti aperte. J.D. Vance è stato l’ultimo leader internazionale a visitarlo, pochi mesi dopo aver pronunciato alla Conferenza di Monaco un discorso profondamente impregnato della pessima visione che questa Amminsitrazione statunitense ha dell’Europa. In quel discorso, Vance aveva menzionato un solo Papa: Giovanni Paolo II, non facendo a Bergoglio (peraltro ammalato) nemmeno riferimento. Difficile sarebbe stato essere piú efficaci nella comunicazione. Vance è un cattolico tradizionalista.

EUROPA 

Francesco ha finito per catalizzare intorno a sè la grande forza dei cardinali tedeschi cosiddetti riformatori, ovvero maggiormente vicini alle istanze dell’adeguamento della Chiesa alle istanza della societá, in contrapposizione – paradosso dei paradossi – proprio ad un precedente Papa tedesco che invece tendeva ad una intellettualità latinità forse molto rara perfino nella sua Baviera. Come asseriva Von Balthasar, oltralpe sono tutti protestanti, anche i cattolici: la Germania propone infatti, da sempre, una scissione tanto profonda dalla visione tradizionale da aver forgiato l’espressione “scontro fra Reno e Tevere”. La Germania è pur sempre la patria di Lutero.

Carlo III è sovrano di uno Stato e di una Chiesa. Gli inglesi non amano definirsi europei, ma Sua Maestà ha fatto tanti riferimenti all’appartenenza (culturale) del Regno all’Europa che ci si puó sentire autorizzati ad includerli nel continente. Carlo è affine ai riformisti statunitensi nelle questioni di cui sopra. Ha potuto esprimersi in questo senso solo dopo la morte della madre, distantissima da talune questioni che invece vedono il Re entusiasta sostenitore. E sopratutto, Re Carlo è felice di compiacersi di un Papa che, pur guardando ad Est, non lo fa verso Mosca come faceva il suo predecessore Benedetto.

IL CENTRO. FRANCESCO I E GIOVANNI XXIII: DETERMINARE CAMBIAMENTI STRATEGICI

Il centro della Chiesa è la Chiesa stessa. Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio Vaticano II con una “umile iniziativa”, pur ispirata a Pontfici precedenti, basandosi sui bisogni della Chiesa e percependo il Concilio come una volontà divina, e pur convocandolo in modo totalmente inaspettato…così si legge dal sito della Santa Sede. A chi scrive, questo spirito d’iniziativa ricorda profondamente le riforme “dal basso” tentate da Francesco. In effetti, le somiglianze fra le due sono moltissime, e coincidono anche in una somiglianza fisica davvero notevole assunta dall’ultimo Pontefice in occasione dei suoi ultimi giorni di agonia. Francesco aveva una volta addirittura già anticipato in un futuro “Giovanni XXIV” il suo successore in un viaggio che non ha potuto compiere. Difficilisismo pensare che la cosa non abbia un significato. 

Giovani XXIII era stato iniziatore di una riforma che avebbe cambiato il volto della Chiesa in modo irreversibile, ammorbidendo il senso della gerarchia, cambiando in senso non solo formale la liturgia ed il linguaggio della Chiesa, isprandosi forse a quel “leges ab omnibus intellegi debent” che avevano ispirato diversi altri grandi riformatori del secolo, come Atatürk in Turchia, coi quali aveva qualcosa in comune. Francesco pone altri semi per lal maturazione delle sue riforme, formalmente non maturate pienamente nel suo governo: sono la maggioranza assoluta dei nominati nel Collegio Cardinalizio, che renderà difficile che a governare non ci sia, che scelga questo nome o no, Giovanni XXIV.   

CONCLUSIONIFrancesco si è poggiato “sulle spalle dei giganti”, un po’ come Newton. I suoi giganti sono stati Matteo Ricci, fondatore dell’Ordine del quale incarna le caratteristiche piú intime, e Giovanni XXIII, riformatore di una Chiesa affine a quegli ambienti che lo hanno formato, proposto e fatto maturare durante la sua ascesa nelle carriere ecclesiastiche. Da governante della Chiesa ha assunto posizioni che lo hanno posto in direzione contraria rispetto al suo precedessore, invertendo forse talvolta la relazione fra divenire storico e dottrina – della quale, e non solo di quella cattolica, era comunque estremo conoscitore -. Ha fatto maturare lo spirito gesuita al suo massimo sovvertendo le regole stesse dell’Ordine ed assumendo, debitamente dispensato, cariche quali l’Arcivescovado. Poi, arrivando al Soglio, ha compiuto il simbolico atto di trasformare il nero in bianco, realizzando l’unitá degli opposti. Molto si comprenderà in futuro di una figura molto sofisticata, figlio ed artefice dei movimenti distruttivi e costruttivi interni all’Occidente che ha provato a governare con spirito paterno e magistrale. 

Francesco I è stata persona complessa, molto contestata, estremamente capace. Qualcuno lo ha definito “scismatico”, associandolo nientemeno che agli ispiratori degli scismi veri (Enrico VIII e Lutero e successori). Ma non bisogna confondere cause e conseguenze e nessuna scissione della Chiesa, almeno in senso formale, ha visto la luce negli ultimi dodici anni. La divisione che la Chiesa Cattolica (quindi universale) ha subito in questo periodo va definita con un termine diverso, e  molto evocato da Francesco stesso: riforma. Riforma tentata e riforma consumata, con relative consistentissime resistenze. Il rapporto sociale periferia-centro è fondamentale per comprendere la tentata progressione riformista, insieme a quello base-gerarchia. In questo senso, Francesco è stato da molti letto come un altro Giovanni XXIII. Vedremo come la cosa sia esatta “a metà”.

Come Giovanni XXIII, Francesco non nasce dal nulla. E’, come tutti, un prodotto di un ambiente che lo ha generato e preparato.

Le riforme francescane, oltre a determinare conseguenze interne alla Chiesa, sono a loro volta un prodotto della frammentazione dell’Occidente, che sta maturando conseguenze sempre più significative in senso politico e culturale nel corso dell’ultimo anno. La visita di re Carlo in Italia “estesa” in Vaticano, finalizzata a celebrare il suo aninversario di matrimonio (sorrido mentre scrivo) e quella di poco successiva, anche essa “estesa”, del vicepresidente Vance, sono rifllesso di questa spaccatura occidentale. Dove è intesa a situarsi la Santa Sede in questo contesto

DA BENEDETTO A FRANCESCO

Il papato del predecessore di Francesco, Benedetto XVI, non era gradito ad alcuni ambienti negli Stati Uniti. La visione conservatrice (in senso teologico) di Ratzinger aveva spinto alti esponenti del Partito Democratico (H. Clinton ed altri) ad esprimersi in alcune conversazioni rieservate, poi in vario modo rese note, per auspicare una rinnovmento in Vaticano in senso riformista – ovvero promuovendo un cambio al vertice -. Perchè? La questione è, inter alia, elettorale. 

La Chiesa Cattolica ha una dimensione politica, una finanziaria, un’altra sociale. Le prime due vivono in funzione della seconda, viste la natura e la funzione della Chiesa. Questa sarebbe chiamata ad essere ovunque la stessa, ad applicare la stessa legge e aproporre la stessa interpretazione delle sue fonti attraverso una gerarchia unica. La realtà è profondamente diversa: se la teologia non cambia con la geografia, le basi della Chiesa (i suoi fedeli) vivono in contesti culturali e politici non omogenei e questo provoca forti conseguenze sulle scelte di appartenenza politica. Basti pensare a quanto la visione del fenomeno migratorio e la conversione di cattolici ad altre confessioni cristiane abbia un valore tanto religioso quanto politico.

ODDICENTE, OCCIDENTI: AMERICHE

Nelle Americhe, ad esempio, la religione è elemento profondamente politico sin quando inizió la colonizzazione europea. In questo contesto, la tradizionale lettura di un Nord continentale a maggioranza protestante ed un Sud latino e inteso come squisitamtente cattolico non è piú vera.

Innanzitutto, nel Sud Paesi come il Brasile hannno subìto l’azione, molto efficace e di matrice statunitense, delle Comunità protestanti più ambiziose: gli evangelici hanno prodotto conversioni di masse considerevoli a forme di fede e culto piú idonee a fiancheggiare gli Stati Uniti nei contesti della politica internazionale: un prodotto di quest’ azione si chiama Jair Bolsonaro.

Negli  Stati Uniti è avvenuto l’opposto: oltre al grande cambimento di base elettorale dovuto alle migrazioni, si sono generati spaccamenti interni alle comunità cattoliche. Il conservatorismo ratzingeriano accettava la sopravvivenza di una Chiesa di pochi, realmente fedeli alla Parola, sebbene in numero assolutamente ridotto: era il predominare del rigore della forma teologica sulle dinamiche evolutive di carattere storico, considerate un elemento meramente materiale e potenzialmente deviante. Era il pensiero del “picolo resto” di Walter Vogels.

Ratzinger difendeva quindi l’ortodossia nel tormentato periodo del tentativo “Dem” di approccio all’Islam (ricordiamo il discorso di Obama ad Al Azhar), in occasione dei sommovimenti in Africa settentrionale (le cosiddette primavere arabe – ricordiamoci del discorso di Ratisbona) puntando piuttosto alla molto piú affine Chiesa Ortodossa: questo avrebbe significato in senso geopolitico finire a Mosca e terminare in senso religioso l’incubo anglosassone della fusione euroasiatica germano-russa.

Rapide manovre finanziarie si sarebbero presto incaricate di scongiurare il problema. A febbraio 2013, dopo aver confessato che la sua autorità terminava alla porta del suo studio, Benedetto XVI viene probabilmentmentre anche a conoscenza del fatto che l’Istituto per le Opere di Religione viene escluso dal circuito Swift. Intende in quesl momento che l’età avanza e pronuncia di rinunciare al suo ministerium.

Con Francesco la cosa si legge al contrario. Indipendentemente dalle sue ragioni teologiche e religiose, forse nemmeno contrarie in se ad un certo accoglimento del divenire storico nella dotrina (si parla di un esponente dell’estrema sinistra gesuitica), questi ha puntato all’aggregazione delle masse degli “alternativi”: diseredati, minoranze, e quanto devía del modello occidentale, ovvero il Sud globale dal quale egli stesso derivava. E lo fa in senso politico.

Francesco fu appoggiato in conclave anche dal voto dei Cardinali americani, i quali prospettavano in lui il primo rappresentante in cattedra del Nuovo Continente. L’idea era quella di trasformare la trazione cattolica rendendola maggiormente affine ad una visione riformista. Il che è successo, ma verso una direzione estrema, dunque terzomondista. In particolare questo è avvenuto in un senso molto conciliante col fenomeno migratorio, del diritto al ricercare una vita migliore. Francesco non avrebbe potuto essere piú distinto dal suo precedessore, che invece sottolineava come fra i diritti esistesse quello a non migrare, a non abbandonare le proprie radici. 

Gli Stati Uniti hanno quindi spinto nell’elezione di un Papa distinto da Josif Ratzinger per poter usare la leva sociale ottenendo il risultato di cui sopra. Si cercava di abbattere il modello ratzingeriano di conservazione di una Chiesa di minore dimensione ma ancorata alla teologia e si è finito con l’ottenere un risultato sì gradito in America, ma ad ambienti vicini al Partito Democratico.    

Francesco I ha infatti stabilito, in questo suo periodo di governo molto riformatore, contatti fruttuosi con il Forum Economico Internazionale (WEF), inviando un messaggio al suo Presidente Essecutivo K. Schwab, e con diverse miultinazionali del farmaco e della finanza, sempre nell’ottica di difendere la visione – a lui molto cara – del “capitalismo inlcusivo”.

Jorge Mario Bergoglio aveva consapevolezza del fatto che invece i conservatori statunitensi non lo volessero affatto. E non ne faceva mistero dal 2021, come è facile verificare anche da fonti aperte. J.D. Vance è stato l’ultimo leader internazionale a visitarlo, pochi mesi dopo aver pronunciato alla Conferenza di Monaco un discorso profondamente impregnato della pessima visione che questa Amminsitrazione statunitense ha dell’Europa. In quel discorso, Vance aveva menzionato un solo Papa: Giovanni Paolo II, non facendo a Bergoglio (peraltro ammalato) nemmeno riferimento. Difficile sarebbe stato essere piú efficaci nella comunicazione. Vance è un cattolico tradizionalista.

EUROPA 

Francesco ha finito per catalizzare intorno a sè la grande forza dei cardinali tedeschi cosiddetti riformatori, ovvero maggiormente vicini alle istanze dell’adeguamento della Chiesa alle istanza della societá, in contrapposizione – paradosso dei paradossi – proprio ad un precedente Papa tedesco che invece tendeva ad una intellettualità latinità forse molto rara perfino nella sua Baviera. Come asseriva Von Balthasar, oltralpe sono tutti protestanti, anche i cattolici: la Germania propone infatti, da sempre, una scissione tanto profonda dalla visione tradizionale da aver forgiato l’espressione “scontro fra Reno e Tevere”. La Germania è pur sempre la patria di Lutero.

Carlo III è sovrano di uno Stato e di una Chiesa. Gli inglesi non amano definirsi europei, ma Sua Maestà ha fatto tanti riferimenti all’appartenenza (culturale) del Regno all’Europa che ci si puó sentire autorizzati ad includerli nel continente. Carlo è affine ai riformisti statunitensi nelle questioni di cui sopra. Ha potuto esprimersi in questo senso solo dopo la morte della madre, distantissima da talune questioni che invece vedono il Re entusiasta sostenitore. E sopratutto, Re Carlo è felice di compiacersi di un Papa che, pur guardando ad Est, non lo fa verso Mosca come faceva il suo predecessore Benedetto.

IL CENTRO. FRANCESCO I E GIOVANNI XXIII: DETERMINARE CAMBIAMENTI STRATEGICI

Il centro della Chiesa è la Chiesa stessa. Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio Vaticano II con una “umile iniziativa”, pur ispirata a Pontfici precedenti, basandosi sui bisogni della Chiesa e percependo il Concilio come una volontà divina, e pur convocandolo in modo totalmente inaspettato…così si legge dal sito della Santa Sede. A chi scrive, questo spirito d’iniziativa ricorda profondamente le riforme “dal basso” tentate da Francesco. In effetti, le somiglianze fra le due sono moltissime, e coincidono anche in una somiglianza fisica davvero notevole assunta dall’ultimo Pontefice in occasione dei suoi ultimi giorni di agonia. Francesco aveva una volta addirittura già anticipato in un futuro “Giovanni XXIV” il suo successore in un viaggio che non ha potuto compiere. Difficilisismo pensare che la cosa non abbia un significato. 

Giovani XXIII era stato iniziatore di una riforma che avebbe cambiato il volto della Chiesa in modo irreversibile, ammorbidendo il senso della gerarchia, cambiando in senso non solo formale la liturgia ed il linguaggio della Chiesa, isprandosi forse a quel “leges ab omnibus intellegi debent” che avevano ispirato diversi altri grandi riformatori del secolo, come Atatürk in Turchia, coi quali aveva qualcosa in comune. Francesco pone altri semi per lal maturazione delle sue riforme, formalmente non maturate pienamente nel suo governo: sono la maggioranza assoluta dei nominati nel Collegio Cardinalizio, che renderà difficile che a governare ci sia, che scelga questo nome o no, Giovanni XXIV.   

CONCLUSIONIFrancesco si è poggiato “sulle spalle dei giganti”, un po’ come Newton. I suoi giganti sono stati Matteo Ricci, fondatore dell’Ordine del quale incarna le caratteristiche piú intime, e Giovanni XXIII, riformatore di una Chiesa affine a quegli ambienti che lo hanno formato, proposto e fatto maturare durante la sua ascesa nelle carriere ecclesiastiche. Da governante della Chiesa ha assunto posizioni che lo hanno posto in direzione contraria rispetto al suo precedessore, invertendo forse talvolta la relazione fra divenire storico e dottrina – della quale, e non solo di quella cattolica, era comunque estremo conoscitore -. Ha fatto maturare lo spirito gesuita al suo massimo sovvertendo le regole stesse dell’Ordine ed assumendo, debitamente dispensato, cariche quali l’Arcivescovado. Ñpoi, arrivando al Soglio, ha compiuto il simbolico atto di trasformare il nero in bianco, realizzando l’unitá degli opposti. Molto si comprenderà in futuro di una figura molto sofisticata, figlio ed artefice dei movimenti distruttivi e costruttivi interni all’Occidente che ha provato a governare con spirito paterno. 

Gli Autori