Il 9 ottobre 2025 quattro testate hanno pubblicato inchieste che rivelano la presenza di spie ungheresi all’interno delle istituzioni europee tra il 2012 e il 2018. L’indagine interna è in corso ma l’evento rischia di compromettere ulteriormente l’Ungheria presso i partner europei. Tuttavia, è possibile una risposta forte da parte di Bruxelles.
Giovedì 9 ottobre 2025, la testata online magiara, Direkt36, ha pubblicato un articolo nel quale rivela come la Információs Hivatal (IH), il servizio di intelligence civile di Budapest, ha spiato per anni membri delle istituzioni dell’Unione Europea (UE) cercando di reclutare ungheresi che lavorassero a questo scopo. L’attuale pubblicazione è stata possibile grazie alla collaborazione con altri giornali europei: il tedesco, Der Spiegel, l’austriaco, Der Standard, e il belga, De Tijd. L’inchiesta segue un precedente lavoro di Direkt36 pubblicato il 6 dicembre 2024 che svela come, nel secondo semestre del 2010, l’IH stesse spiando l’Ufficio europeo per la lotta antifrode per monitorare le indagini per malversazione contro István Tiborcz, il genero dell’attuale Primo Ministro (PM) magiaro, Viktor Orbán.
A finire nell’occhio del ciclone mediatico è Olivér Várhelyi, attuale Commissario europeo al benessere e alla salute degli animali, il quale, all’epoca, ricopriva il ruolo di ambasciatore alla Rappresentanza Permanente d’Ungheria presso l’UE (EU-ÁK). La Commissione europea ha avviato un’indagine interna per chiarire i contorni dell’accaduto. Tuttavia, la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, pur avendo incontrato Várhelyi il 12 ottobre, non intende per ora sospenderlo. Durante il colloquio, il Commissario ungherese ha negato di essere a conoscenza delle attività di spionaggio. Comunque, l’evento intreccia inevitabilmente cronaca e geopolitica in un mix nel quale Budapest vede la sua reputazione ulteriormente compromessa.
Analisi dei fatti
Gli eventi dell’attuale inchiesta si svolgono nell’arco di sei anni tra il 2012 e il 2018. L’operazione ha coinvolto solamente individui di nazionalità ungherese mentre non risultano implicati persone o governi stranieri. Gli obiettivi principali dello spionaggio sono stati tre: anticipare decisioni o indagini europee su casi di corruzione e fondi UE legati all’Ungheria; influenzare documenti e rapporti della Commissione in senso favorevole a Budapest; e costruire una nuova élite ungherese a Bruxelles. All’epoca, il capo della IH era János Lázár mentre a dirigere l’operazione sul campo era un ufficiale dell’IH sotto copertura rinominato “V.”. Il suo compito era quello di reclutare diplomatici e funzionari dell’UE di nazionalità ungherese per carpire informazioni riservate. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Várhelyi, in qualità di diplomatico presso l’EU-ÁK, avrebbe garantito durante il suo mandato (2015-2019) copertura diplomatica ai sei partecipanti dell’operazione. La rete si è sciolta a causa delle “azioni irresponsabili” di V. che hanno fatto emergere l’operazione.
La questione ha acceso lo scontro politico ungherese. Da una parte il portavoce del governo magiaro, Zoltán Kovács ha duramente criticato l’inchiesta di Direkt36 definendola su X “una campagna diffamatoria” che punisce il “perseguimento della pace”; affermazione che fa riferimento alla postura ungherese sul conflitto in Ucraina, in evidente contrasto con Bruxelles. Dall’altra parte, su Facebook, il post del leader dell’opposizione, Péter Magyar, è fortemente critico nei confronti di Várhelyi accusandolo di mentire alla Commissione. Addirittura, Magyar suggerisce che l’operazione possa aver avvantaggiato il Cremlino, ma si tratta di un’illazione priva di riscontri ufficiali. Ironicamente, come notato da EUObserver, Magyar stesso lavorava presso l’EU-ÁK durante gli anni dello spionaggio, dettaglio che allargherebbe l’ombra dello scandalo all’intera classe politica ungherese.
Guardando oltre ai fatti e alle polemiche politiche, i veri motivi dell’operazione si collocano su un piano strategico e normativo dove destabilizzazione interna e retorica sovranista si intrecciano. Da un lato, ottenere queste informazioni davano a Budapest un vantaggio negoziale strategico su temi quali rispondere a possibili mosse dell’UE (ad esempio, l’eventuale attivazione dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea [TUE]) contro il Paese; dinamiche interne della Commissione e del Consiglio per mappare la coesione politica dell’UE, sfruttare divergenze e influenzare le strategie europee a proprio favore; e ottenere vantaggi negoziali sulla politica estera ed energetica europea nel contesto della guerra in Ucraina. Dall’altro lato, l’élite al governo dell’Ungheria vuole tentare di cambiare l’UE dall’interno dato che considera quella attuale disfunzionale, corrotta e in via di collasso. Tale messaggio pone l’attuale PM come difensore degli interessi ungheresi in un sistema debole. Secondo questa logica, l’atto non cerca solo di minare la coesione europea ma anche offrire una copertura politica interna contro eventuali sanzioni di Bruxelles.
Quali risposte?
Per l’UE, tentativi di spionaggio e di interferenze estere non rappresentano una novità. Essendo Bruxelles sede non solo delle istituzioni europee ma anche luogo dove è ubicato il quartier generale dell’Alleanza Atlantica in Europa, essa costituisce un bersaglio privilegiato di attività di spionaggio e di interferenza da parte di attori ostili. Tuttavia, il caso magiaro è diverso perché mai fino a quel momento uno Stato membro è arrivato a tanto. Ad aggravare la situazione è un altro episodio arrivato pochi giorni dopo i fatti descritti. Il 15 ottobre, l’eurodeputato tedesco dei Verdi, Daniel Freund, ha denunciato un tentativo di intrusione informatica sul proprio telefono, riconducibile a un link malevolo che conteneva Candiru, uno spyware israeliano. Freund ha accusato il PM ungherese poiché l’europarlamentare è stato tra i principali promotori del congelamento dei fondi europei destinati a Budapest per le violazioni sullo stato di diritto.
L’UE ha la possibilità di rispondere a queste pressioni. Se le accuse contro Várhelyi venissero confermate, si solleverebbe una questione di incompatibilità con l’incarico che attualmente detiene. Difatti, stando all’art. 17.3 del TUE, i singoli Commissari devono agire solamente nell’interesse generale dell’Unione astenendosi da ogni azione incompatibile con essa. Se tale condizione venisse meno, Von der Leyen può chiedere a Várhelyi di dimettersi come atto politico non vincolante (art. 17.6 comma 2 del TUE). In caso di resistenza, come indica l’art. 247 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), la Commissione o il Consiglio europeo possono attivare la procedura di rimozione tramite la Corte di giustizia. Tuttavia, nel caso di specie, le accuse riguardano fatti antecedenti all’attuale incarico. Ciò sposta le critiche verso il sistema di selezione dei Commissari. A novembre 2024, infatti, nonostante fosse considerato un candidato debole, Várhelyi ha ottenuto l’incarico senza che ci fossero ragionevoli dubbi sulla compatibilità con il ruolo chiamato a svolgere e sulla sua etica professionale.
Infine, un eventuale allontanamento del Commissario non sarebbe soltanto un modo per coprire un incidente che mette a nudo la fragilità politica dell’UE ma diventerebbe un atto politico forte. Se Von der Leyen scegliesse di non colmare la casella vacante, come consente l’art. 246 TFUE, la decisione non solo riaffermerebbe la credibilità della Commissione, ma infliggerebbe anche un duro colpo a Budapest, che si vedrebbe esclusa da un’istituzione chiave, mandando così un forte segnale sulla capacità di risposta a minacce interne.

