La posizione geografica della Turchia ha fatto sì che il pensiero di sinistra – in principio di importazione sovietica – sia stato storicamente soggetto a numerosi stimoli e influenze: tra tutti il socialismo e il nazionalismo arabo di Nasser, le rivisitazioni partitiche del marxismo in chiave occidentale, e la nazionalizzazione – pragmatica e meno ideologica – del kemalismo agli albori della nuova Repubblica. Il risultato oggi è però la mancanza di organizzazione di un apparato solido di sinistra all’interno del paese e un pluralismo di pensiero che fatica a trovare unità.
Il CHP – il Partito Popolare Repubblicano di Ataturk – si colloca alla sinistra dello schermo politico seppur sia storicamente il partito della borghesia e degli intellettuali. Non c’è infatti da stupirsi se uno dei motivi di imbarazzo dei movimenti di sinistra turchi sia stato il decidere di aderire o meno al kemalismo: la tentazione di un’appetibile e consolidata base elettorale si scontra con il carattere tradizionalmente elitario e militarista dell’ideologia. Per questo motivo, con varie riserve e rivisitazioni la sinistra si divideva nella seconda metà dello scorso secolo in coloro che vedevano nel kemalismo la massima espressione dell’illuminismo, e nei socialisti democratici e anti-autoritari.
In secondo luogo, l’antimperialismo e il nazionalismo sono stati caratteri distintivi del socialismo turco del ventesimo secolo, il quale esprimeva la propria insofferenza più nei confronti degli Stati Uniti e della NATO che nei confronti dell’Europa (infatti l’adesione alla Comunità Europea venne presto sdoganata in questi ambienti). Da qui inoltre deriva l’incompatibilità di quegli anni tra i programmi nazionalisti della sinistra turca e quelli altrettanto etnico-identitari della nuova sinistra curda.
Oggi, invece, l’HDP – il Partito Democratico del Popolo – si fonda sulla congiunzione tra le due realtà di sinistra, quella curda e quella turca e – insieme ad altri partiti come il Partito dei Verdi – rappresenta sempre la piccola-media borghesia, ma ha fatto sue le rivendicazioni del nuovo millennio – quali il femminismo, l’ambientalismo, i diritti della comunità LGBTQ o le preoccupazioni relative al cambiamento climatico – cercando di raggiungere la società in maniera trasversale.
Nonostante questo, il socialismo in Turchia non ha mai raggiunto le masse ed è sempre stato fortemente influenzato dal confronto religiosi-laici, fallendo nel costruire una coscienza di classe capace di unire il paese oltre la ricorrente dicotomia.
La classe operaia turca comincia a nascere nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, con l’avvento quindi del multipartitismo e la liberalizzazione dell’associazione sindacale. Lo sviluppo dei sindacati è avvenuto logicamente nelle aree geografiche che hanno subito una maggiore industrializzazione, vale a dire la regione del Mar di Marmara (il triangolo Istanbul/Kocaeli/Bursa), l’area di Izmir e la cintura della costa mediterranea nei pressi di Adana. Uno studio sulle condizioni lavorative a Kocaeli ha evidenziato come l’immigrazione dall’Anatolia orientale – tendenzialmente più religiosa – e il raggiungimento dei primi obiettivi sindacali abbiano stravolto il senso di appartenenza della classe operaia successiva al 1989. La nuova generazione di lavoratori, unita dalla fede islamica, non aveva memoria dei traguardi raggiunti dalla sinistra sindacale e, al contrario, vedeva nelle associazioni islamiche – più presenti sul territorio – le uniche capaci di proteggere i loro interessi. La globalizzazione e l’installazione di multinazionali – a discapito di imprese statali – hanno inoltre contribuito a svilire il ruolo dei sindacati nell’area e, di conseguenza, a bloccare lo sviluppo di un sentimento operaio. Non è un caso se a Kocaeli vinca oggi il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), e in passato abbia vinto il Partito del Benessere (RP) – anche questo di stampo conservatore-religioso – di Ecmettin Erbakan. E’ inoltre interessante come quest’ultimo partito negli anni Novanta si affermò nelle periferie grazie ad una struttura amministrativa estremamente articolata, che gli permetteva di essere sul territorio, raccogliere informazioni e rispondere alle esigenze sociali della popolazione.
Oggi, l’adesione ai sindacati nel paese è meno ideologica e più pratica, così come la partecipazione alle associazioni islamiche sembra aver perso l’aspetto strettamente spirituale a favore di una visione più utilitaristica dell’appartenenza a certi ambienti: stringere rapporti e mostrarsi un buon musulmano può dare al cittadino diverse agevolazioni nel mondo del lavoro.
Infine, la perdita di legittimità delle associazioni sindacali è evidente anche da un punto di vista quantitativo: nel 1987 la contrattazione collettiva raggiungeva il 28,6% dei lavoratori, nel 2012 la percentuale si è abbassata al 5.4 per poi risalire leggermente negli ultimi anni.
Le varie esperienze partitiche e i movimenti extraparlamentari di sinistra – alle volte radicali e non democratici – si sono quindi fermati nel 1980 in seguito al golpe militare tra i cui obiettivi c’era l’eliminazione del pericolo comunista. Oggi il paese presenta una classe operaia e un’organizzazione politica di sinistra estremamente più frammentata, incapace di raggiungere le masse ma consapevole delle nuove sfide presentate dal nuovo millennio.
In assenza di un sentimento operaio, il panorama politico turco è caratterizzato dal dibattito – apparentemente totalizzante – tra secolaristi progressisti e conservatori religiosi. I due schieramenti non sono però rigidamente definiti e la completa adesione dei rispettivi membri alla “grande famiglia dei conservatori” o “dei progressisti” deve tenere conto di diverse implicazioni. Basti pensare, ad esempio, alla partecipazione alle proteste di Gezi Park del partito minore dei “Musulmani anti-capitalisti”: oggi aspri critici dell’AKP e sostenitori di un’interpretazione socialista del Corano.
La semplificazione del conflitto all’interno della società può essere uno strumento dei partiti, i quali – alternandosi – vedono nel ricorrente binomio un campo sicuro in cui confrontarsi e imporsi. Infatti, dopo le proteste del 2013 – principalmente ambientaliste e rivendicanti il rispetto dei diritti umani – Recep Tayyip Erdogan ha attaccato i manifestanti additandoli come “infedeli che attaccavano le donne praticanti e che bevevano alcool nelle moschee fino a ubriacarsi”. Dal lato conservatore, il vittimismo religioso antioccidentale è quindi ancora capace di delegittimare i contestatori di diverse convinzioni politiche, tra i quali circola uno slegato ed elitario pensiero di sinistra in cerca d’autore.

