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TematicheCina e Indo-PacificoGeopandemia un anno dopo

Geopandemia un anno dopo

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Nel saggio Geopandemia, edito da Castelvecchi nel 2020, Salvatore Santangelo nel pieno della prima ondata covid-19 ne ha analizzato gli effetti detonatori sull’evoluzione della civiltà umana in questo XXI secolo. Geopandemia va, a buona ragione, letta, pure riletta, come analisi storica di tipo futurologico.

I possibili scenari evolutivi nello scacchiere planetario sono tracciati partendo da numerosi riferimenti nella storia, passata e recente, delle nazioni e dei popoli evitando scolastiche banalizzazioni vichiane ma ricercando nelle esperienze passate le tracce e i semi dei futuri possibili.
Due sono i quesiti posti sul tavolo che, dal nostro punto di vista nazionale, hanno attratto maggiormente l’attenzione: quello, di rilevanza planetaria, che potremmo definire il “paradosso sino-americano”; l’altro, a noi più prossimo, del riposizionamento dell’Italia nel quadro di una rinnovata UE.

Nel momento storico della scrittura di Geopandemia l’attenzione mondiale era rivolta alle elezioni presidenziali in USA.
In Geopandemia Santangelo poneva un originale, eppure assai logico, quesito: l’inusitata coincidenza dell’allineamento populista tra la Casa Bianca e l’ampia fetta di americani soggiogati da semplicismo e demagogia sarebbe uscita rafforzata dalla rielezione di Trump? Dunque, due mandati consecutivi di governo demagogico rischiavano di trasformare la prima e più potente democrazia moderna in un sistema politico autoritario?
E in Cina, invece, un’imponente borghesia economica di oltre 200 milioni di cittadini, benché meno del 20% della popolazione cinese, sarebbe riuscita a trasformarsi in una potente borghesia politica capace di sospingere la nazione su un tragitto di evoluzione democratica?

Indubbiamente in questo scenario possibile il paradosso storico sino-americano acquisisce un intrigante grado di probabilità. A ben vedere, la previsione da tanti condivisa che, entro il corrente secolo, la Cina supererà gli USA sostituendosi a questi nel ruolo di leader mondiale per effetto della conquista del primato del PIL scade a banale applicazione del metodo contabile quale deterministico motore della Storia a fronte dell’assai più complessa, affascinante ipotesi sollevata da Santangelo.
Per il quale, si potrebbe dire, il PIL è un parametro, tra altri, di misurazione ex post del successo progressivo di un popolo laddove progresso e leadership sono imprescindibili dalla forza motrice della cultura, dei valori condivisi su scala mondiale, della coincidenza di interessi e obiettivi tra un’ampia borghesia e la dirigenza politica dello Stato capace di promuovere un sistema favorevole all’ascesa delle classi subalterne nel censo borghese.

A distanza di un anno è possibile dire che la sconfitta di Trump abbia fatto rinculare l’ipotesi posta da Santangelo sul piano analitico della Storia in divenire?
L’avvenuto cambio dell’amministrazione USA ha interrotto la deriva demagogica della nazione leader mondiale? Le dichiarazioni di intenti di Biden sembrano effettivamente andare in questa nuova direzione. Come sempre nella Storia, i fatti sono assai più contraddittori.

La coerenza tra i valori sociali promossi nel sistema interno e la geopolitica è una premessa quasi indispensabile per il successo di quest’ultima.

In politica estera Biden appare determinato a riprendere la traiettoria obamiana: sganciamento dall’infinito conflitto in medio oriente e Asia centrale, intriso di furore ideologico religioso. Ripresa del dialogo con l’islamismo non terroristico. Affiancamento pragmatico, ma non pregiudiziale di Israele. E ripresa della strategia obamiana nel Pacifico con il recentissimo annuncio della cooperazione AUKUS che tanto ha fatto infuriare i francesi.
Ma la politica estera di una nazione non può essere scissa dalla sua politica interna.
La coerenza tra i valori sociali promossi nel sistema interno e la geopolitica è una premessa quasi indispensabile per il successo di quest’ultima. Nel susseguirsi secolare della leadership geopolitica delle nazioni questo legame di coerenza sembra sempre presente: la certezza del diritto per Roma antica; il liberismo economico per la Britannia che ha governato i mari; la democrazia della classe borghese aperta a tutti per gli Stati Uniti.

I tre imperi più estroversi di sempre hanno mantenuto la primazia in geopolitica finché sono stati in grado di proiettare i propri reali valori interni su scala mondiale: il diritto; il libero commercio; l’ascensore sociale. E imperi come quello sovietico hanno evidentemente fallito allorché i valori proiettati in geopolitica non corrispondevano alla realtà del sistema interno. Nel caso sovietico il valore dell’uguaglianza di tutti i cittadini cozzava contro un sistema sociale interno massimamente elitario, quasi castale.

Il valore fondante della democrazia USA, che ha consentito la vittoria reaganiana sul comunismo sovietico, è stato crocifisso da quattro decenni consecutivi di laissez faire. Il timido rigurgito di ripristino dell’ascensore sociale rappresentato dall’Obamacare è stato represso duramente durante il mandato di Trump. Sarà in grado la nuova amministrazione di rimettere in funzione l’ascensore sociale? Ad un anno di distanza dalla vittoria di Biden non è possibile leggere significativi segnali che lo confermino.

In realtà il pensiero trainante delle élite east e west coast americane sembra assai più conforme all’illuminismo autoritario europeo del XVIII secolo che non alla democrazia rooseveltiana del XX. E la Cina appare oggi campione dell’illuminismo autoritario più credibile che gli USA. Se non altro, la prima può vantare centinaia di milioni di cittadini potenziali beneficiari di questa filosofia, gli USA al massimo qualche decina di milioni di americani che realmente se ne avvantaggiano. Il confronto resta dunque ampiamente aperto.

Il primo quesito di Santangelo è ancora attuale a catalizzare l’attenzione di analisti e osservatori. In realtà anche il secondo, relativo al riposizionamento dell’Italia nel contesto di una rifondazione UE, appare segnato dalla medesima problematica. Per quanto la politica interna dell’UE sia più sofisticata e sfaccettata, tuttavia la democrazia borghese provvista di ascensore sociale ne è stato, all’indomani della seconda guerra, il valore fondante e la forza motrice.

Anche in Europa, e in Italia, questo valore è stato sterilizzato da quarant’anni di laissez faire. La Brexit, la pandemia e i suoi effetti sulla visione sociale della Germania, la nouvelle vague di papa Francesco come quella di von der Leyen e Draghi, il contenimento dei Frugali come quello del gruppo di Visegrad sono certamente segnali di cambiamento nelle relazioni esterne UE e tra i suoi stati membri.
Ma resta aperto il punto anche da questo lato dell’Atlantico se l’UE, magari più ristretta e più coesa, riuscirà a ripristinare nella società una forza motrice interna, anche economica ma certamente soprattutto valoriale.

Gli enormi stanziamenti post covid per investimenti pubblici e di sostegno a quelli privati sulle due sponde atlantiche sono solo una premessa. Una più equa distribuzione della ricchezza che recuperi gli squilibri generati negli ultimi quarant’anni è l’unica medicina davvero in grado di generare coesione sociale senza la quale la mera coesione dei governi alla lunga rischia di essere priva di efficacia. Geopandemia mantiene la sua attualità in questo inoltrarsi nel terzo decennio.

Le elezioni in Germania e poi in Francia; la sintesi della dialettica politica in corso in Italia; la doma dei Frugali e di quelli di Visegrad: questi i principali temi sul tappeto per gli europei che, ben posti nel saggio di Santangelo, ci accompagneranno ancora per i prossimi anni per capire se il nostro futuro è nella conformità al neo illuminismo autoritario cinese o sarà capace di scoprire rinnovati percorsi di democrazia aperta borghese.

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